
Inutile girarci intorno, l’uscita di The Fabelmans ha in qualche modo cambiato la prospettiva che avevamo dei primi lavori di Spielberg. Si potrebbe obiettare che più o meno quelle cose le si sapevano già, ma una cosa è leggerle un’altra vederne una versione cosi intima come il film ha mostrato. Ovviamente la prima produzione che in qualche modo ha usufruito di questo “approfondimento” è Duel, che, anche se non è, come spesso si dice, materialmente il primo lungometraggio (c’e n’è uno titolato Firelight del periodo scolastico) è comunque quello che viene considerato il vero esordio dietro la macchina da presa del regista statunitense. Ora la domanda è: cosa ha portato The Fabelmans a questo film più di quello che già non avevamo pensato e provato? Prima di rispondere, partirei dalle basi conosciute e cioè su quelle che sono le considerazioni fatte su Duel da molti e con le quali non si può non essere d’accordo: un ritmo incalzante, una capacità di trasmettere i vari momenti senza bisogno di molte parole e basandosi molto sulle inquadrature e sul sonoro (direi fondamentale) e l’umanizzazione dell’uomo alfa. Quest’ultima, a livello prettamente emotivo, è probabilmente l’elemento più importante e riguarda il fatto di come non sempre l’aggressione sia la maniera più comune con la quale affrontare le cose, almeno nel reale. Quante volte, oggi come sempre, sentiamo qualcuno dire “se capitasse a me lo prenderei e mi farei rispettare (usando un eufemismo)” facendo credere che è tutto semplice? Alla fine, invece non lo è e molto spesso i timori sono superiori a tutto esattamente come la voglia, condivisa più delle parole, di uscire da certe circostanze per non tornarci più.
Se questo, dal mio punto di vista, con i minuti diventa una virtù e lo specchio sociale e veritiero di un comportamento (non è che il protagonista alla fine non cerchi il contatto fisico, esaltando cosi quanto appena detto), lo è ancor di più l’effetto concettuale che il film acquista. Non soffermandoci sull’ipotesi sogno, da qualcuno avanzata e ovviamente mai comprovata, non c’è dubbio, almeno per me, ulteriormente avallato dal modo di pensare di Spielberg (ecco che arriva l’influsso The Fabelmans), che il camionista (non è come lo squalo) non rappresenti solo un pazzo furioso assetato senza motivo di sangue, ma anche una sorta metafora sul nemico invisibile. L’evoluzione della storia, infatti, nonché il suo epilogo, ci portano non solo a un’evoluzione conseguenziale degli eventi ma anche a una metamorfosi dello stesso protagonista e quindi al suo duello interiore. Il sorriso finale e l’abbandono al silenzio degli ultimi secondi con sullo sfondo il tramonto, è proprio la conferma di quanto detto, quasi che si voglia prendere il giusto tempo per rimettere insieme i fili di qualcosa che andava oltre la semplice materialità. Ovviamente tutte queste considerazioni, che attenzione non tolgono nulla al filone principale della follia e del puro action on the road, nascono dalla geniale scelta di non mostrare mai le fattezze del “cattivo”. Il far vedere solo gli stivali (il braccio per certi versi rimane marginale in questo frangente) ha consentito di poter sviluppare la meravigliosa scena del ristorante che poi è quella che, secondo me, ha permesso di ottenere quel senso di normalizzazione del maschio alfa di cui si diceva prima.
Impossibile non soffermarsi un attimo sullo stile registico e quindi sull’effetto ottenuto da Spielberg. Quello che ne viene fuori e la maniacalità dei particolari e l’incredibile efficacia degli effetti. Nessuno, se escludiamo il telefono, infatti, può non dire che sembra girato oggi. E la cosa straordinaria, si potrebbe obiettare che alla fine la dinamica era una, ma sarebbe riduttivo, è che le riprese, visto il poco budget, sono durate solo 13 giorni! Se ci si pensa è un autentico miracolo e non per l’esserci riuscito ma per la sensazione, appunto, di curato e razionale che da.
Alcuni dicono che questa corsa al bersaglio con tanto di fuga e ritorni siano state le prove generali per Lo squalo. Personalmente credo che non sia cosi e che i due prodotti siano estremamente diversi sia per le implicazioni prettamente visive che, come detto, per quelle morali/psicologiche. Lo squalo è e rimane un capolavoro stilistico e narrativo, Duel pur non raggiungendo quelle vette aggiunge una componente emotiva/psicologica diversa. Il senso di solitudine che si prova in questo film nell’altro non esiste e non perché non lo si è ottenuto, ma semplicemente perché era un altro l’obiettivo.
Ultimo punto, e qui invece con Lo squalo c’è comunione d’intenti, è il senso di o lui o me/noi che il film vuole trasmettere. Con il passare dei minuti la sensazione di assenza di compromesso/via d’uscita se non con l’eliminazione di uno dei due, aumenta vertiginosamente. Questo era evidentemente, la sensazione cercata sia da Spielberg che da Richard Matheson, autore sia del libro dal quale il film ha preso spunto che dalla sceneggiatura dello stesso, ma un conto è cercarla e uno trovarla soprattutto, all’interno di un canovaccio narrativo comunque privo di variabili.
Chiudendo, Duel è e rimane un solidissimo film di azione, ma che ha sempre trasmesso qualcosa non dico di mistico ma comunque di ulteriore rispetto alla semplice fuga/inseguimento. Le implicazioni psicologiche, paura, solitudine, speranza e angoscia, sono assolutamente presenti e, come detto, con l’uscita di The Fabelmans assumono, sempre a mio avviso, un peso ancora maggiore, se non altro per quel senso soffocante che il protagonista prova e che Spielberg, ora lo sappiamo con certezza, in quegli ha cercato di esorcizzare proprio con il cinema.
Jonhdoe1978























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