
Il più grande dolore per l’uomo è l’assenza. Ma non l’assenza fisica in se, ma la coscienza di non poter più interagire con quella persona. Assecondando questo principio, anche solo lo sfiorarsi basta per esorcizzarla, quasi che la sola sensazione o consapevolezza possa appunto allontanarla. Se ci si pensa questo è un concetto enorme e non lo è solo per chi ormai a età adulta riesce a capirne il significato più recondito, ma anche per chi quell’esperienza e quella capacità di discernimento non la ha. Magari la prende da un punto di vista diverso, ma la comprende.
Negli anni novanta, e men meno negli anni ottanta, non era diffusissimo avere due televisioni a casa. La diretta conseguenza era che, soprattutto di sera, il programma da vedere era comune. Tra questi quello evidentemente più atteso, almeno per me, era di sapere che film c’era. E a differenza di ora, non era necessario fosse una novità: quello era il periodo del vedere quello che si amava sino alla nausea senza che l’entusiasmo calasse di un millimetro. Tra queste visioni ricorrenti ce n’era una che al di la della storia in se mi ha sempre portato a idealizzare l’amore facendomelo vedere (e solo anni dopo capii quanto) in tutta le sue piccole sfumature. Quella visione era Ladyhawke.
Riprendo subito il discordo dell’incipit e cerco di trasportarlo nel senso generale della storia. Tralasciando per il momento la parte fantasy che comunque a mio avviso è più uno strumento che altro, il senso che lascia questo film è in parte trasversale e in parte no. La parte senza età e senza tempo è che quello dell’amore a ogni a costo, della sfida contro e per qualcosa e il senso che il cattivo di turno (ideale e/o fisico) non può e non deve vincere. Quella invece soggettiva va un po’ oltre e arricchisce il concetto a seconda dell’età e della sensibilità. Senza scomodare esempi pindalici ed entrando nel particolare, che poi è quello che si chiede in un commento, io in Ladyhawke ci ho sempre visto l’esaltazione dell’amore delicato. Sarà per l’aurea cercata dalla fotografia del film, o perché Michelle Pfeiffer mi ha sempre trasmesso qualcosa di etereo nella rappresentazione dei sentimenti, ma non sono mai riuscito a concretizzare visivamente il sentimento mostrato e se ci si pensa in una storia del genere, tra il fantasy e l’ideale, non era neanche necessario. Per trasmettere quell’esigenza inconscia di fare spazio per dare modo all’altro di essere più comodo, infatti, non servivano macro scene ma creare un qualcosa più di immaginato e atto a far creare più che vedere. Ecco, questa era la mia prospettiva quando lo vidi la prima volta e me la sono portata avanti negli anni, arricchendola, ovviamente, di particolari più o meno importanti man mano che l’esperienza aumentava.
Dal punto di vista puramente tecnico, ho sempre pensato che il suo autore fosse una persona non solo capace di capire di cinema, ma anche e soprattutto, di disegnare l’ideale che esso voleva rappresentare. Richard Donner, autore osannato ma a mio avviso non come avrebbe meritato, nell’ambito di una storia comunque normale è riuscito a tirare un vero mondo emotivo. Riuscire perennemente a cogliere l’attimo perfetto per donarlo allo spettatore è una cosa che non si insegna e manifesta oltre che capacità enormi, una sensibilità fuori dal comune. Ed è proprio questo che spesso segna anche il confine tra un film e un buon film. Credo fortemente, attori esclusi e ci torneremo qualche poche righe, che questo progetto in mano a una persona meno affine all’argomento avrebbe rischiato di fallire e non dare e diventare quello che poi è diventato.
E se di Michelle Pfeiffer ho detto, è veramente sempre stata la principessa del non volgare e dell’affine, per me una vera sorpresa è stato Rutger Hauer. Per carità, ha fatto Navarre esattamente come è nelle sue corde, ma a mio parere ha scavato un po’ di più dentro di se per fare questo ruolo e si è visto. Insieme hanno trovato un’affinità quasi surreale considerando il diverso modo di recitare e approcciarsi alla telecamera e per l’economia del film è stato fondamentale.
Se ci spogliamo della passione, comunque necessaria, quello di cui abbiamo bisogno è di un contatto. Ma non di uno semplice, ma di quello che ci illumina. Ladyhawke tra spade, streghe, vescovi malvagi, foreste e apprendisti conoscitori di vita (ho volutamente tralasciato di parlare di Matthew Broderick per non bagnare di qualcosa di negativo questo film, sostanzialmente non mi è mai piaciuto) ci porta in un mondo di luce dove l’unica cattiveria realmente percepita è quella di fermare l’inevitabile. Falco o lupo, luce o giorno, non c’è nulla che possa spezzare certi tipi di fili e questo al di la dell’assenza (di cui si diceva all’inizio). In questa storia anche il cattivo passa in secondo piano e anche se sono d’accordo con chi dice che la storia alla fine non è indimenticabile, non si può non essere trasportati nella metafora cercata se non altro perché alla fine vuole solo mostrarci la parte più pura dell’amore e per una volta, l’assenza (stavolta nel senso buono) dei retropensieri.
Chiudo con una considerazione. Nonostante le due candidature agli Oscar (sonoro e montaggio sonoro) il film non rispose bene al cinema per poi essere riscoperto negli anni sino a diventare un cult di genere. Se per altre produzioni questo si poteva capire, per questo ho sempre fatto fatica a comprendere: cosa c’era di diverso negli occhi e nell’anima di chi l’ha visto al cinema rispetto di chi a casa? Voglio pensare che sia stato solo un caso e che al di la della personale propensione al sogno, non ci sia nessuno che non sia riuscito anche solo per un attimo a essere, come i protagonisti, sia notte che giorno.
Jonhdoe1978























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