
Ci sono film che segnano una vita, di quelli che dal giorno in cui li vedi nulla sarà più come prima e che diventano automaticamente, la cartina di tornasole di qualsiasi altro film, come se si trasformassero magicamente, nel tuo passepartout per ogni altra valutazione futura.
Siamo quasi alla fine del 1933, in pieno proibizionismo e David “Noodles” Aaronson (Robert De Niro) è braccato dai dei sicari che lo vogliono morto. Imboccati da “Fat” Moe Gelly (Larry Rapp), costretto a cedere dopo essere stato brutalmente picchiato, questi riescono a trovarlo in un teatro gestito dai cinesi, dove Noodles si rifugiava spesso, per consumare oppio. Avvertito, riesce a scappare da un’uscita secondaria riuscendo a seminarli. Ritornato nel suo appartamento per prendere una chiave, uccide due dei suoi inseguitori trovando la sua compagna morta e Fat completamente tumefatto. Ormai alle strette, si dirige, così, alla stazione e dentro la cassetta di sicurezza della società invece dei soldi trova solo vecchi giornali. Interdetto e confuso prende il biglietto per il primo treno in partenza, direzione Buffalo.
1968, un Nuddles anziano, si riaffaccia alla stazione di New York, richiamato da un messaggio da persona non specificata, quasi un richiamo a riaprire le domande del passato.
Sergio Leone ha pensato a questo film, almeno nell’idea di base, per più di un decennio e quando alla fine è riuscito a mettere insieme tutti i pezzi lo ha portato a compimento esattamente come nei suoi pensieri, senza compromessi. Ha scelto gli attori, il contesto, la nuova telecamera da usare, i luoghi e soprattutto il modo e i tempi per raccontare questa storia. Il risultato è di un film senza tempo, di un’opera sospesa sopra i limiti conosciuti della perfezione, di quel modo divino di mostrare la poesia in movimento, cinta da tutto quello che la vita ha da dare e da dire. In esso troviamo l’astrazione e contemporaneamente la materialità dei sentimenti, di quella infinita danza tra angeli e demoni e tra vizio e virtù, intesa entrambi come quell’indispensabile presenza nella vita di lacrime e di rugiada. Su questo si fondano le due relazioni cuore del film: quelle tra Noodles e Deborah (Jennifer Connelly e Elizabeth McGovern) e quella tra lo stesso Noodles e Max (Rusty Jacobs e James Woods).
Nei primi due c’è tutta la forza della sconfitta e della vittoria dell’amore, del suo essere duro, inevitabile, inarrestabile, indimenticabile. Quarant’anni di pensieri, di sogni, di fantasie sempre stroncate e ricostruite, di un cuore che nonostante tutto, ha sempre avuto la forza di mantenere il suo vigore anche di fronte alla più grande delle delusioni. Tutto questo insieme all’ineluttabile passione, dalla voglia incontrollata, sfociata poi, nella follia, di mischiare anima e corpo quale coronamento di un’idea quasi indispensabile. E la magia sta proprio qui, nell’aver mischiato il fango con le nuvole, mostrando due facce di una medaglia indissolubile, basata sul principio dell’amore imprescindibile, slegato dalla razionalità, dal tempo, dalle opportunità e dalla vita.
Noodles e Max si incastrano nello stesso concetto, intersecandosi anch’essi nel silenzio rumoroso del rimpianto, di chi ha frustato la sua vita sempre negli stessi punti, troppo in profondità anche solo per girare la testa. L’amicizia della vita, di quelle a cui dici anche se hai un prurito sulla mano, di quelle almeno, per una delle tue parti, dove non importa dove o come, basta insieme. Dell’essere pronti al sacrificio più estremo, al suono più assordante, al male per se per il bene dell’altro.
Il film si snoda in 3 archi narrativi ben distinti: anni ’20, 1933 e 1968, attraverso le vicende di Noddles e Max, appunto, insieme a Patrick “Patsy” Goldberg (Brian Bloom e James Hayden) e Philip “Cockeye” Stein (Adrian Curran e William Forsythe) in quella che sarà la storia della nascita, ascesa e fine di 4 ebrei gangster prima, attraverso e dopo il periodo del proibizionismo americano. Intorno un mondo che cambia in continuazione, con le sue follie arriviste e dove i centri di potere gradatamente, passano dalla strada ai piani alti, mischiando lo sporco con l’apparenza di una cravatta. La storia non segue nessuna linearità ma si sviluppo magicamente attraverso continui flashback comunque, perfettamente inseriti nell’evoluzione che si voleva dare alla storia e all’approfondimento dei personaggi. E proprio questa magia è stata stroncata, in modo ancora oggi non spiegabile, da Arnon Milchan, produttore americano che decise di ridurre il film a poco più di due ore (rispetto alle quattro dell’originale) mostrando la storia in sequenza temporale, togliendogli, di conseguenza, profondità e anima. A questo si spiega il flop cinematografico a cui il film andò incontro appena uscito, negli USA, e la sua completa assenza, oltre a ragione politiche, agli Oscar del 1984.
All’inizio parlavamo di poesia in movimento, di grazia e di tecnica maestosa condita da quel misto di etereo e carnale. Tutto questo ha trovato la sua perfetta combinazione con quella che a mio avviso, è stata miglior colonna sonora della storia del cinema. Il Maestro Morricone ha trovato delle note inarrivabili e che hanno reso alcuni momenti del film una specie di turbine di sensazioni impazzite in grado di travolgere ogni cosa lasciandoti con le profondità del tuo io tra le punta delle dita. Quello che è successo è qualcosa che va oltre una semplice musica con le immagini, è un fondersi completamente, è il pensare istintivamente a quella melodia di fronte alla scena e all’opposto pensare subito alla scena sentendo la melodia. Insomma musica e film, hanno fatto l’amore, e continuano a farlo ancora oggi ogni volta che la pellicola riparte.
Sergio Leone non ha girato un film, ha fatto un quadro meravigliosamente dinamico e in continua evoluzione. In esso non si notano mai i segni del tempo e soprattutto, ogni volta si riesce a cogliere qualcosa di nuovo, un nuovo elemento per ridiscutere la versione dei fatti. L’intenzione del regista, infatti, è sempre stata quella di far decidere al singolo spettatore se identificarsi in quello che è successo oppure credere nella teoria del sogno, figlio dell’oppio e della paura.
Personalmente sono di quelli che credono nella continuità della storia, che hanno vissuto quel velo di malinconia che ha avvolto in continuazione Nuddles e il suo modo naturale di rimmergersi in una vita mai dimenticata come un qualcosa di indiscutibilmente necessario, poetico e struggente. Non aveva bisogno di tornare a New York per vedere e pensare alla sua Deborah, cosi come a Max e al suo triste, per lui, destino. Un confine emotivo dove la tristezza prende il sopravvento di fronte a una realtà impensabile, di un passato fratturato nel futuro ma che non riesce in nessun modo a scalfire i sentimenti. Perché quest’ultimi hanno l’indubbio onore di resistere anche se messi all’estrema prova.
E su questa onda perenne e crescente che ogni volta, in quella che probabilmente è una delle scene più belle di tutti i tempi del cinema, nella stanza del senatore Bailey, continuo a prendere la mano di Nuddles, non perché ne abbia bisogno, ma semplicemente per essere avvolto dal suo senso dei ricordi e dal “suo modo di vedere le cose.”
Jonhdoe1978
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