
Storicamente non esiste un paese dalla forte impronta gerarchica come la Cina. In particolare nel periodo che va dal 200 a.c. circa sino ai primi anni del novecento, l’imperatore incarnava il potere assoluto convogliando in se, per le credenze del popolo, sia il potere terreno che quello spirituale. Soprattutto su quest’ultimo, quale conseguenza delle antiche convinzioni tramandate nei secoli, esso era considerato come la punta più alta di un percorso eterno comunque appartenenti a tutti.
Dopo un lungo incipit nel quale viene spiegato l’origine dell’imperatore Dragone e della sua maledizione, ci ritroviamo nell’Inghilterra del 1946 dove “Rick” O’Connell (Brandon Fraser) e Evelyn O’Connell (Maria Mello), abbandonata la loro vita spericolata tra un’avventura e l’altra, cercano di vivere nella normalità e tranquillità. Questo genere di esistenza ai due coniugi però, non gli si addice e cosi quando gli arriva la chiamata all’ennesima consulenza accettano senza tentennamenti. La destinazione questa volta è la Cina, paese dove, senza che lo sapessero, il figlio Alex (Luke Ford) aveva appena trovato la tomba del temibile imperatore.
Alcune volte cerco di cambiare prospettiva mettendomi nei panni di produzione e sceneggiatore. E’ chiaro che l’equilibrio di un film va al di là della semplice idea investendo l’utilizzato del budget, la logistica, la trasposizione in immagine di quello messo su carta e soprattutto il montaggio. Non è raro infatti che la percezione del girato di un attore (ne ha dato testimonia recentemente Russell Crowe) venga stravolto dalle scene poi effettivamente scelte o che lo sviluppo pensato all’inizio si trasformi proprio mentre si cerca di mettere tutti i pezzi al loro posto.
In certi casi però tale lavoro diventa completamente inutile (e la domanda sarebbe come non accorgersene ma si entrerebbe in un campo troppo esteso e complesso) essendo il prodotto sbagliato e distorto sotto tutti i punti di vista.
La Mummia – la tomba dell’Imperatore Dragone è uno di questi casi.
La distruzione di questo titolo, a mio avviso, nasce già dalla sua genesi e in particolare per non aver dato di nuovo mandato per regia e sceneggiatura a Stephen Sommers (che si era proposto) e di aver avallato la sostituzione di Rachel Weisz (che aveva accettato ma per un problema personale in quel preciso momento non poteva), la protagonista, con Maria Bello. La prima considerazioni nasce non tanto sulla scelta a bocce ferme, non è detto che mantenere lo stesso autore sia sinonimo di successo, ma aver appoggiato la sceneggiatura propostagli. Possibile che all’analisi della stessa non si siano accorti dei buchi narrativi, delle forzature interpretative e soprattutto della inconsistenza e impalpabilità generale? E ancora, hanno minimante provato a mettere a confronto la struttura del primo film, ma anche per certi versi del secondo, con questo carpendone cosi le profonde differenze di spessore e fruibilità? Si perché l’altro grande limite di questo film è proprio l’incapacità consequenziale del discorso, che sembra quasi più un prodotto a capitoli, molti dei quali fatti male, che un’unica grande storia in cui immergersi. In questa condizione, ed era inevitabile, anche i personaggi risultano poco accattivanti, lontani anni luce da quello che erano, e fastidiosamente passivi. Il palleggiare il pallino del protagonista da uno all’altro, a volte in maniera ingiustificata, non ha l’effetto di distribuire in maniera omogenea personalità e motivazione ma di alleggerirne l’impatto. Tale inversione di tendenza, come detto nella recensione precedente già parzialmente iniziato nel secondo capito, ha completamente investito il film a cominciare, e qui torniamo al punto iniziale, da Evelyn. Cambiare protagonista, ed era INEVITABILE, ha completamente ucciso l’empatia degli O’Connell, disidratato quello sgorgo d’amore che aveva segnato, in contrapposizione a Imhotep e Anck Su Namun, tutto il percorso dei primi due film.
Senza entrare nell’analisi della parte interpretativa, il livello è veramente basso, una cosa si salva: gli effetti speciali. A differenza del secondo capitolo e come continuazione del primo, sono bilanciati, affascinanti e soprattutto comprensibili. Quello che fanno, infatti, non è essere loro stessi i protagonisti ma marcare un qualcosa già definito di per se, senza esasperazioni o inutili iperbole visive fine a se stesse.
La considerazione che si potrebbe superficialmente fare è che i sequel non possono mai essere all’altezza dei genitori. Questo approccio non mi ha mai convinto e la storia del cinema ha spesso confermato questa mia inclinazione. Un esempio su tutti, che poi è la serie che ha ispirato proprio questa saga, Indiana Jones. Il terzo capitolo, Indiana Jones e l’ultima crociata è, infatti, a livello de I predatori dell’arca perduta. La discriminante è la lucidità di giudicare l’idea cercando di esaltare tutta la strada fatta e non continuarla a solo scopi commerciali (errore per altro fatto dallo stesso Indiana Jones nel quarto capitolo). Il problema è che La Mummia – la tomba dell’Imperatore Dragone è andata ancora oltre storpiando e avvilendo sia se stessa, intesa come serie di film comune, che il genere. Fatti sconnessi, spiegazioni campate in aria, situazioni ritrovate e non preparate e soprattutto aridità morale ed emozionale. Insomma tutto il contrario di quello che è stato e di quello che era lecito aspettarsi da un format che aveva la necessità, a mio avviso, di approfondire e non distruggere per ricreare. E anche se si sceglieva questa seconda strada, il modo, a differenza di quello fatto e dichiarato da Rob Cohen (il nome del regista l’ho lasciato alla fine), doveva essere di continuità espressiva e non di un piatto confuso e disomogeneo da lanciare maldestramente allo spettatore.
Jonhdoe1978
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