
Nome: Ethan Matthew Hunt
Segni Particolari: Esperto nell’azione e nelle tecniche di infiltrazione
Attività: Agente sul campo dell’Impossible Mission Force (IMF)
Periodo di attività: Dal 1996 al 2025 (forse)
Quello tra me e Hunt non è stato amore a prima vista. A differenza, infatti, di personaggi quali Rocky, Rambo, Indiana Jones, Martin Riggs , Iron Man e John McClane, il nostro è stato un innamoramento lento. Per carità, egli incarnava tutto quello che ho sempre amato (inquietudine, sensibilità, passione, azione, odiare il pari e patta e le ingiustizie), ma fino alla fine di Mission: Impossible – Protocollo fantasma (il quarto capitolo) nel trasporto incondizionato qualcosa mi mancava. E non c’entrava di certo l’attore (ricordiamo che Tom è quello che aveva fatto Top Gun!!!), ma forse il fatto che il secondo e terzo film non erano stati cosi trascinanti (a differenza del primo) e solo con il quarto (Protocollo Fantasma appunto) il franchise ha cambiato passo, ha probabilmente, influito su tale mio percorso emotivo.
Detto questo, ora è da stabilire dove mi ha portato questo percorso e quale posto esso ha raggiunto nella mia emotività cinematografica. Sarò sincero, nonostante una rincorsa impressionante questo personaggio non è arrivato allo stesso livello di quelli citati all’inizio (tranne che per Martin Riggs), ma ci è comunque arrivato vicino. E ci è arrivato (io non ho mai amato visceralmente l’azione senza un qualcosa dietro) perché Tom Cruise è riuscito a condirlo di contenuti che andassero oltre la semplice risoluzione di una missione o la rincorsa alla verità. Ci ha messo anima, condivisione, amicizia, il significato non banale dell’amore (nella recensione di Mission: Impossible – The Final Reckoning spiego il concetto) e soprattutto, quel delicato e aureo significato del dare senza dirlo o aspettare di riceverlo. Proprio quest’ultimo concetto è proprio il cuore di tutti i Mission: Impossible e trova la sua definizione definitiva nell’ultimo capitolo, il più intimo di tutti e questo per merito (oltre per chi l’ha scritto, Christopher McQuarrie) di Cruise e quindi, di Hunt. Gli ultimi secondi di questo film sono l’apice di tutto il viaggio, il cuore e l’anima di ogni acrobazia o salvataggio che in questi anni abbiamo visto, il senso di giustizia e possibilità oltre la fine (lampante o nascosta), la necessità imprescindibile di credere e cedere in quello che si è. Gli occhi di Hunt in quei secondi finali sono lo specchio, appunto, di questo percorso lungo trent’anni che potrebbe apparire frenetico e senza pause, ma che invece è stato lento e per certi versi doloroso (nel senso buono). Probabilmente, anzi sicuramente, nessuno sapeva dove avrebbe portato ed è il motivo (e forse questo è un unicum di questo personaggio) per cui sarebbe stato fuorviante parlare di lui (il personaggio) prima dell’ultima missione (o almeno cosi sembra). Senza The Final Reckoning avrei scritto e sarei partito da altri presupposti, sbagliando l’obiettivo o meglio, non riuscendo a metterlo pienamente a fuoco, almeno nella sua parte emotiva. Per quella “materiale” (l’azione per intenderci), infatti, una definizione, soprattutto dopo Fallout, l’avevamo e anche questo per merito di Cruise che ha portato con le sue capacità (sappiamo che molte scene le ha fatte realmente lui) all’estremo rendendo il personaggio perfettamente aderente alla parola “impossibile”. Questo passaggio, l’unire il sottile inganno (che poi è l’origine su cui si basava la serie e quindi l’idea di questo concept) all’azione visivamente e emotivamente straordinaria è stato decisivo per trasformare Hunt/Cruise da personaggio a figura unica e insostituibile.
Trent’anni, 18 ore e 40 minuti di tensione, azione, salvataggi, tradimenti, morte, rinascite, amicizia, amore detto e trattenuto e tanta, tanta anima. Questo è stato Ethan Hunt. Probabilmente ci lascia nel momento giusto, all’apice dell’emotività e del trasporto, ma non siamo pronti e probabilmente non lo saremo mai. Il cinema nasce e cresce per l’immedesimazione e quando quel personaggio a cui abbiamo dedicato anima e senso di emulazione (nel caso specifico era evidentemente generale e arruffona più che specifica) ci saluta, qualcosa in noi si rompe, come quando qualcuno ti saluta per sempre e tu sei costretto ad aggrapparti ai ricordi. Stavolta però, e qui torna l’unicum, essi sono molto frenetici e legati soprattutto, ai momenti indimenticabili di intrattenimento puro a cui però, in particolare alla fine, è stato aggiunto molto cuore, e mi viene da dire per fortuna.
L’ultima immagine che abbiamo di Hunt è di lui che si dilegua tra la gente passando inosservato, come fosse uno dei tanti che sta tornando a casa. Una fine che sa di principio e che quindi gioca con la circolarità della vita e sul suo strano e innato concetto di immortalità e continuità. In pratica, ci piace immaginarlo esattamente cosi: pronto ad accettare una nuova missione con la differenza stavolta che non lo sapremo mai…immaginarlo però ci è inevitabile.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento