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1899 (2022) di Jonhdoe1978

⭐30 Novembre 2022 ⭐ Contrassegnato con: 1899, Recensione 1899

1899 Interna

Con il mito della caverna Platone ha voluto sintetizzare il profondo legame, e differenze, che esiste tra apparenza, conoscenza e condivisione. La prima è la pietra miliare sul quale si basa ogni esistenza e questo, secondo l’autore, soprattutto per l’ignoranza di fondo dell’uomo. La seconda è l’aspirazione di pochi, che lui identifica come il percorso dei filosofi e che metaforizza con la ricerca della luce a discapito delle ombre. E la terza, quale pietra tombale tra i primi due, come l’impossibilità generale per chi è riuscito a vedere la verità di trasmetterla agli altri, relegati come sono questi ultimi a prestare attenzione solo a quello che hanno davanti.

Durante la navigazione verso New York, la nave Kerberhos riceve una chiamata di soccorso che pare provenire dalla Prometheus, scafo scomparso, insieme a tutti i passeggeri, quattro mesi prima. Il capitano Eyk Larsen (Andreas Pietschmann), a dispetto dell’opinione generale (gli ospiti per un motivo o per l’altro non vedono l’ora di arrivare a destinazione), decide di rispondere a tale segnale modificando cosi la rotta di viaggio.

Nel momento in cui si è autori di un’opera gigantesca, per originalità e scrittura, l’attesa per il lavoro successivo è altissima, cosi come l’aspettativa. In una situazione del genere le strade da percorrere sono sostanzialmente due: cavalcare l’onda del successo omologando, nel limite del possibile, la storia successiva a quella precedente oppure tentare di scalare un ulteriore gradino rischiando di cadere rovinosamente. Esiste però una terza via: costruirne due di gradini e sorprendere e entusiasmare ancora una volta. Ed è proprio questo che sono riusciti a fare, dopo l’immenso Dark, Baran bo Odar e Jantje Friese.

Premessa d’obbligo: lungi da me considerare 1899 uguale o superiore a Dark, il percorso è ancora incompleto, ma la sorpresa e lo stupore che ho provato per la struttura complessiva, grazie a un finale pazzesco, mi fa credere che assisteremo ad un altro enorme prodotto.
Per spiegare i motivi di questa convinzione non posso non soffermarmi su elementi cardine della storia, quindi se non avete visto tutte le puntate vi consiglio di fermarvi.

1899, a mio avviso, può essere sintetizzato (ovviamente il mio è un paradosso) in tre macro momenti:

  • L’attenzione iniziale durante la ricerca e il ritrovamento della Prometheus
  • L’assoluto annullamento di ogni riferimento razionale
  • Gli ultimi 20 secondi.

Prima di analizzare con calma questi tre punti mi vorrei un attimo soffermare sulle capacità generali di Baran bo Odar e Jantje Friese di dirigere il primo e di scrivere l’altra. La loro completezza sta nella loro armonia, come se il pensiero dell’uno e la mano dell’altro provenissero dallo stesso spirito. Ora non so se il fatto che siano una coppia anche nella vita può avere una qualche influenza (personalmente ne dubito) ma senza possibilità di smentita, loro sono posseduti dalla stessa magia e follia. Riproporre visivamente i viaggi “impensabili” dell’altro, infatti, se non se ne condivide visceralmente premessa e idea, è impossibile, o meglio difficilissimo. E invece in loro pare esserci una simbiosi sia concettuale che di intenti assoluta che porta la scrittura a sorreggere l’inquadratura e l’inquadratura a spiegare le parole.

Detto questo, che ritenevo fondamentale, torniamo ai tre punti.

Il modo con il quale vengono in qualche modo presentati all’inizio i personaggi è attento e minuzioso. La sensazione è che i due autori siano perfettamente a conoscenza, visto quello che poi succederà, della necessità, ove non far smarrire i riferimenti, che la storia dei protagonisti sia da subito chiara. Chiara (e chiare) ovviamente in riferimento alla situazione attuale e non per il passato e/o il futuro che evidentemente viene raccontato (per modo di dire) man mano. Questa specie di avvolgente appesa attesa, la curiosità su cosa sia successo alla Prometheus incalzava prepotentemente, dura per circa di tre puntate per poi lasciare spazio alla seconda parte (che si concluderà a 20 secondi dalla fine) che stravolge ogni dinamica o supposizione fin li fatta. Da un certo punto infatti, 1899 non fa altro che prendere a schiaffi ogni convinzione data per assodato creando in continuazione domande su domande e paradossi su paradossi e questo, senza darti nessuna risposta, basandosi su una sola innegabile regola dell’inconscio: se stai immaginando è tutto possibile e lecito. Se ci pensiamo bene, infatti, quando sogniamo ogni regola conosciuta, o sarebbe più corretto dire apparentemente conosciuta, subisce delle modifiche o viene completamente stravolta. Questo non ci impedisce, a volte, di credere che non sia vera e anzi, al risveglio, può capitare che il dubbio ci attanagli pienamente confondendoci su quale sia tra le due la nostra normalità. A questo principio, se mai non bastasse, la serie, unisce un’altra grande regola dell’umanità: l’impossibilità di conoscere ogni oltre ragionevole dubbio la funzionalità del nostro cervello, se non attraverso la fredda analisi della materia, e della sua capacità di creare emozioni e impulsi. Il tentativo di combinare questi due momenti, che c’è da dirlo sulla carta non sono neanche pienamente originali, nelle loro mani (degli autori) esplodono splendidamente trasformandosi in una bellissima follia. Il togliere per aggiungere, il dire e poi smentire cosi come, come detto, farti porre una domanda dopo l’altra senza che tu abbia mai una risposta piena, invece, di creare confusione ti esalta e soprattutto ti apre la mente. Tu non dubiti, cerchi di capire. Non ti perdi, ti appigli all’istinto e soprattutto, inconsciamente sai che tutto tornerà perfettamente. Questo senso di accettazione dell’oltre l’apparenza e quindi quasi di giustificativo sull’indubbie iperbole narrative, in questo caso, nasce da Dark. Il potersi spingersi cosi in la, infatti, deriva dal credito che hanno meritato e che cosi gli ha permesso (per fortuna) di stritolare realtà e linee sensoriali per arrivare a una fine, senza possibilità di smentita, inimmaginabile.

Ed eccoci qui, quindi, al terzo punto, che poi è la vera ragione per cui tutto quello visto è diventato esaltante, incredibile, meraviglioso. Non nascondo, infatti, che primi di quegli ultimi secondi, ho avuto la sensazione che ci si stava spingendo troppo oltre e che la spiegazione avrebbe potuto non essere all’altezza o non convincente. E invece, ancora una volta hanno vinto loro. Con quel finale, che ovviamente necessità di almeno un’altra stagione, a mio avviso, Baran bo Odar e Jantje Friese sono riusciti ad andare oltre Matrix (la sensazione di quel rimando è evidente), dando un significato alla pillola rossa e pillalo blu, qui siringa nera e siringa bianca, ancora più pieno e meravigliosamente complicato e incompleto. Si perché 1899 non finisce, sovrappone. Crea un mondo nel mondo, un tempo nel tempo e uno spazio nello spazio da narrativa filosofica e divina. La navicella spaziale nella quale si risveglia Maura Franklin assomiglia infatti, tanto a un purgatorio dopo l’inferno e a un ponte verso il paradiso della salvezza. In questo primo viaggio ascendente, e anche qui ci sono tracce di genio assoluto, la costante, come detto prima, è che certi sogni (lasciamo stare se imposti o no) possono sembrare quasi più veri della realtà vissuta o vivente, facendo cambiare e invertire i rapporti. Addirittura l’amore, il più forte e disinteressato dei sentimenti, subisce il colpo di questa percezione con e oltre l’apparenza seguendo l’onda emotiva dell’irrazionale.

Il cast è eccezionale. Non c’è un solo personaggio, uno solo, che non sia pienamente a fuoco e che non riesca a trasmetterti in pieno tutto il suo vissuto e le sue paure e/o speranze. L’affezionato della coppia, Andreas Pietschmann, è delizioso ed è “oscurato” solo da una Emily Beecham in evidente stato di grazia.
Sintetizzando: gli attori hanno esaltato la storia e la storia ha esaltato gli attori.

1899 non è una serie per tutti, serve una buona dose di passione per il genere e la capacità di riuscire a non perdersi tenendo ben stretti i fili delle elucubrazioni visive e narrative che continuamente ci si pongono davanti. Come detto all’inizio, non si può assolutamente dire che questa serie sia all’altezza di Dark, qui parliamo di un prodotto circolare perfettamente riuscito, ma di certo, per il genere ovviamente, è impossibile non trovarlo, per il momento, entusiasmante e dannatamente ammaliante. A tratti ho avuto l’impressione che il tempo mi girasse continuamente intorno e che i ricordi siano tali solo per come li cataloghiamo noi e non per come effettivamente sono. La percezione diventa padrona e questo al di la se, per chiudere l’esempio iniziale di Platone, quello che vediamo (o crediamo di vedere) siano ombre o chiare e illuminate sagome.
La verità nuda e cruda è che la fantascienza e la bellissima fisica irrazionale, nonostante risiedano per definizione nella stessa casa, molto raramente in una storia riescono a trovare una simbiosi credibile. In 1899 è successo.

Jonhdoe1978

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1899

1899
8.5

Valutazione Complessiva

8.5/10

SCHEDA

  • Ideatore: Baran bo Odar, Jantje Friese
  • Episodi: 8
  • Durata Episodi: 50'-62'
  • Genere: Drammatico/Fantascienza/Thriller

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