
Per dirigere Schindler’s List, Steven Spielberg rinunciò interamente al suo compenso ed utilizzò una parte dell’ incasso per creare la Survivors of The Shoah Visual History Foundation, un’ organizzazione no-profit per la collezione audio-video delle testimonianze di circa 52.000 sopravvissuti.
In realtà, inizialmente, Spielberg avrebbe dovuto essere soltanto il produttore della pellicola ed una volta accettata la regia attese ben 10 anni prima di girarlo poiché, all’ età di 37 anni nel 1983, non si sentiva ancora pronto ad affrontare il tema dell’ Olocausto.
Prima di Spielberg furono contattati Sidney Lumet e Roman Polanski, ma entrambi rifiutarono la proposta. Il primo perché convinto di aver già abbondantemente trattato nel 1964 la Shoa col suo L’ uomo del banco dei pegni, il secondo perché (come Spielberg) non si riteneva pronto, avendo vissuto fino all’ età di 8 anni nel ghetto di Cracovia ed aver perso la madre nel campo di concentramento di Auschwitz. Affrontò il tema solo nel 2002 con Il Pianista.
La produzione virò quindi su Martin Scorsese. Dapprima interessato alla proposta, alla fine finì anche lui per declinare, convinto che l’ argomento dovesse essere trattato da un regista ebreo e propose lui stesso a Spielberg di “scambiarsi” una regia. Spielberg a quel punto accettò, cedendo al collega Cape Fear.
Un ultimo colpo di coda fu tentato da Billy Wilder che, avendo contribuito alla stesura della sceneggiatura e perso molti parenti durante l’ Olocausto, provò a convincere Spielberg a cedergli la direzione del film, ma a quel punto il regista era già in Polonia già pronto a girare. Elegantemente rispose picche.
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento