
TRAILER: felicità a momenti, futuro incerto…
TRAMA: Il titolo del film è la traduzione letterale di “Amò nun te preoccupà” che è un po quello che dice ripete la protagonista Alice al marito Jack (interpretato da Harry Styles). “Amò nun te preoccupà che ho preparato la colazione, ho stirato le camicie, che pure se ho il mal di testa e l’alluce valgo dopo facciamo l’amore, che a cena te la faccio la peperonata con le cozze che ti piace tanto”.
In poche parole tutte frasi che ogni uomo vorrebbe sentirsi dire, ma siamo negli anni 50 e precisamente nella cittadina di Victory, dove tutte le donne parlano in questa maniera e dove tutti gli uomini sono dipendenti dell’azienda che gli fornisce le case in cui vivono…ma vai a capì che fanno.
Fino a quando ad Alice sorge un dubbio atroce: “Famme capì ma mi marito è Harry Styles? Ma te pare che quello lavora? E ndo và tutti i giorni? A cantà quando li concerti in città manco li fanno!”.
Così un film che sembra il più classico dei thriller diventa una roba già vista tipo hai presente le 3 stagioni di quella serie con i vetri oscurati? O quel film con quello gentile che saluta sempre? Ci sarebbe pure quell’altra serie girata ai confini di non mi ricordo dove…però alla fine no perché in “Don’t worry Darling” chi l’ha scritto non si è preoccupato dei vari buchi di sceneggiatura e alla fine un rimpianto ti rimane: Harry Styles poteva almeno falla na canzone!
Voto 4/10
Mklane
Nel 2019 Don’t Worry Darling è stata inserita nella The Black List, lista che contiene le migliori sceneggiature non ancora prodotte. La domanda spontanea che quindi viene, o meglio che è venuta a me al termine della visione, è: ma in questi tre anni si è smarrito o cambiato qualcosa oppure Olivia Wilde (al suo secondo lungometraggio) non è riuscita a trasmettere la potenza di quanto messo su carta? Personalmente propendo per la prima ipotesi, pur riconoscendo alcuni limiti dell’attrice/regista newyorkese, ritenendo a conti fatti questo film sbagliato proprio nelle fondamenta nonostante una fine forse ancora peggiore.
1899. Questo nome mi è rimbombato in mente per diversi minuti dopo l’ultima scena di Don’t Worry darling e questo per la schiacciante considerazione di come ci possano essere risultati cosi distanti davanti a una premessa di base comune. Si perché la storia in questione, dopo un prologo di circa 60 minuti e a differenza della serie citata, comincia a fare acqua da tutte le parti sviolinando tutta una serie di situazioni o specifiche narrative che non reggono. Fatti appena accennati senza concreto supporto di comprensione, altri buttati li e mai spiegati e una fine che non sa di nulla se non l’ennesimo tentativo buonista di un racconto sulle possibilità e sulle scelte. E c’è da dire che io amo questo genere di storie, la mia esaltazione appunto per 1899 lo dimostra, ma qui non c’è veramente nulla di quella bellissima linea tra sogno e realtà sulla quale invece evidentemente puntava il film. Il disequilibrio tra vita perfetta, nuova occasione e forzatura sociale rimane tutta sulle corde e solo una buonissima prova di Florence Pugh evita a Don’t Worry Darling l’anonimato assoluto.
Gli ultimi 20 minuti sono un frullato di eventi confusi senza motivazione abbandonati al caso e alla sola percezione dello spettatore sull’argomento, non riuscendo nessuno di essi, gli eventi, ad essere conclusivo o un minimamente soddisfacente. Insomma, una sorta di parodia superficiale sul ben più alto tema della vita inconscia e quella sperata.
Pessimo.
Voto 4.3/10
Jonhdoe1978
Presentato fuori concorso alla 79ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il secondo lungometraggio cinematografico della regista newyorkese Olivia Wilde, verrà sicuramente ricordato più per le polemiche e gli zotici gossip che hanno accompagnato la presentazione del film, piuttosto che per la sua ambiziosa e (purtroppo) eccessivamente debole e citazionistica narrativa.
*Breve resoconto per chi vive fuori dal mondo:
La Wilde, oltre che artisticamente, si innamora di Harry Stiles, arrivato in sostituzione dopo l’allontanamento/abbandono (difficile capire chi dica la verità) di Shia LaBeouf, prima scelta per interpretare il protagonista Jack Chambers. Da quel momento il set si trasforma in un “luogo della vendetta”, poiché il marito della regista (Jason Sudeikis) si presenta più volte sullo stesso insieme ai due figli per provocare sensi di colpa all’ex moglie. Come se non bastasse, la protagonista femminile Florence Pugh si chiude a riccio e non rivolge più parola all’intero cast, infastidita dalla scarsa preoccupazione della regista al film, in favore delle sue vicende sentimentali e, come ciliegina sulla torta, un presunto sputo da parte di Stiles a Chris Pine (che nel film interpreta Frank) durante la prima alla Mostra a Venezia.
Nonostante tutto però, Don’t Worry Darling si presenta come una pellicola perfettamente coerente con le idee della sua regista e rientrante nei canoni del genere distopico, sebbene impreciso e non esente da errori. Un progetto dal soggetto ambizioso sulla carta, ma che non rende appieno nella messinscena se non nella primissima parte.
L’intento a stimolare un pensiero sociologico e antropologico è valido e la Wilde riesce anche ad infondere residui e frammenti di un manifesto di rivendicazione femminista, ma le oltre due ore di visione risultano smoderatamente prolisse e didascaliche, relegando Don’t Worry Darling ad un esempio di come una pessima promozione possa annientare anche un film che meriterebbe un epilogo diverso.
Buonissima la prova della Pugh nei panni di Alice Chamber, brava a tradurre ogni battuta in linguaggio non verbale fatto di smorfie mai caricate e di intensi sguardi in camera.
Alessandrocon2esse
Voto 4.5/10
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento