
Per questione di età e di opportunità ho visto (ed è un eufemismo, parliamo di almeno 30 volte in un anno!) prima Interceptor – il guerriero della strada (Mad Max 2) e poi Interceptor (Mad Max). Per carità, a livello di valutazione non è che la cosa cambi molto, ma su quello percettivo dire di si. E’ indubbio, infatti, che il secondo è una specifica del primo e che l’ambito, la motivazione e lo stile siano simili e quindi non era possibile avere la stessa sorpresa di chi ha fatto il percorso inverso (che poi era quello naturale).
Detto questo, mi fermo in questo spazio sulle comparazioni, ci sarò modo e tempo nella recensione apposita (la prossima) per farlo.
La storia che ha portato alla stesura e alla realizzazione di questo film non solo è bellissima ma, dal mio punto di vista, è l’essenza stessa della bellezza del cinema e delle idee. George Miller era un perfetto sconosciuto (ancora non aveva girato nessun lungometraggio) ma credeva in un progetto e sulle sue potenzialità. Cosi insieme all’amico Byron Kennedy, co-autore del soggetto, cominciarono a cercare qualcuno che volesse investire su di esso e riuscirono a trovarlo. Con l’esigua cifra di 200.000 dollari (alcuni dicono che furono 400.00 ma la sostanza non cambia) misero in piedi tutto, riuscendo a sintetizzare i costi visivi a quelli puramente interpretativi con una capacità e un’accuratezza che probabilmente hanno pochi uguali nella storia del cinema. Sostanzialmente hanno trasformato un potenziale film di serie b in qualcosa di straordinario e per certi versi, per il genere, inarrivabile.
Interceptor, infatti, è un film visionario, vaneggiante, quasi folle e…geniale. Tanto per dare una proporzione di quello che è stato (è ovvio che esso va parametrato al periodo) l’ambito di azione della storia, esso è stato il precursore di un’infinità di altri progetti, Ken il guerriero per primo. L’atmosfera apocalittica narrata era per il cinema (e per le storie in se) quasi una novità se non altro perché si trovava in una specie di limbo tra la classica devastazione e la normalità. I confini sociali di Interceptor sono, infatti, molto bordeline e tendono da una parte a mostrare l’incapacità dell’uomo nel riuscire ad autodeterminarsi senza delle regole ferree e dall’altra come i sogni e le intenzioni alla fine non cambiano mai. E se questo è l’ambito, Miller ci mette dentro azione, adrenalina, velocità, intensità e tanto tanto sentimento. E per sentimento non si intende il classico senso dell’amore e dell’amicizia, comunque ben presenti, ma rancore, odio, follia e, soprattutto, vendetta. E la cosa meravigliosa è che tutte queste sensazioni non sono a se stanti e/o figlie del momento della storia, ma unite dallo stesso cordone che cosi le rende tutte genitori e tutti figli. Per carità, la vendetta nella parte finale diventa la padrona, ma è la conseguenza di un percorso, non la motivazione in se.
Capitolo visivo. Credo che questo sia la più grande riuscita di questo progetto. Gli inseguimenti, le corse, la strada che si rincorre, gli incidenti e i voli sono cosi meravigliosamente fatti bene che anche se visti oggi non stonano per nulla. E se questo è vero, pensiamo a quanto effetto abbiano avuto negli anni di uscita (1979). Anche la parte violenta (per anni il film è stato censurato in molte nazioni) era all’avanguardia sia nella realizzazione che proprio nell’idea. Quello che sorprende infatti, non è solo quello che ci mostra ma quello che ci fa immaginare. E come sappiamo creare un’immagine, a volte, è una cosa ancor più potente che sbatterla in faccia e questo perché il nostro cervello crea dei particolari che possono andare oltre la realtà, appesantendola e/o esaltandola. Tanto per entrare nello specifico, pensiamo alla fine e alla sega lasciata li. Nella parte censurata, non si vede Johnny the Boy che prova a tagliarsi la gamba mentre in quella completa si. Siamo sicuri che la seconda sia più performante della prima? Io credo che anche la prima (ed è un merito della costruzione) abbia l’effetto che voleva e alla fine arriva per quello che deve.
E se per Miller è stato il primo lungometraggio, Interceptor è stato il film che ha fatto conoscere al mondo Mel Gibson. Per carità, la sua prova non è tra le più entusiasmanti della carriera, ma ha avuto la capacità di trovarsi nel posto giusto al momento giusto (anche in questo caso il modo con cui ha ottenuto la parte è bizzarro e bellissimo) e anche questo è un merito. Un pizzico di intensità ce la mette, ma non cosi tanta da dire che lui ha fatto il film (è evidentemente il contrario).
Interceptor fu un successo assoluto (incassò più di 100 milioni di dollari a fronte, come detto, di 200.000-400.000 mila dollari di costo) e anche di critica (quelli che lo stroncarono alla fine fecero più una figuraccia che altro). Il motivo è molto più complesso di quello che potrebbe sembrare e va attribuito alla novità assoluta dello script, alla crudità delle immagini e soprattutto, dalla concretezza del racconto. Ecco, dal mio punto di visto quest’ultimo elemento è stata sia la forza che il limite del progetto. La forza perché ti spiazza e ti arriva dritto al cuore, la debolezza perché una storia del genere (cosa che poi Miller farà nel sequel) ha bisogno di qualche momento morbido in mezzo (Max Rockatansky che parla del padre alla moglie sul prato non è sufficiente). Anche la fine, sempre per chi scrive, è croce e delizia del progetto. Se da un lato infatti, è di un’intensità e di un significato infinito (c’è la vendetta, l’abbandono, lo smarrimento, lo scorrere dei limiti umani) dall’altro è troppo sbrigativa. Qualche istante in più sarebbe stato più che necessario almeno per far assoporare meglio l’evento conclusivo.
Concludo con un pensiero tra lo specifico e il generale. Quando un film è una rivoluzione non lo si può sapere nel momento in cui esce. Solo il tempo, i paragoni e l’ambito può dircelo ed è questo quello che è successo con Interceptor. Certo, in questo caso che qualcosa di assolutamente nuovo c’era stato lo si era visto (io, come detto all’inizio, l’avevo percepito vedendo il secondo) ma quanto ce se ne è accorti dopo. E oggi a distanza di 47 anni possiamo affermare con sicurezza che questo fu un progetto folle ma vincente e che ha segnato un determinato genere che possiamo ristringere ed etichetatre in quello apocalittico/road movie, e mi sembra un’enormità.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook
Potrebbe interessarti anche Interceptor – Il guerriero della strada, Mad Max oltre la sfera del tuono, Furiosa: A Mad Max Saga























Lascia un commento