
E’ abbastanza frequente accomunare Casinò di Martin Scorsese a due precedenti pellicole dello stesso regista newyorkese (Mean Streets e soprattutto Quei bravi ragazzi), in una sorta di “Gangsta Trilogy”…niente di più sbagliato.
Panorama mafioso e stessa partnership alla sceneggiatura con Nicholas Pileggi a parte, ciò che potrebbe sicuramente indurre all’ errore è l’ analogia semantica con i personaggi descritti nel capolavoro di appena cinque anni precedente, nello specifico quelli interpretati dalla affiatata coppia Robert De Niro/Joe Pesci. I loro Sam “Asso” Rothstein e Nick Santoro, somigliano in effetti parecchio ai Jimmy Conway e Tommy DeVito di Goodfellas, ma ciò che di sostanziale contraddistingue Casinò dai precedenti film è che si tratta di una regia su “commissione” del colosso Universal Pictures, con cui il regista aveva sottoscritto un oneroso contratto per quattro allestimenti.
Scorsese sa benissimo che il rischio di insuccesso è altissimo e ritiene che la major voglia solo utilizzarlo come strumento di marketing, per realizzare un film sulla Mafia col suo nome ed il suo inconfondibile stile. Ed è proprio per questo motivo che, una volta costretto con la forza a salire sulla bicicletta, si mette a pedalare come mai aveva fatto in precedenza, stravolgendo completamente alcuni dei suoi riconoscibili marchi di fabbrica, dando vita ad una scorpacciata di luci, suoni, parole ed immagini che, unita al ritmato e convulso montaggio di Thelma Schoonmaker, arriva diretta allo stomaco dello spettatore senza lasciarlo masticare e respirare, se non dopo le quasi tre ore di visione.
Casinò è una cinicissima ed ermetica allegoria sul lato più buio dell’ animo umano e, se fosse ancora sopravvissuto qualche dubbio, a differenza di Quei bravi ragazzi non vi è traccia di quella fratellanza e/o spirito di appartenenza tanto cara alle “Famiglie” di origine mafiosa…anzi. Le vicende dei tre protagonisti, di cui fa parte anche una bellissima e straordinaria Sharon Stone (probabilmente mai più così brava ed intensa dopo la sua Ginger McKenna), ruotano tutte intorno a quello che è, secondo Scorsese, il cuore pulsante della sua Las Vegas: il denaro. Sam, Nicky e Ginger non indirizzano le proprie vite, ma vengono letteralmente travolti dagli eventi e denudati delle loro difese, compiendo un vero e proprio cerchio temporale, dove o si trova la morte o si torna al punto di partenza: la genesi, i sogni, l’ arrivo a Las Vegas, i soldi ed il potere e la successiva ed immancabile caduta.
Il tutto ci viene raccontato (ancora una volta) da la classica voce fuori campo, ma stavolta Scorsese sceglie di utilizzarne ed intrecciarne addirittura tre: quella di Sam, quella di Nicky e quella di Dominick Santoro, fratello di Nicky ed interpretato da Philip Suriano. La scelta, oltre alla principale motivazione di ampliare la visuale dello spettatore, offrendo maggiori e differenti punti di vista, ha anche lo scopo di impedire consapevolmente di immedesimarsi con uno dei singoli personaggi. Proprio grazie a questi continui switch nella narrazione, per la prima volta in vita sua, Scorsese regala alla sua “violenza” un palpabile tocco grottesco e lo fa quando è Nicky a raccontarci i fatti che scorrono sullo schermo.
Alla fine sembra quasi che la Mafia ci sia finita per caso in questo racconto…quasi per sbaglio. Come se fosse necessaria a Scorsese per equilibrare e rendere più accessibili gli eccessi scenografici ideati da Dante Ferretti ed i pacchiani e coloratissimi completi indossati da De Niro. Qualcosa che riuscisse comunque a rendere identificabile un suo “figlio” a causa dei tanti stravolgimenti. Un figlio giustamente preoccupato nervoso, per aver abbandonato il sicuro tetto Famigliare (perdonate l’ ulteriore riferimento) per avventurarsi nell’ analisi degli aspetti più segreti e rivoltanti che si nascondono dietro l’ American Dream.
Scorsese ci dona una ricostruzione epica dell’ epoca d’ oro del gioco d’ azzardo, fatta di consapevolezza della materia in questione e maestranze d’ eccellenza, come ad esempio Robert Richardson per la fotografia ed Elaine e Saul Bass, autori degli spettacolari titoli di testa della pellicola. Giusto per rendere l’ idea a chi non li avesse mai sentiti nominare, consiglio di andare a riguardare un paio di “filmetti” di Alfred Hitchcock come Psycho e La donna che visse due volte.
Una pellicola eterna che nessuno dovrebbe lasciarsi sfuggire. “E questo è quanto.”
So già che non riuscirò mai più a pareggiare l’ epicità di questa chiusa in nessuna futura recensione.
Alessandrocon2esse
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