
Esistono film che hanno segnato una generazione, e poi esistono I Goonies.
Per tutti quelli nati negli anni settanta e mi spingerei sino ai primi anni ottanta, I Goonies hanno rappresentato tutto quello che si voleva nella vita: l’avventura, l’amicizia, l’amore (o l’inizio dell’amore), la lotta all’ingiustizia, andare oltre l’apparenza, la famiglia, la speranza e dulcis in fundo, il sogno.
Nato da un soggetto di Steven Spielberg, il suo stile del periodo è leggibile sin da subito, scritto da Chris Columbus e diretto da Richard Donner (su cui tornerò), il film è un viaggio meraviglioso nell’adolescenza sana e tutto quello che si dovrebbe provare o pensare in quella fase. Ovviamente la storia è rapportata a quelli di anni (ora tutto sarebbe un po’ diverso) e mettendola sul personale, che poi è il motivo principe per cui si scrive qualcosa su un qualcosa, ha segnato, tra le altre cose, profondamente il modo con cui mi sono da quel momento approcciato alle mie avventure (o presunte tali). Da quella visione, ogni bosco o insenatura di alberi erano cosi diventati un posto da scoprire, una trappola da evitare, un tesoro da trovare e/o qualcuno da salvare. Per carità, anche prima per indole giovanile era cosi, ma la percezione, l’approccio e le possibili evoluzioni da quel momento sono state diverse.
E se questa è la base, la vera perla de I Goonies è stata la caratterizzazione dei personaggi e la loro varietà e intercambiabilità. Sostanzialmente, pur essendoci un protagonista evidente, il racconto quando passa su gli altri personaggi non perde mai di interesse trovando sempre il modo di stuzzicare, esaltare e avvolgere. E’ stata trovata un’armonia complessiva tra coralità e singolarità che forse non ha precedenti nella storia del cinema, soprattutto se rapportata all’età. L’adolescenza, infatti, nel suo complesso ha meno sfaccettature ed è quindi più facile incappare in qualche sovrapposizione o zona d’ombra uguale.
Rientra in questo discorso anche la delicatezza e la capacità di gestire la parte sociale della storia. Fondamentalmente I Goonies ci parla di una parte povera della società americana ma lo fa senza appesantire troppo il discorso esaltando la parte emotiva e di unità della stessa. E con questo non vuole dirci che nella povertà c’è più coesione, ma che anche nella povertà ci può essere. E’ diverso. Messo in chiaro in questo, con sullo sfondo la poesia del tesoro, del personaggio del passato che ha nascosto il suo lascito (Willy l’Orbo l’ho sempre trovato un nome geniale), il film passa a un livello superiore di socialità senza però mai perdere i suoi parametri decisi. In pratica, ci sono i buoni e i cattivi e questo se ci si pensa in un racconto del genere non è più cosi scontato. Di solito c’è (e c’è sempre stata) la rincorsa ai doppi giochi (Spielberg è il maestro di queste situazioni), qui invece, no. L’unico personaggio ibrido è Lotney “Sloth” Fratelli e credo che il suo ruolo è stato pensato proprio come trade union tra l’adolescenza e la sua “purezza” presunta e l’età adulta spesso portatrice di egoismo e possesso.
Addirittura inarrivabile, almeno per me, la gestione della fine. E non mi riferisco alla parte esclusivamente visiva, peraltro bellissima, ma a quella concettuale. Senza possibilità di incappare in qualche spoiler, il film ci mostra come idealmente nella vita la ricchezza e i soldi servono per sopravvivere non per vivere. La pietra trovata, infatti, è una piccolissima parte di quello presente nella nave, ma serve per lo scopo e qualcosa in più e questo tanto basta. E’ ovvio che chiunque abbia visto il film abbia pensato a quanto ci potesse essere in quella stiva, ma poi il pensiero è andato oltre e il merito è di chi ti ci ha portato a fare questo passaggio mentale e quindi agli autori.
A proposito di autori, mi perdonerà Spielberg ma vorrei spendere due righe su Richard Donner. Tra il 1985 e il 1987 ha diretto tre film: Ladyhawke, I Goonies e Arma Letale. Comun denominatore? Assolutamente nessuno. E questo ci dice solo una cosa: Donner è stato un regista immenso, bravo come pochi a gestire storie e situazioni diverse senza mai perdere di intensità e capacità comunicativa ed emotiva.
Un film come I Goonies oggi come oggi non si potrebbe scrivere e anche chi lo vedesse ora (e mi riferisco alla nuova adolescenza, almeno alla maggior parte) non ne capirebbe il senso e la motivazione. Non troverebbe lo stesso senso del mistero che una generazione ha sentito e provato, quasi che ora molto sia allo scoperto. I ragazzi dei I Goonies piaceva sporcarsi le mani, essere bagnati, scuciti, sentire la natura addosso, ora tale sensazioni vengono quasi schivate e considerata malsane.
Detto ciò e tornando indietro nel tempo, I Goonies hanno segnato la mia adolescenza e non faccio fatica a considerarlo il film d’avventura definitivo per me in quegli anni. Ci potrei mettere Indiana Jones (guarda caso sempre di Spielberg) ma il fatto che i protagonisti erano miei coetanei o quasi (ero un pizzico più giovane) e che l’avventura era condita da una sorta di misticismo magico me lo hanno sempre fatto percepire, per quanto favolesco, vicino e soprattutto possibile. Non dico che poteva verificarsi, alla fine non era cosi importante, ma alla portata si e questo faceva tutta la differenza del mondo.
Ultimo e chiudo, rifacendomi a quanto detto in precedenza, I Goonies andavano a soddisfare la nostra sete di chiarezza, positività e appunto speranza. Noi avevamo bisogno di sapere cosa era sbagliato e cosa no e di combattere e arrabbiarci per questo, conservando però le nostre armi di unione e affetto. In questo film c’era tutto e in quel tutto mi (ci) siamo sempre ritrovati se non altro perché ognuno ha il suo vascello da trovare e questo dal mio punto di vista, ma l’ho capito solo dopo, a qualsiasi età.
Jonhdoe1978
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