
TITOLI DI TESTA: avemo finito li colori…
TRAMA: ci sono personaggi che possono essere reinterpretati all’infinito. E poi c’è Spider-Man, che ormai ha attraversato così tante dimensioni, universi e versioni alternative da sembrare più un concetto che un personaggio. Con Spider-Noir, la domanda era semplice: può funzionare una serie intera costruita attorno a una delle incarnazioni più particolari dell’Uomo Ragno? La risposta è sì. Ma con qualche riserva.
Al centro troviamo Nicolas Cage, che probabilmente a questo punto della carriera ha interpretato qualsiasi cosa esista sulla faccia della Terra, però gli mancava l’arrampicaragnatele in bianco e nero. E la cosa divertente è che il personaggio non gli è nemmeno nuovo: era già stato la voce di Spider-Man Noir nei film di Spider-Man: Into the Spider-Verse. Qui però il gioco cambia completamente. Il suo Spider-Man non ha nulla del Peter Parker (vabbè che qui si chiama Ben Reilly, e se pensi che non lo so, tranquillo che la Saga del Clone l’ho letta quindi sto parecchio sul pezzo) che il pubblico conosce. È più duro, più cinico, più stanco. Un uomo che sembra uscito da un vecchio pulp degli anni Trenta e che Nicolas Cage interpreta con sorprendente convinzione. A tratti sembra davvero la controfigura perduta di Bela Lugosi, ma riesce comunque a dare peso e presenza al personaggio.

Il peso del personaggio sorretto dai cavi
La trama segue una struttura classica che più classica non si può: criminalità organizzata, la femme fatale, corruzione, figure di potere che controllano la città e un vigilante costretto a muoversi tra le ombre. I cattivi vengono reinterpretati secondo l’epoca e, per quanto si tratti di un universo fantastico, la trasposizione funziona. Ogni antagonista sembra appartenere naturalmente a quel contesto storico. L’aspetto più interessante della serie resta però l’estetica. Il bianco e nero non è un semplice vezzo stilistico. Costruisce un mondo coerente, distante, quasi irreale. Anche gli effetti speciali, che inizialmente possono lasciare perplessi, finiscono per trovare una loro logica proprio grazie a questa scelta visiva. Sono diversi da quelli a cui siamo abituati e creano un filtro che separa costantemente lo spettatore dalla realtà.
Eppure, guardandola episodio dopo episodio, nasce una sensazione difficile da ignorare. La serie sembra sempre sul punto di essere qualcosa di più. Perché il titolo promette “Noir”, ma di noir vero ce n’è poco. Non c’è un grande mistero da risolvere. Non c’è quell’atmosfera investigativa fatta di dubbi, inganni e verità nascoste. C’è l’estetica del noir, ma raramente la sua anima. Ed è qui che entra in gioco il rimpianto più grande (almeno per me).

“Fammela così Sam…”
Più la guardavo e più pensavo che forse un autore come Joe Johnston sarebbe stato perfetto per un progetto del genere. Uno che con The Rocketeer e Captain America: The First Avenger ha dimostrato di sapere come trasformare il passato in immaginario cinematografico.
Perché l’idea davvero affascinante non era semplicemente ambientare Spider-Man negli anni Trenta. Era girarlo come se fosse stato realizzato negli anni Trenta. Effetti pratici, trucchi ottici, fondali dipinti, sovrimpressioni, ombre espressioniste. Una serie che non imitasse soltanto l’epoca, ma il linguaggio stesso del cinema di quell’epoca. Forse sarebbe stata un’operazione più rischiosa. Ma probabilmente anche più memorabile.

Datte foco, ma non in CGI
Così com’è, Spider-Noir resta una serie piacevole, visivamente coerente e sostenuta da un Nicolas Cage che sembra divertirsi molto più di quanto dovrebbe. Il problema è che si dilunga. Tre episodi in meno avrebbero probabilmente reso tutto più compatto, più incisivo e più vicino a quell’idea di racconto pulp che la serie insegue continuamente senza mai afferrare del tutto.
TITOLI DI CODA: una serie che non è una rivoluzione. Non è nemmeno il noir definitivo che il titolo promette. Ma è una curiosa deviazione nell’universo di Spider-Man. E in un panorama dominato da supereroi sempre più uguali tra loro, a volte anche una deviazione può avere il suo valore. Poi sai che c’è: vuoi mette Nicolas Cage che spara le ragnatele?
EXTRA: avete detto overacting? Ce stà pure qua…solo co più ragnatele.
Mklane
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