
Personalmente penso che il significato, almeno materiale, della frase “sognare ad occhi aperti” sia duplice. Da una parte, infatti, il riferimento va ai momenti attivi in cui ci incantiamo, vediamo e/o pensiamo situazioni e gesti diversi da quelli che abbiamo davanti e dall’altro nell’attimo in cui costruiamo coscientemente i nostri pensieri, per esempio prima di dormire. Da qualunque parte la si vede è indubbio che tale situazione mostra un’insofferenza o, entrando nello specifico, delle profonde mancanze affettive ed emotive.
Eileen, film diretto da William Oldroyd (al termine spenderò due parole su di lui) e sulla base dell’omonimo racconto di Ottessa Moshfegh, muove la sua storia proprio dalla condizione suddetta per poi arrivare, con indubbia capacità, all’estremizzazione della stessa.
Questo processo, che potremmo sintetizzare come un piccolo palloncino che piano piano si trasforma in una mongolfiera, parte con la rappresentazione estremamente sintetica e forse per questo assolutamente funzionale, dello status iniziale della protagonista: un lavoro poco stimolante e molto ripetitivo, una vita senza sussulti e la perenne voglia di immergerci, soprattutto sessualmente, in qualcosa di diverso. Ad appesantire ancora di più la questione, la convivenza con un padre alcolizzato e che non perde occasione per denigrarla e spogliarla delle sue già poche sicurezze.
In un ambito del genere, ogni piccola novità o persona che ci dedichi una minima attenzione si trasforma in un evento e/o in un’occasione di liberazione e appagamento. E proprio questo che succede quando a comparire è Rebecca (Anne Hathaway), psicologa affascinante ed eccentrica ed utilizzata nella storia proprio come ponte per l’evoluzione sopra indicata.
Se dovessi rappresentare questo personaggio con una metafora, lo paragonerei al classico diavolo sulla spalla, peraltro molto affascinante (e per il tipo di storia era fondamentale), che riesce con la sua apparente semplicità a spostare i giudizi e soprattutto, la percezione delle cose. La classica parola al momento giusto, lo sguardo o la pacca quando serve e la perenne sensazione che ella possa essere il grimaldello del cambiamento. Questa miccia, perché di questo si parla, ovviamente cambia le carte in tavola di storia e personaggio principale, facendo iniziare quella parabola emotiva ascendente di cui si diceva all’inizio. Il confine tra giusto e sbagliato e soprattutto, tra reale e immaginato (alcune sovrapposizioni sono assolutamente meravigliose) all’improvviso cambia connotazioni facendo addentrare lo spettatore in un turbine di eccessi e contraddizioni eccitanti e stimolanti, senza però perdere mai di equilibrio e veridicità. In pratica, un estremo controllato che riesce quindi, sia a stuzzicare la parta irrazionale del nostro essere che quella possibilista e quindi di immedesimazione.
A mio parere, uno dei motivi di questa buona riuscita sta nella scelta di contenere il tempo di esposizione (il film dura poco più di 90 minuti) non concedendo cosi tempi mentali sospesi. E’ ovvio che questa poteva essere un arma a doppio taglio, condensare un racconto può anche portare alla confusione e quindi alla non comprensione completa di tutte le sfumature. Quando si parla, infatti, di personalità in evoluzione e ripercussioni psicologiche, sono propri quelle (le sfumature) che fanno la differenza (se si esagera troppo si rischia la macchietta e quindi l’azzeramento emozionale) e differenziano, quindi, il successo del progetto con un già visto poco interessante.
Un approfondimento merita Thomasin McKenzie. Il suo talento è indubbio e mostra una capacità di esternare le emozioni, anche con una recitazione in sottrazione, assolutamente stupefacente vista la giovane età. L’unico rischio che a mio avviso corre è di diventare uno stereotipo di genere. Deve cercare di diversificare i ruoli, ne ha le capacità, e non cavalcare il successo ideale che sta ottenendo con determinati personaggi. Se non lo fa subito rischia di rimanerne troppo infischiata e poi diventa difficile uscirne.
Anne Hathaway, anche per il ruolo che le è stato assegnato, ha dato profondità alla storia, mostrando ormai una sicurezza e una capacità camaleontica che non molte possono vantare nel panorama cinematografico. Fa la chioccia narrativa senza oscurare e crea cinema servendo e/o favorendo la scena sempre nei tempi giusti.
La complessità di dirigere e gestire un thriller sta nel riuscire a mantenere costante l’interesse alzando l’asticella e la curiosità minuto dopo minuto. Serve un manico sicuro e capace e che dia la sensazione di sottrarre concedendo. William Oldroyd ha dimostrato di averlo e con esso una certa sicurezza di idee e rappresentazione delle stesse. A questo va aggiunta, e arriviamo a quel sospeso iniziale, un’umiltà e partecipazione non comuni. Quest’ultima considerazione nasce dall’esperienza personale e riguarda il suo comportamento alla presentazione di questo film alla Festa del Cinema di Roma. Non solo ha accettato di esserci, e posso garantire che non era scontato e neanche richiesto (il film non era in concorso), ma al termine si è intrattenuto con chiunque ne abbia fatto richiesta e con un sorriso e una disponibilità assoluta. So benissimo che dovrebbe essere sempre cosi, ma il comportamento all’opposto di li a poco di altri autori che non avranno mai la possibilità di lavorare con premi Oscar come appunto la Hathaway, me l’ha fatto venire in mente e ho trovato giusto sottolinearlo in queste righe.
Jonhdoe1978
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