
Il cinema è fatto di storie e di gente che per mestiere le racconta.
Quando poi è la vita stessa a servirti sul vassoio storie come quella del broker Jordan Belfort, della sua ascesa ricca di eccessi e della successiva rovinosa caduta e a raccontarcela è quell’ eccelso “cantastorie” di Martin Scorsese…beh, allora le premesse per un film di successo ci sono tutte.
E le premesse infatti non vengono smentite, grazie alla freschezza e all’ umorismo che accompagnano tutta la pellicola che lo “sbarazzino” regista newyorkese ha tirato fuori dal cilindro, a settant’ anni suonati (la scelta di Gloria di Umberto Tozzi, come sottofondo al salvataggio in mezzo al mare in tempesta, la dice lunghissima a riguardo). Una Dark Comedy volgare, scorretta e fallocrate, ma allo stesso tempo intrigante, fruttuosa e ricca di scene memorabili che riesce nell’ impresa di non annoiare mai lo spettatore, nonostante le tre ore di visione.
The Wolf of Wall Street, adattamento dell’ omonima biografia di Belfort del 2007, è un film che ruota interamente sull’ esagerazione: l’ esagerato desiderio di onnipotenza dei protagonisti, l’ esagerato girone di perversione in cui sprofondano sempre di più, l’ esagerata ostinazione della sceneggiatura (firmata da Terence Winter) che insiste sugli stessi medesimi contesti rischiando di esasperarli e l’ esagerata vis comica adottata da Scorsese per frazionare la narrazione. Una pellicola “esagerata” che risulta però equilibratissima nella sua interezza, riuscendo a non scadere in un elogio al vizio, ma in un monito all’ arrivismo ottenuto passando sopra tutto e tutti e alle sue inevitabili conseguenze.
Protagonista assoluto Leonardo DiCaprio, alla quinta collaborazione con il regista in soli 12 anni. Buca letteralmente lo schermo, riuscendo a passare senza fatica dai toni comici a quelli più drammatici e calandosi alla perfezione nei panni del famelico broker, un ruolo controverso che desiderava fortemente portare sul grande schermo…ne è la riprova il fatto che abbia acquistato egli stesso i diritti cinematografici del libro di Belfort.
DiCaprio è abilissimo a rendere palpabili sia l’ insicurezza e l’ inesperienza del giovane Jordan nella prima parte del film, sia l’ avidità dell’ uomo che non si accontenta nemmeno quando in realtà possiede già tutto della seconda parte. Un’ interpretazione rimasta ingratificata solo per la performance in Dallas Buyers Club di Matthew McConaughey. Quest’ ultimo ignorato però dall’ Academy Awards per il suo memorabile Mark Hanna, un cameo di circa 15 minuti in cui tenta di istruire la matricola Belfort sui trucchi del mestiere del broker, una profetica ricetta per “Non perdere l’ equilibrio, spaccarsi il culo e crollare come uno stronzo” , fra “Fugazy”, seghe e cocaina.
Scorsese utilizza proprio la droga come lente di ingrandimento sulle varie personalità dei protagonisti, mostrandoci la loro trasformazione in tre precisi passaggi esistenziali: la sconfitta, il successo e la rovina. Il 90% delle azioni e delle scelte intraprese nel film, sono influenzate da qualche sostanza stupefacente, dalla banale marijuana fino alle “invecchiate” compresse di Quaalude, ma in sostanza l’ assunzione delle stesse è solo benzina sul fuoco delle loro personalità altamente infiammabili…lerci e miseri lo erano già da prima di essere tossicodipendenti.
La reale droga che anima Belfort & Co. e che Scorsese considera focale sono i soldi. Un’ ossessione, quella per il denaro, senza speranza e che provoca danni ben diversi da quelli provocati dalle droghe definite “classiche”, come spiegato in maniera magistrale in uno dei tanti “a parte” in cui DiCaprio sfonda la quarta parete per rivolgersi direttamente al pubblico in sala:
“Ma di tutte le droghe sotto l’ azzurro immenso cielo, ce n’è una che è in assoluto la mia preferita. In quantità sufficiente, questa ti rende invincibile, capace di conquistare il mondo e di sventrare i tuoi nemici. E non sto parlando di cocaina. I soldi non vi comprano solo una vita migliore, cibo migliore, macchine migliori, fiche migliori…vi rendono anche un persona migliore. Potete essere generosi con la chiesa, o con il partito politico che preferite, potete anche salvare quel cazzo di gufo maculato. Io ho sempre voluto essere ricco!”
Quello che rende davvero originale il film è che il Belfort di Scorsese non mostra mai nessun segno di rimorso, nonostante tutto ciò di cui si è macchiato. Perfino nelle scene finali, il sorriso ammaliante e truffaldino del venditore continua a risplendere sul suo volto, lasciandoci col dubbio su quanto possa davvero spingersi l’ avidità dell’ essere umano e se, anche se poi alla fine il conto si presenterà salatissimo, tutto sommato valga la pena di vivere la vita “esageratamente”…anche se per poco.
Alessandrocon2esse
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