
Tra tutte le civiltà antiche quella che ha sempre destato maggiore curiosità è quella egizia. La motivazione di questo ascendente, tralasciando l’unicità architettonica e di costumi, peraltro collegate a quanto sto per affermare, va ricercata nel modo assolutamente unico con il quale questo popolo è riuscito ad avvolgere di mistero il trapasso tra la vita e la morte, quasi che la prima, nella giusta misura, non fosse altro che un’appendice della seconda. Questa considerazione nasceva dalla loro profonda convinzione, e da qui gli studi e le ricerche, che la morte non sia altro che un nuovo ponte verso una nuova esistenza.
Nell’antico egizio tutte le amanti del faraone non potevano essere toccate se non da lui. La pena per quelli che infrangevano questa regola era la morta o peggio, peraltro mai utilizzata, la maledizione del Hom Dai, che prevedeva il taglio della lingua e la sepoltura da vivo insieme a degli scarabei carnivori. Tale terribile sorte, che comportava la vita eterna tra atroci agonie, toccò all’alto sacerdote Imhotep (Arnold Vosloo) che non solo aveva avuto una relazione con Anck-su-Namun, ma aveva cercato di resuscitarla (era stata uccisa dopo essere stati trovati in fragranza dal faraone stesso) trafugando i suoi organi.
Il luogo nel quale fu sepolto Imhotep, ora conosciuto come Hamunaptra, con il tempo diventò attrattiva di esploratori e avventurieri convinti che al suo interno fossero nascosti tesori inestimabili.
Tra quelli che sono riusciti a raggiungerlo c’è Richard “Rick” O’Connell (Brandon Fraser), che però è costretto poco dopo a rifugiarsi nel deserto per sfuggire ai beduini addetti a difendere l’equilibrio del luogo. Imprigionato a Il Cairo, viene salvato e liberato da Evelyn Carnahan (Rachel Weisz) con la promessa però di essere portata appunto a Hamunaptra.
Alla fine degli anni ’90, ma questo discorso può essere tranquillamente ampliato anche ai primi anni duemila, il cinema era un evento e, soprattutto in certi giorni, non potevi permetterti di decidere all’ultimo momento di andarci. La procedura era particolare, non c’era la possibilità di prenotare on line, e consisteva nel recarti nella struttura il prima possibile (si poteva fare solo per lo stesso giorno, in pratica non potevi andare oggi per domani) e prendere i tagliandi per l’ora desiderata. E questo è esattamente quello che feci, era d’altronde un sabato, quando vidi per la prima volta, era il 1999, La Mummia. La sala era piena in ogni ordine di posto e l’attesa si mischiava alla voglia di tutti, grandi e piccoli, di evasione e spensieratezza. E il film nelle quasi due ore di durata non ha deluso nessuna di queste aspettative, risultando complessivamente emozionante, intenso e coinvolgente.
Stephen Sommers, regista e sceneggiatore, è riuscito, infatti, a combinare, sulle evidenti tracce di Indiana Jones, l’avventura più pura all’ilarità della commedia mantenendo inalterata una solidità narrativa e storica a tratti invidiabile. Sotto questi ultimi due punti di vista quella che è emerso è di una trama che è andata oltre la semplice consequenzialità incastrandosi nel più difficile puzzle storico/esposito con un’esaltazione mirabile sia dei protagonisti che della loro provenienza. La chiarezza storica, i primi minuti sono la perfetta fotografia di come sintetizzare un racconto complesso, e la lucidità di trasportarla nel presente, infatti, non solo hanno di fatto abbattuto immediatamente tutte le remore della conoscenza (in sostanza non c’era bisogno di conoscere alcunchè degli egizi per capire gli eventi) ma hanno consentito una snellezza nell’ immedesimazione naturale quanto indispensabile. Un farraginoso incipit avrebbe, a mio avviso, infatti, tolto leggerezza e freschezza a tutto quello che sarebbe successo dopo, con il cervello che in qualche modo sarebbe rimasto impegnato a far coincidere le varie vicende.
Detto questo, che riguarda la parte generale della genesi e della struttura del film, un discorso più approfondito meritano lo sviluppo dei personaggi e di quello che rappresentano e gli effetti speciali.
Nonostante un’ironia costante e incalzante, La Mummia è riuscita a sciorinare, attraverso le diverse personalità dei molti personaggi, tutta una serie di tematica complesse e profonde che vanno dall’aspettative all’ingiustizia passando dal bello e dal brutto dell’amore e l’avidità. Sotto questo punto di vista, inteso come insieme di quanto detto, emerge la continuità storica dell’uomo e del suo agire sempre oltre le proprie possibilità. Se ci si pensa bene, infatti, la storia di Imhotep, meno di Anck-su-Namun (e forse questo è un piccolo difetto del film), può essere tranquillamente la storia di tutti seppur dall’alto di un’aberrazione, c’è da dirlo, però, nata da un’ingiustizia. Il suo agire non è altro che il sentiero dell’amore, con tutte le conseguenze, oggi come ieri, che da esso derivano. Di diverso tenore i ruoli dei due protagonisti attuali, Rick ed Evelyn, che invece vogliono essere il contraltare della possibilità unità alla volontà e alla passione. E’ come se sia cercato, con successo direi, di cavalcare un filo temporale tra abitudine e superstizioni con il risultato di esaltare cosa fosse cambiato e cosa no nel nostro mondo e di quanto, tra il razionale e non, ci possa essere di vero in quel passaggio tra la vita e la morte di cui ho accennato all’inizio. La cultura egizia, infatti, diventa quasi trasversale andando a invadere la coscienza complessiva e comune con delle dinamiche e domande che si trasformano cosi in universali.
Gli effetti speciali per l’epoca erano assolutamente all’avanguardia e lo erano cosi tanto che ancora oggi mantengono un indubbio fascino. La cascata di sabbia, ad esempio, con tanto di riproduzione del volto della mummia, era impressionante all’epoca ma assolutamente gradevole anche oggi.
Che Brendan Fraser sia perfetto per questo ruolo è una cosa facile ma anche necessaria da dire. Un attore meno empatico, seppur più bravo, non avrebbe mai reso lo stesso e questo per quel bizzarro meccanismo, ma che io amo, che le sensazioni contano molto di più dell’estetica. Differente il ruolo di Rachel Weisz che da più l’impressione, anche se non sfigura, di essere maggiormente “sostituibile”. Assolutamente perfetti nei rispettivi ruoli sia Arnold Vosloo, nei panni di Imhotep/Mummia, che John Hannah, nei panni del fratello di Evelyn. Entrambi, infatti, sono riusciti a mostrare e trasmettere esattamente quello che dovevano: la rabbia e l’inquietudine il primo, l’improvvisato e imbranato avventuriere l’altro.
All’inizio parlavo di evasione e spensieratezza. Quella sera del maggio del 1999 era esattamente quello che cercavo, il periodo era abbastanza complicato, ed è quello che ho trovato. Le altre considerazioni, compreso l’approfondimento dei rituali egizi e tutte le connessioni emotive di cui ho parlato, verranno molto dopo. Mischiando la prima impressione con quelle successive, trovando cosi un equilibrio sull’approccio, è innegabile non ritenere questo film uno tra quelli di genere maggiormente riusciti. Pochissimi attimi di pausa e una morale, tra un mistero e l’altro, sempre bilanciata e appassionante. Non è un caso che da questo film si sia aperto tutto un filone con risultati, è giusto sottolinearlo, non sempre degni ma che non possono in nessun modo sminuirne la portata generale, al di là poi del personalissimo e dolce/amaro personale ricordo.
Jonhdoe1978
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