
Non è sempre facile parlare di una serie Tv composta da più stagioni, il filo può non sempre essere continuo, così come il ritmo, la morale e il messaggio finale. E’ altrettanto vero che esprimere il proprio pensiero prima della naturale conclusione del suo percorso, può essere fuorviante e a volte, limitato.
In un non meglio precisato paese inglese, due ragazzi diciassettenni, James, chiuso, ermetico e con la convinzione di essere uno psicopatico e Alyssa, lunatica, disillusa e profondamente insoddisfatta, decidono di fuggire insieme. Per soddisfare la voglia di uccidere finalmente un essere umano, Lui, per rompere la monotonia e soddisfare un viaggio d’amore, Lei.
The End of the Fucking World, tratto dall’ omonimo fumetto inglese di Charles Forsman, è un grottesco, splendido, surreale e profondo viaggio intorno alla crescita, all’amore, alla vita e alle diversità.
Il primo grande pregio di questa Serie è la sua facile fruibilità, sono due stagioni (profondamente diverse) con otto episodi ciascuno, della durata media di 20 minuti. Il tempo limitato di ogni puntata, almeno per le abitudini del genere, non hanno in nessun modo intaccato né la profondità emotiva né la raffigurazione generale del contesto narrativo, assolutamente magnifico.
Le due stagioni, come detto sono molto differenti, per tempi, modi e temi trattati, ma che trovano nell’ultima puntata la loro perfetta sintesi, fatta di ferite condivise, di urla nascoste e di luce.
La prima è frenetica, incalzante, incazzata, sulla falsa riga delle sensazioni dell’adolescenza e al suo modo di renderti incompreso, ribelle e insoddisfatto della vita. Qui le percezioni sono ampliate, sia dai comportamenti estremi dei due protagonisti che dalla continua geniale contrapposizione tra pensieri e parole che le voci fuori campo regalano. Ben presto una semplice fuga di poche ore si trasforma in una Dark Novel che non farà altro che scoperchiare tutte le paure, le debolezze e le frustrazioni di un passato per entrambi, difficile e oscuro e che improvvisamente, è venuto a presentare il conto. Dalla completa assenza e di conseguenza, ricerca di emozioni si arriva per i due, alla difficoltà della gestione delle stesse, come se il mondo all’improvviso fosse diventato da troppo grande a troppo piccolo, come quando da adolescente si diventa adulto.
La loro tanto giovane quanto grande unione diventa inevitabile, indispensabile, quasi aria. E questo senza che, nessuno dei due, l’abbia ne chiesto ne cercato. O meglio, Lei lo ha ritenuto subito il suo ragazzo, ma quasi come ripicca, senza mai immaginare l’immensità di un silenzio condiviso o di un gesto accennato.
La seconda stagione, riparte, esattamente e giustamente dalla fine della prima, sulla spiaggia, ma il taglio scelto è completamente diverso. La frenesia lascia spazio alla riflessione, che riesce a dare maggiore luce alla protagonista di questa parte (ultima puntata esclusa): la solitudine.
La solitudine di James, le sue ferite, la sua lettera imposta, il suo pensiero sempre rivolto a Lei. La solitudine di Alyssa, coperta verso un matrimonio aggiustato, che ha la stessa valenza di un cerotto su una emorragia. La solitudine di Bonnie (il nuovo personaggio), aggrappata a un amore fittizio, surreale, malato.
Il modo con cui sono state intersecate le vite dei tre, è stato intelligente, curato, assolutamente credibile e soprattutto, possibile. Il rischio che si corre quando si decide di fare un continuo, è di forzare la narrazione, cercando di far combaciare per forza certe situazioni. Non è stato questo il caso.
Sullo sfondo di ognuno di loro c’è l’ombra della disperazione, quella silenziosa, ma che ha la capacità di squarciare il cielo e l’anima. I dialoghi sono ridotti all’osso e sono fantasticamente, controbilanciati dalle urla interiori, raccontate, nuovamente, dalle voci fuori campo, mai come in questo caso, assolutamente coinvolgenti. I ritmi forsennati della prima stagione sono sostituiti dalle inquadrature ferme e tenute della seconda, come se il cuore, dopo tanto stress, abbia bisogno del suo tempo per battere.
Dicevamo dell’ultima puntata. Il crocevia di ogni sensazione, del rifiuto e contemporaneamente dell’accettazione del mondo, delle sue contraddizioni, del suo modo di rifiutarci e di accettarci, del suo modo di ucciderci e cullarci. Il trovare in mezzo al fango dell’acqua pulita con cui dissetarsi e nutrisi, guardando una sconfinata radura come se fosse l’inizio di un Eden personale e dove una cicatrice di gioventù diventa il collante per il nostro cuore.
The End of the Fucking World è un gioiello assoluto, un grido esasperato verso tutte le debolezze che la vita ci può riservare. Un inno a prendere tutta la sofferenza e canalizzarla verso quello che di positivo ci può capitare, o meglio, verso una persona che può ascoltare i nostri silenzi o le nostre continue parole, in una contrapposizione che non ha nulla di paradossale. Un bianco e nero che trova la sua linea di congiunzione, il suo modo di mescolarsi, fondersi, in nome di un qualcosa che va al di la delle retoriche conosciute. E ci urla un grande Vaffanculo dietro a due mani che si uniscono.
Jonhdoe1978























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