
Esistono pochissime certezze nella vita. Due di queste sono Una poltrona per due alla Vigilia di Natale e Lo Squalo con l’ arrivo del primo caldo di Giugno.
Mentre per la commedia di John Landis, la “fortuna” di diventare un appuntamento imprescindibile è dovuta soltanto all’ ambientazione temporale in cui si svolgono le vicende del film, per il capolavoro Thriller del giovane Steven Spielberg (al suo terzo film dopo Duel e Sugarland Express) si tratta di una vera e propria operazione di marketing ed entertainment…più che riuscita.
Già nel 1975, l’ influenza che il mostro meccanico marino ebbe sul pubblico, fu talmente forte che si registrarono imponenti cali di affluenza in tutte le località balneari d’ oltreoceano, ma sfido chiunque, ancora oggi, a riuscire a fare un bagnetto al mare e non lanciare neppure una rapida occhiatina al largo…che alla fine non si sa mai.
E’ proprio questo uno dei punti di forza de Lo Squalo: la facile immedesimazione dello spettatore a calarsi in qualcosa che potrebbe benissimo succedere anche a lui, naturalmente in maniera mooooolto ridimensionata, ma comunque possibile.
A questa innata paura dell’ uomo verso il più antico fra i predatori dei mari, Spielberg ha saputo accostare la sua genialità e consapevolezza del mezzo filmico, puntando tantissimo su montaggio di Verna Fields e la colonna sonora (da Oscar) di John Williams per far crescere paura ed ansia, prendendo a piene mani tutto quanto ammirato dai film del suo amato Alfred Hitchcock. Tutti i problemi avuti sul Set a causa dello scarso galleggiamento dei tre mostri meccanici nell’ acqua salata, sono poi diventati la fortuna di Spielberg, costretto ad ingegnarsi ad inquadrare il suo mostro il meno possibile ed affidarsi soltanto alla sua soggettiva. Basta pensare che lo squalo appare “davvero” per la prima volta dopo più di un’ ora del film.
Non ultima è da considerarsi fondamentale la parte recitativa dei tre protagonisti principali della pellicola: Roy Scheider, Robert Shaw e Richard Dreyfuss sono riusciti, con le loro superlative interpretazioni, a rendere per nulla stereotipati i tre ruoli costruiti per loro dalla sceneggiatura (tratta dall’ omonimo romanzo di Peter Benchley). Proprio a causa dei problemi sopracitati, una buona parte del film è stata girata all’ interno dell’ “Orca”, la barca con cui lo sceriffo Martin Brody, il cacciatore di squali Quint ed il biologo Matt Hooper vanno a caccia dello squalo…luogo in cui la personalità dei tre attori da alla luce memorabili dialoghi su paure, racconti di mare (veri, come l’ affondamento della USS Indianapolis) e naturalmente squali.
La commistione di tutti questi elementi hanno fatto si che, quello che doveva essere un “Blockbuster” estivo da pochi milioni di budget e a cui nessuno aveva dato fiducia (compresi attori e produttori), ha finito poi per rivoluzionare il cinema. E non parlo soltanto dello straordinario successo ai botteghini di tutto il mondo. Lo Squalo è riuscito a trasformare le immagini in inventiva. Inquadrature di qualcosa che non c’è, ma che immaginiamo…che conosciamo ed associamo ai nostri ricordi, riuscendo ugualmente a terrorizzarci.
Un’ alternanza in crescendo di due semplici note, il MI ed il FA, hanno fatto il resto.
Un motivetto che è diventato, anche al fuori dalle sale cinematografiche, simbolo di pericolo imminente.
Un ricordo privato, un’ associazione personale, un’ emozione individuale che però trovano un contrappunto nella memoria di tanti…tantissimi…tutti. Questo è quello che io chiamo CINEMA.
Alessandrocon2esse























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