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Mean Streets (1973) di Jonhdoe1978

⭐14 Luglio 2021 ⭐ Contrassegnato con: Mean Streets, Recensione Mean Streets

Mean Streets Interna

Le prospettive di vita, almeno inizialmente, dipendono molto spesso, oltre dall’educazione ricevuta, dall’ambiente dove si cresce e dalle persone con cui ci si accompagna che rafforzano inevitabilmente, inclinazioni caratteriali innate e predisposizioni soggettive. Quegli stessi odori e sensazioni giovanili ci rimangono cucite addosso anche nel caso in cui ci si sposta in un altro luogo, città, paese o zona (nel caso di metropoli) che sia, come fossero una prima pelle a cui non vogliamo e non possiamo rinunciare.

Charlie Cappa (Harvey Keitel) è un giovane di Little Italy, quartiere periferico di New York, che si sta affacciando in un particolare mondo imprenditoriale al limite tra il legale e l’illegale. Suo zio, infatti, è un famoso boss della malavita della città e sta cercando di inserirlo nel settore seppur ancora con compiti marginali e di poco conto. Ha un debole per il suo vecchio amico d’infanzia, lo squattrinato Johnny Boy (Robert De Niro), tanto da aver garantito per lui un prestito con Michael (Richard Romanus), strozzino del luogo, cosa che gli sta procurando diversi problemi.

Ogni regista, soprattutto nei primi anni, tende a mettere in ogni suo lavoro tracce di se, momenti di vissuto che ne hanno definito ambizioni e aspettative. In Mean Streets queste tracce assumono un ruolo determinante, diventando il motivo stesso della sua genesi e del suo sviluppo. Martin Scorsese è, infatti, cresciuto a Little Italy e con questo film, nel quale in qualche modo egli stesso diventa il protagonista, ha voluto mettere tutti i suoi dubbi morali dell’epoca insieme all’amara considerazione di quelle che erano le dinamiche e le prospettive della maggior parte delle persone del luogo.
Da una parte c’era la strada, bruta, cinica e scura quale simbolo dell’inevitabile realtà con la quale fare i conti e dall’altra la chiesa quale punto di consolazione e di giustificazione di azioni e pensieri. Charlie Cappa, protagonista e alter ego del regista, si trova al centro, in una sorta di terra di mezzo nella quale per raggiungere il perdono, non gli basta più dire quattro preghiere di file, preferendo una punizione fisica più reale e concreta, e che continua, in netto contrasto con quello che lo circonda, a credere in valori superiori quali l’amore e l’amicizia. La sua mente e il suo cuore sono in lotta continua, la sua morale vola tra l’aspirazione di carriera, seppur percepita come qualcosa a lui non consona, e quelli che sono i sentimenti per l’amata donna e l’amico problematico.
D’altronde tutto il film è una sorta di dicotomia continua, di bianchi e neri nel quale navigare quale sintesi di quella lotta interiore e visiva di un momento generazionale specifico.
L’idologia della chiesa si scontra con il realismo della strada quasi come due momenti allo stesso modo alternativi e coincidenti, due moralità intransigenti che seppur, apparentemente, lontane anni luci, trovano il loro punto d’unione nell’inclinazione soggettiva e nella fede. Fede che il nostro protagonista sembra aver perso, non ritrovando in essa un motivo di consolazione e ispirazione, baluardo di una crisi profonda quale specchio di tutti i suoi dubbi esistenziali.
Accanto gli affari e l’amicizia, seconda netta biforcazione, sono rappresentati come atti inconciliabili e lontani con il primo che alla fine vince su tutto, sugli anni, sulle risate e sui ricordi.

E infine, l’ultima grande differenza, quella tra i due protagonisti, Charlie e Johnny Boy.
Già Johnny Boy, la persona che in qualche modo rappresenta, appunto, l’altra faccia della medaglia di Charlie e dello stesso Scorsese: irrazionale, violento, irresponsabile, inaffidabile e irriconoscente, ma al quale il nostro protagonista non riesce a rinunciare. C’è una sorta di tenerezza in tutto quello che Charlie fa per Johnny, un’accortezza estrema per colui che probabilmente ritiene il suo appiglio verso l’umanità, per quei valori per i quali non riesce a prendere sonno, come evidenziato nei primi secondi del film. Accanto all’amico la figura, come detto, dell’amore, rappresentata da Teresa (Amy Robinson), ragazza che soffre di attacchi epilettici improvvisi. Anche la loro unione nasce nell’ombra, una sorta di estensione immotivata di tutti quei comportamenti che per un motivo e nell’altro erano ritenuti a prescindere, sbagliati e non consoni, legati a una separazione sociale nata dal pregiudizio e della mancata conoscenza.

Harvey Keitel è senz’altro bravissimo, riesce a far trasparire tutta l’angoscia (vedi la scena di quando è ubriaco) e le motivazioni del personaggio in maniera coinvolgente e appagante. Ma il vero mattatore è senza ombra di dubbio Robert De Niro. Questo è stato il film che lo ha lanciato definitivamente dandogli una dimensione di bravura definitiva che sino a quel momento aveva solo sfiorato. Il classico punto di svolta, e questo anche a livello personale visto che ha segnato l’inizio di una delle più grandi amicizie, oltre che di collaborazione, della sua vita.

Mean Streets ha di fatto, segnato l’inizio dell’era Scorsese. Già in questo film, infatti, ci sono tracce di quello che ci mostrerà successivamente: la capacità di alternare anche nello stesso film, tecniche e colori differenti insieme a uno spiccata dose di ricerca del realismo estremo fatto di attimi e sfumature. La particolarità però, del titolo in oggetto, che trasuda nostalgia e disagio sin dall’inizio, è la mancanza di possibilità, l’assenza quasi totale di speranza, intesa come alternativa a una realtà scomoda e segnata. Il senso di libertà e perché no, di giustizia privata, nel senso più intimo del termine, si ferma a pochi minuti: quelli che portano Charlie, Johnny e Teresa da Little Italy verso Brooklyn, percepita quasi fosse una specie di terra promessa per rinascere ed essere se stessi. Ma proprio nel momento in cui il passo era stato fatto e il futuro sembrare meno nuvoloso, ecco il passato e gli errori che vengono a reclamare la loro ingiustizia fatta di mancanza di reale scelta e di bieco cinismo e apparenza. E questo mentre il mondo intorno continuava distrattamente ad andare avanti troppo attento a festeggiare l’ennesima bugia.

Jonhdoe1978

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Mean Streets

Mean Steeets
7.8

Valutazione Complessiva

7.8/10

SCHEDA

  • Regia: Martin Scorsese
  • Anno: 1973
  • Durata: 110'
  • Genere: Drammatico

Interazioni del lettore

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