
Quando nel 2004 Sam Raimi ha completato la sua trilogia di Spider Man, la sensazione comune (anche perché il 2 ha rappresentato un picco cinematografico di genere enorme) è che un capitolo si era chiuso e che tutto quello che avrebbe rappresentato quel personaggio in futuro (almeno per molti anni/decenni) non sarebbe potuto essere paragonabile.
La cosa fu immediatamente confermata dallo scarso successo dei due The Amazing Spider-Man e quando si parlò di un nuovo progetto legato soprattutto al nuovo inizio post Endgame degli Avengers la cosa sembrò ancora più irrealizzabile. E, invece, fortunatamente mi e ci sbagliavamo.
L’uomo ragno di Tom Holland ha dato uno slancio al personaggio diverso partendo, e questo è un merito ancora maggiore, da molto lontano. Il suo è stato un crescendo che ha portato la sua anima a essere prima sbarazzina e adolescenziale e poi, e veniamo all’odierno, immensamente avvolgente. Il culmine ovviamente lo abbiamo avuto con Spider-Man: No Way Home nel quale, come ho avuto modo di dire nella recensione corrispondente, tutto quello che era il cuore dell’eroe e dell’uomo è esploso donandoci un finale meravigliosamente unico.
Spider-Man: Brand New Day riparte proprio da questo finale e la sensazione immediata è che l’intenzione di autori e casa cinematografica sia quella di mantenere la strada intimista intrapresa portando nuovamente il personaggio a far collimare e scontrare la sua persona con quella dei superpoteri. Ma proprio questo approccio, a mio avviso, diventa il limite e la forza di questa produzione. Il limite perché Spider-Man: Brand New Day non è un vero e proprio film: la storia senza sapere cosa è successo prima non avrebbe il minimo senso e se non si vedrà il prossimo diventa un appeso con una morale solo e soltanto immaginata. Se a questo si aggiunge che non c’è un vero e proprio cattivo (ed è la prima volta!) ecco che si capisce come la storia sia un unicum per il personaggio. La forza perché questa impostazione amplifica tutto: amplifica i personaggi, amplifica il senso d’amore e d’amicizia che nemmeno il tempo può scalfire e amplifica il senso stesso di tutto il percorso di questo Spider Man. Sostanzialmente stiamo vivendo la sua vita e questo attraverso appunto passaggi anche semplici, lenti e banali ma che invece ne rafforzano l’immedesimazione e il trasporto. E tutto questo in barba all’età e al vissuto. La bellezza di questa costruzione, infatti, sta proprio nell’essere riuscita ad abbattere tante restrizioni rendendo queste storie (soprattutto gli ultimi due film) per e di tutti. I graffi che creano, infatti, sono si a tratti adoscienziali ma in altri assolutamente senza tempo e le due cose si compensano diventando, appunto, per qualsiasi età e morale.
Ad aiutare questo viaggio, ed era probabilmente indispensabile, un Tom Holland perfetto e mai cosi dentro il personaggio. La sensazione è che ormai ci sia calato dentro e i suoi occhi sentano proprio tutte le fortune e le contraddizioni del ruolo. La simbiosi, e anche questo è stato a mio avviso importante per l’esplosione di questo nuovo concept dell’uomo ragno, non è stata immediata ma lenta (mi riferisco a tutti i film) e proprio per questo poi cosi solida e bella.
E se Zendaya non tradisce mai, anche se in questo capitolo è meno “invadente” del solito, mi preme spendere qualche riga su Jon Bernthal e il suo Punisher. Il rapporto tra Spider Man e quest’ultimo è senza dubbio il centro del film se non altro perché lo arricchisce di sfumature diverse tra cui, che non guasta, la parte comica. Veramente una combinazione riuscita che è probabilmente, anzi senza probabilmente, ad accelerare il processo tra morale, possibilità e azione a cui il film mirava.
Nota non dico negativa ma neutra la regia. Destin Daniel Cretton alterna momenti ben congegnati ad altri che non fatico a definire imbarazzanti e che solo l’alone mistico/intimo del film riesce a far accettare. La cosa che sorprende è che i mezzi non mancavano e quindi è stata una scelta consapevole, cosa che ne fa aumentare i demeriti.
Mentre uscivo dalla sala il mio pensiero è che Spider-Man: Brand New Day non fosse proprio un qualcosa di indimenticabile e travolgente, poi però il tempo me lo ha fatto crescere. Il motivo per me risiede proprio nei limiti che ho indicato: il fatto che non ci sia un vero e proprio scontro istintivamente ti lascia meno adrenalina, ma poi emerge la complessità del messaggio e la prospettiva cambia. Ti arriva quasi la stanchezza di quella vita e al contempo quel senso di speranza irrazionale che poi è quella che nell’ultimo fotogramma ti travolge. Senza spoiler posso dire che il finale di questo film fa il pari con quello in cui Mysterio fa il nome di Peter Parker e quello di No-Way Home nel quale lo stesso Peter non dice nulla a MJ prima di scomparire tra i nevosi grattacieli di New York. Non c’è che dire chi scrive i finali di questo nuovo (ormai non tanto Spider Man) sa lasciarti senza fiato.
Chiudo con una considerazione sul mondo Marvel. Da quando Tony Stark ci ha salvato con scrocchio di dita, solo Spider Man è riuscito a tenere botta sia come storie che proprio come passione, intensità e struttura. Proprio per questo mi auguro vivamente che Doomsday non “distrugga” troppo questa specie di isola felice e che lo lasci veleggiare abbastanza liberamente nelle sue acque. Sarebbe davvero un peccato anche solo appannare quest’aura trasversale tra eternità e particolarità che ormai si è creata.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento