
Presentato in anteprima mondiale allo scorso Festival di Cannes, è arrivato alla 18^ edizione della Festa del Cinema di Roma La passion de Dodin Bouffant, pellicola francese diretta e sceneggiata da Trần Anh Hùng e liberamente ispirata al (quasi omonimo) romanzo La vie et la passion de Dodin Bouffant, gourmet dello scrittore svizzero Marcel Rouff.
A sette anni dal suo ultimo lungometraggio, Éternité, il regista vietnamita naturalizzato francese torna sullo schermo con un’opera che prosegue la “vena” della sua personale lirica al cibo, cominciata sin dal suo film d’esordio premiato a Venezia nel 1993: Il profumo della papaya verde.
Proprio come nel suo ultimo lavoro, Tran Ahn Hung si lascia ispirare nuovamente da un romanzo e stavolta lo fa per traslocare dalla carta al grande schermo la storia del “Napoleone del gusto” Dodin Bouffant (Benoît Magimel) e della sua inseparabile ed eccezionale cuoca Eugénie (Juliette Binoche), in un affascinante ritratto di fine ‘800, dove la cucina si sposa alla letteratura, alla pittura e all’innovazione tecnologica dell’epoca.
La passion de Dodin Bouffant non è una pellicola che racconta molto, o che si affida troppo al puro concetto di azione. Non è un film che si basa sul susseguirsi di eventi, svolte improvvise svolte o plot twist…anzi. Per fortuna/purtroppo La passion de Dodin Bouffant è uno di quei rari film non adatto a tutti e, soprattutto, non è un film da guardare a stomaco vuoto. Come il sottoscritto.
In un film dove tutto ruota intorno al cibo, la trama è gracilina e malnutrita: Ci troviamo in Francia, nel XIX secolo, dove da oltre due decenni Eugénie prepara eccezionali pietanze per e con il celebre gastronomo Dodin Bouffant. Costretti a passare gran parte del loro tempo insieme in cucina, tra i due nasce un evidente sentimento, ma Eugénie, per mantenere intatta la sua libertà, si è sempre rifiutata di sposare Dodin.
Tutto qui. A Trần Anh Hùng non serve null’altro per raccontare questo film sull’amore. Il suo amore totale per la cucina, sia filmata che discussa nei minimi particolari e l’amore tra i suoi due protagonisti, a loro volta innamorati perdutamente dell’arte culinaria.
Per tutti i 134’ della durata del film, i fornelli dell’inarrestabile cucina e l’intensità nella descrizione di ogni passaggio della preparazione di ogni singolo piatto, si specchiano nel rapporto tra le fragili anime di Dodin e Eugénie. Un lento ed imponente pasto in compagnia, che si protrae per ore ed ore, mentre il sole scende all’orizzonte. I procedimenti di preparazione, cottura e composizione finale degli ingredienti di ogni ricetta mostrata, prendono vita e movimento tramite riprese panoramiche e zoom sui singoli piatti, attraverso vere e proprie coreografie da balletto d’opera e le scene di degustazione fanno arrivare sapori e sentori attraverso lo schermo come per pressione osmotica, immergendo lo spettatore in un’esperienza sinestetica tra colori, odori e suoni.
Ogni parola aggiuntiva sulla trama risulterebbe di troppo. La poesia delle immagini e dei dialoghi, centellinati ed accurati, sono tutto ciò è necessario per tessere le lodi di questo dipinto impressionista che si sarebbe guadagnato il “Like” di Claude Monet.
La totale assenza di musiche, sostituite dal perpetuo cinguettare che giocano coi ricordi di un’epoca vissuta lontano dalla cagnara delle metropoli, è per lo spettatore come un tuffo in un realismo disarmante e coinvolgente. L’impressione è a metà tra quella di osservare di nascosto, come si faceva da bambini, le mani esperte di mamma o di nonna, mentre si muovono tra farine, pentoloni, tegami e libri di ricette, con il solo desiderio di riuscire a sgraffignare ed assaporare qualcosa, prima che venga servita a tavola e quella dell’apprendista che osserva con ammirazione il lavoro dello chef.
La passion de Dodin Bouffant è un film di sensazione ed ambientazione, che tenta di restituire l’ormai perduta sensazione di una cucina dove si creano piatti e sentimenti. Un luogo dalla dignità quasi nobiliare, dove si cucina insieme e, sempre insieme, si trasforma un pasto in un’esperienza filosofica e poetica…non in un freddo ed inespressivo post su Instagram.
Ingrediente segreto (ma nemmeno troppo) poi, è la chimica tra i monumentali Benoît Magimel e Juliette Binoche, che per ricreare la loro totalizzante storia d’amore, pescano sicuramente dai numerosi anni di vera relazione, da cui hanno avuto anche una figlia e dal precedente I figli del secolo, pellicola del 1999 di Diane Kurys, dove avevano dato volto, corpo e sofferenza ad una giovane e scapigliata coppia di amanti. A quasi 25 anni di distanza, tornano ad interpretare nuovamente due innamorati, ma stavolta adulti e consapevoli. La cucina, oltre ad essere una passione condivisa, diventa il loro mezzo per dichiararsi amore a vicenda.
Veder recitare Magimel è sempre un piacere e Dodin è un ruolo senza dubbio degno sia della sua bravura che della sua stazza. Per il personaggio della Binoche, presente in sala a Roma durante l’anteprima nazionale e deliziosa nel congedare l’interprete e sforzarsi a ringraziare in italiano per il premio consegnatole prima della proiezione, va invece approfondita la duplice essenzialità per Dodin all’interno dell’opera: Eugénie non rappresenta esclusivamente l’unica figura femminile che incarna l’amore e la dedizione per il cibo, ma ritrae anche la personificazione di ciò che vuol dire “cucinare per amore”, quando sarà Dodin a dover cucinare per lei poiché impossibilitata a farlo. Una straordinaria sintonia recitativa di coppia per due colossi del cinema d’oltralpe.
La passion de Dodin Bouffant corre un unico rischio: quello della sottovalutazione. Rischio in cui potrebbe incappare lo spettatore bisognoso di contenuti, che nel film di Trần Anh Hùng possono risultare davvero pochi.
A mio parere, invece, il regista ha il merito di riuscire a trasformare un’attività semplice come quella di mettersi ai fornelli, in una ben più complessa metafora di sacrificio reciproco, incondizionato ed assoluto, verso la persona che si ama. Non a caso, infatti, al film è stato abbinato un sottotitolo internazionale: The Pot-Au-Feu. Trattasi del piatto preferito di Dodin e cucinato impeccabilmente da Eugénie, che consiste in un bollito di carne e varie verdure cotte a temperatura bassa e prolungata. Un piatto apparentemente semplice, ma che, proprio per la sua lunga preparazione, necessita di tempo e dedizione.
Così come il sottoscritto, a stomaco vuoto come già detto, ha saputo mantenere il controllo durante i primi 30’ di “Pura Poesia Gastronomica” ed evitato di correre fuori dalla sala a fiondarsi su un unto panino salsiccia e peperoni, anche il regista non si è lasciato soverchiare dalla necessità di manifestazioni superflue, mantenendo il controllo e rimanendo fermamente attaccato alla sua favola.
Trần Anh Hùng è una prova coerente ed integra di come si possa riuscire ad emozionarsi davanti ad uno schermo, senza dover ricorrere necessariamente alla pornografia del cordoglio.
Alessandrocon2esse
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Bellissimo commento,vero,sincero e professionale
Anche spiritoso
Complimemti