
Non sono mai contro i sequel e/o i prequel, sono convinto che senza il mondo cinematografico non sarebbe lo stesso. Il problema semmai è la distanza tra di loro e quindi che relazione ci può essere tra genitore/i e figli dopo tanto tempo. In pratica, dopo 30 anni (questi sono passati da Mad Max oltre la sfera del tuono) si può ancora parlare di sequel o siamo nell’ambito del reboot? La domanda, devo ripetermi, non è cosi futile come si possa pensare, perché nel caso si trattasse di un vero e proprio sequel cambiare attore protagonista non mi trova mai d’accordo (e non parliamo di età, la storia si può benissimo adattare anche ad attori non proprio giovanissimi), mentre se si tratta di un nuovo inizio…nessuna obiezione (in caso contrario non potrei accettare, cosa che invece faccio, i nuovi Batman, Spider-Man o via dicendo).
Mad Max – Fury Road, quindi cos’è? Un ibrido, una creatura esattamente in mezzo tra sequel e reboot e la cosa assurda, o perlomeno strana, è che funziona benissimo. Certo vedere Tom Hardy nei panni di Mel Gibson all’inizio è strano, ma lo è per chi ha vissuto i primi tre film, per gli altri no. E l’intelligenza di Miller, appunto, è stata quella di tracciare una storia che a conti fatti è perfettamente fruibile anche per gli ignari di quello che fu, rendendo il progetto un vero e proprio inizio 2.0. Poi ovviamente, il fatto che il film per il genere è grandioso, e non esagero, permette a tutto di essere appianato (chiedere a Tarantino) facendo spostare tutta l’attenzione sul prodotto e non sulla discendenza.
Tralasciando la genesi del progetto, lunga e spinosa, George Miller (e non è un’eresia dire che quasi tutta la sua carriera registica sia girata sul progetto Mad Max), coadiuvato nella scrittura da Brendan McCarthy e Nico Lathouris, ha tirato fuori il classico coniglio dal cilindro, proponendo un film che è riuscito allo stesso tempo di andare perennemente a cento all’ora senza perdere ne di morale ne soprattutto di messaggio. La polvere, il sangue e il fumo costanti, infatti, non fermano la continua definizione dei personaggi che anche con poche parole riescono a essere approfonditi, capiti e, per certi versi amati. Se ci si pensa riuscire a trasmettere un’anima precisa a un personaggio che passa quasi tutta la storia su un veicola a tutta velocità, è qualcosa di profondamente difficile e che a mio avviso sa di magico, se non proprio di mistico. Poche situazioni e poche parole per avere perfettamente in mente (e carpirne proprio il significato e la sofferenza) storia, ambito, sviluppi e conseguenze e questo nonostante l’attenzione sia in qualche modo sempre rivolta al davanti. La strada sembra essere infinita e quando invece la storia ci vuol dire che può essere anche circolare, come la vita, devo dire che un sussulto lo ho avuto, proprio perché trovo complicatissimo in un canovaccio del genere essere riusciti a trovate un senso cosi profondo di spiritualità. Si assapora tutto il ventaglio dell’uomo, dalla follia alla paura, dall’incoscienza alla redenzione, passando per dei sentimenti sempre giustamente lasciati nell’aere. Le classiche storie d’amore non sono mai state per Miller e credo che avrebbero rovinato non solo questo film ma proprio tutto lo script del franchise. Lo sguardo tra Max e Furiosa è cosi intenso e pieno di significati che va oltre il semplice amare, rasenta l’appartenere, la gratitudine, la sofferenza condivisa e la speranza ritrovata. Meraviglioso.
E se questa, come detto, è l’aurea generale del film, o meglio, quello che ha suscitato in me, è ovvio che il vero crack è la costruzione feroce degli inseguimenti. Miller, dal mio punto di vista, con i primi tre progetti aveva fatto un miracolo: rendere immortali le scene di azione, mostrando come il contesto e il genio possono anche soggiogare il tempo. Ora qui aveva dei mezzi nettamente superiori e un budget che gli permetteva di esagerare e tirare fuori tutto il suo ingegno e fantasia. Credo che si sia superato. Ci sono momenti per il genere veramente vicini alla perfezione e questo non solo per la percezione visiva ma per quella di accettazione. Sostanzialmente, è (ma potrei dire sono, non possiamo dimenticare tutto gruppo di lavoro) riuscito/riusciti a bilanciare l’impossibile rendendo quelle corse senza fiato un qualcosa di vicino e non fantascientifico (vero rischio). E’ vero che era riuscito nell’intento già negli altri capitoli, il secondo su tutti, ma qui era più difficile anche per la pressione e voglia pazza che aveva di ritornare sulla cresta dell’onda.
Il risultato come sappiamo è stato di un unanime trionfo coronato con 10 candidature all’Oscar di cui 6 vinti (il Miglior Montaggio è quello che più sento vero proprio per tutto quello detto sinora).
Prima di chiudere, un po’ come fatto per la recensione di Mad Max oltre la sfera del tuono, mi preme soffermarmi sull’aspetto sociale di questo film. Anche in questo caso, si è voluto abbracciare tante situazioni umane forse ancor di più che del terzo capitolo, già di suo molto omnicomoprensivo. La diversità in questo contesto, è stata rappresentata come un limite e la normalità che conosciamo come l’aspirazione più grande di un popolo in difficoltà. Tale ricostruzione è evidentemente una grande metafora e anche un modo per dire che la sopraffazione non è l’essere migliore ma una condizione che si crea a prescindere. Sostanzialmente, vittime e carnefici vengono dalla stessa pancia e questo segna un confine enorme su quello che poi si diventa, figlio di nuovo e sempre solo della proprio aspirazione e sensibilità, oltre che per l’occasione (ma questo è un discorso infinito).
Da notare il fatto, mio cavallo di battaglia nei primi tre film, di una maggiore cura della fine, quasi che tutti questi anni abbiano fatto capire a Miller che le sensazioni finali hanno bisogno di qualche secondo in più per essere assaporate e gestite emotivamente.
Ora, e chiudo veramente, non so se questo è uno dei film d’azione più bello di tutti i tempi (per l’epoca credo che Intercpetor – il guerriero della strada sia più geniale proprio per la difficolta di realizzazione), ma sicuramente lo è se abbiniamo a questa (l’azione) l’anima emotiva generale (questa si superiore ai primi tre film, secondo compreso). Che poi è il motivo per cui la polvere e il rumore ci hanno parlato oltre la loro “semplice” rappresentazione.
Jonhdoe1978
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