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Quei bravi ragazzi (1990) di Jonhdoe1978

⭐15 Giugno 2022 ⭐ Contrassegnato con: Quei bravi ragazzi, Recensione Quei bravi ragazzi

Quei Bravi Ragazzi Interna

Nonostante ogni film oramai, e aggiungerei giustamente, sia catalogato per genere, i parametri di sviluppo narrativo e di conseguenza della stessa critica cinematografica seguono questa suddivisione, ne esistono alcuni che ne trascendono il significato issandosi nella più illustre macro categoria del cinema in senso stretto. In questa specie di Olimpo oggettivo della settima arte, infatti, i riferimenti analitici di comprensione e giudizio perdono di una specifica delimitazione assorbendo tutte le intenzioni e tutti i motivi per i quali il cinema stesso ha preso vita.

New York 1970. Henry Hill (Ray Liotta), Jimmy Conway (Robert De Niro) e Tommy DeVito (Joe Pesci) sono in macchina quando un rumore proveniente dal porta bagagli li obbliga a fermarsi. L’uomo che avevano chiuso li dentro si era risvegliato costringendo Tommy prima, con un coltello, e Jimmy dopo, con una pistola, a dargli il colpo di grazia.
Brooklyn 1955. Un giovane Henry sbircia dalla finestra della propria stanza il locale dall’altra parte della strada fantasticando di quanto sarebbe bello per lui diventare un gangster. Inizia cosi il racconto della sua vita.

Uno degli errori più frequenti che si fa a livello di critica è cercare a tutti i costi di trovare dei punti comuni in film dello stesso regista (o attore) che hanno un qualche contenuto similare (non uguale). E se questo vale in generale lo è forse ancora di più per Scorsese e l’ingiustificata trilogia della Mafia che ad egli si imputa. I tre film in questione, Mean Streets, Casino e appunto Quei Bravi Ragazzi non solo non hanno nulla in comune, se non l’idea generale che la parola gangster può creare, ma partono e si sviluppano su tre piani completamente diversi. La stessa concezione del termine mafia che spesso coincide con l’accezione famiglia, intesa come vicinanza, protezione e sicurezza, è presente solo nel film in oggetto essendo praticamente assente in Casino (l’idea è più di un acquario di singoli squali) e appena sfiorato, il centro del racconto era un altro, in Mean Streets.
L’unica linea di continuità è quindi rappresentata dalla maestosità del suo direttore che però a mio personalissimo avviso in Quei Bravi Ragazzi trova l’incantesimo visivo e narrativo più affascinante della sua meravigliosa e per certi versi irraggiungibile filmografia.

Scritto a quattro mani dallo stesso Scorsese e da Nicholas Pileggi, autore del libro dal quale il film ha preso spunto, Quei Bravi Ragazzi è un film che con grazia e decisione ci racconta la distorsione sociale, fusa tra quello che sembrava e quello che realmente era, che per molti anni (ricordiamo che si tratta di una storia vera) ha contraddistinto la vita degli Stati Uniti. La mafia è rappresentata, infatti, come una grande mano oscura ramificata in tutti i settori e della quale avere paura e timore. La sua unicità era rappresentata dall’assenza di regole o meglio di essere soggetta solo alle proprie, che poi non erano altro che adattamenti oligarchi e piramidali di quelle che tutto conosciamo. E questa condizione brutale e a dalle maglie larghe da una parte (poche persone poteva interferire) e strette dall’altre (i confini tra affiliati di famiglie diverse erano sempre labilissimi) non riguardava solo i grandi centri di poteri ma anche chi, come i protagonisti di questa storia, erano poco più, almeno inizialmente, di dei gestori di zona. Questo se da un lato ha reso questo film una novità assoluta (di solito la prospettiva era dei gran capi) dall’altro rende perfettamente l’idea della stratificazione prima ideologica e poi materiale che tale struttura piramidale “alternativa” alla società comune ha avuto per decine di anni. In questo mondo spietato, quasi animalesco, c’era poco spazio per la morale o meglio, il puro interesse personale alla lunga prende il sopravvento, con un salvarsi il culo che prescinde da qualsiasi rapporto o passato insieme. Il tutto è proporzionato agli affari e uno sgarbo può essere letto come un tradimento cosi come il sospetto una ragione più che sufficiente per togliere di mezzo qualcuno.
Ma il vero numero di magia di Scorsese non è stato solo raccontare con maestria tutte queste dinamiche, di per sè comunque conosciute, ma invertire i fattori di osservazione portando lo spettatore quasi a invidiare i protagonisti nonostante la quasi totale assenza, presente forse in minima parte in Henry, di compassione e empatia. Tale meraviglioso risultato è stato possibile, a mio avviso, per aver giocato sin da subito sulle concessioni, su tutto quello che l’essere gangster comportava e permetteva, aprendo di fatto la bottiglia della fantasia che ognuno per una ragione o per l’altra si porta dietro. La completa assenza di un briciolo di amor altrui, tutti gli eventi sono in qualche modo solo la conseguenza di un personale tornaconto, si trasforma cosi quasi in qualcosa di accettabile che non riesce a creare quell’orrore e quella repulsione che a mente fredda indubbiamente creerebbe. E’ come se Scorsese sia riuscito a costruire una sorta di bolla narrativa nella quale buoni e cattivi si sovrappongono facendo prima accettare e poi in qualche modo amare dinamiche assolutamente lontane o anche solo mentalmente accettabili.

Il tenore asciutto e diretto scelto del regista newyorkese, insieme a un taglio visivo prorompente e sempre mutevole, ha reso questo film un’onda continua dalla quale farsi cullare e con un messaggio, come spesso accade nelle sue storie, realisticamente amaro e crudo. Il delitto paga e toglie allo stesso momento con un libero arbitrio, che seppur rispecchiando un mondo nel quale il peccato e il rimorso non hanno casa, mantiene una sorta di inevitabile fascino. Tale sensazione deriva dalla perfezione stilistica e concettuale con il quale si arriva alla fine che riesce a mischiare, al di la della semplice percezione motivazionale e storica, l’idea con i sogni.

Impossibile non soffermarsi sugli attori a cominciare da quello che inizialmente non doveva esserci (Scorsese lo considerava troppo vecchio per il ruolo) e che alla fine ha vinto l’Oscar come migliore attore non protagonista: Joe Pesci. Il suo Tommy è la perfetta immagine del disprezzo delle regole e di come la completa assenza di remore morali possono contemporaneamente portare, anche in un ambito come quello mafioso, prima alla gloria e poi alla rovina.
Robert De Niro è riuscito nel complesso ruolo di fare da collante a tutta la storia. Il suo Jimmy è infatti, il personaggio che ha sempre combinato l’irrazionale con il lucido mantenendo cosi vivo quel filo che poi ha unito, almeno sino ad un certo punto, Henry a Tommy.
Per ultimo, ma solo per una questione di rispetto vista la recente, improvvisa e triste scomparsa, Ray Liotta, autore di una prova pressocchè perfetta per solidità e trasformazione emotiva. Il suo è il personaggio più vulnerabile e variabile e lui, anche grazie alla bellissima prova di Lorraine Bracco (nei panni della moglie), è riuscito a contenerlo, gestirlo e donarcelo con equilibrio e irruenza. Di certo, nonostante qualche buonissima prova, per talento e capacità avrebbe potuto fare una carriera più ricca di soddisfazioni.

Riprendendo quanto detto nella premessa, Quei Bravi Ragazzi è un film senza padroni e senza argini, la perfetta combinazione tra narrativa costruttiva ed esposizione visiva. E’ un trattato di filosofia cinematografica, un castello per quasi tutti inarrivabile di solidità scenica e interpretativa, un viaggio quasi onirico sul come costruire e risolvere una storia, ma soprattutto è l’esaltazione della tecnica comunicativa attraverso la genialità. I tempi incostanti di scrittura e di ripresa con Scorsese infatti, trovano un’armonia meravigliosa, un bilanciamento cosi stordente e appagante che l’abbandonarsi diventa un’ovvia e dolce conseguenza. Esattamente come quando sentiamo e udiamo qualcosa che ci tocca l’anima, perché alla fine Scorsese è questo: un poeta e un musicista del cinema.

Jonhdoe1978

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Quei bravi ragazzi

Quei Bravi Ragazzi
9.2

Valutazione Complessiva

9.2/10

SCHEDA

  • Regia: Martin Scorsese
  • Anno: 1990
  • Durata: 146'
  • Genere: Drammatico/Gangster

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