
La seconda stagione di One Piece è senza ombra di dubbio la sorpresa maggiore degli ultimi mesi. E’ vero che la prima, come ho avuto modo di scrivere, è stata più che ottima, ma aspettarsi un proseguo tanto entusiasmante non era dal mio punto di vista pronosticabile.
Non era pronosticabile perché quello che un manga prima e cartone animato dopo possono fare, un live action non se lo può neanche immaginare. Non era pronosticabile perché il mondo One piece è sterminato e trovare il modo di condensare alcuni passaggi mantenendo una comprensione totale era difficilissimo. E soprattutto, non era pronosticabile riuscire a prendere in cosi poco tempo tutto il cuore dei personaggi e regalarcelo in maniera cosi bella e intensa.
Le prime due considerazioni sono una la conseguenza dell’altra e quindi possono tranquillamente rientrare nello stesso discorso. Del triplo passaggio manga/cartone/serie ho già detto e il fatto che la prima stagione fosse riuscita a trovare un ottimo equilibrio non rendeva scontato che lo si facesse anche per il proseguo, anzi. Nelle prime otto puntate la strada era abbastanza facile (sostanzialmente era presentare l’ambito e i personaggi) e il successo è stato nella cura messa in campo. Qui il discorso era diverso: bisognava prendere una direzione, scremare senza perdere il filo generale e soprattutto provare a soddisfare tutto il pubblico. Ecco proprio questa armonizzazione tra storicità e il linguaggio televisivo è la vera perla di Matt Owens e Steven Maeda.
Armonizzazione che in questa seconda parte ha trovato la sua straordinarietà (e arriviamo al terzo punto) nel modo in cui sono esplosi i personaggi. Devo essere onesto, anche io che ne conoscevo attitudini e complessità ne sono stato in molti tratti travolto e la cosa è stata incredibilmente intensa oltre che sorprendente. Si è proprio percepito il senso unico e familiare della ciurma e questo attraverso un processo visivo personale puntale, curato e giustamente altalenante tra azione e anima. Sostanzialmente in otto puntate si è riuscito a dedicare tempo a ognuno dei personaggi senza mai perdere di vista il senso complessivo dell’unione che li legava. Un tira e molla narrativo che ha permesso di far esaltare tutti i personaggi e renderli vivi, unici e soprattutto vicini. Insomma, un’operazione emotiva straordinaria oltre e ci arriviamo subito, a una costruzione visiva e dell’azione assolutamente mirabile. I combattimenti e la struttura dei vari nemici, infatti, è altrettanto meritevole oltre che molto vicina all’originale. Anche la durata dei vari duelli è bilanciata all’ambito e quindi perfettamente adattabile a quel processo attesa/duello/conclusione che una serie deve avere. Il fatto ad esempio che ogni combattimento si chiuda nella puntata di inizio è una scelta perfetta: a volte è mortificante lasciare in sospeso alcuni momenti, si perde il mordente e il cuore e il motivo di quelle gesta.
Tornando un attimo alla parte emotiva, che rimane per me la parte più sorprendente di questa seconda parte, mi vorrei soffermare su due momenti in particolare: la stratificazione di Rufy e sulla settima puntata.
Nella prima stagione la figura di Rufy è un po’ sfuggente e non emerge con forza la sua personalità e quello che veramente è. Qui, invece, esplode completamente riuscendo a combinare la sua lucida follia (e a volte bambineria) a un cuore e un senso dell’onore e dell’amicizia enorme. Piano piano si viene conquistati dai suoi principi (di nuovo per i vecchi spettatori e per la prima volta per quelli “ignari”) e il suo viso lo si mette in mezzo a tutti gli altri personaggi che cosi appaiono (cosa che poi evidentemente è) una la conseguenza dell’altro.
Detto questo, un po’ come successo per la quinta puntata della prima stagione di The Last of Us, c’è in questa stagione una puntata che più di altre di rapisce e in un certo senso ti strugge: la settima, quella dedicata, tanto per intenderci a Chopper e al Dottor Hiriluk. All’inizio pensavo che si era preso, vista anche il tempo complessivo della serie, il discorso troppo alla lontana e invece, avevano ragione loro. E’ stata una puntata quasi spartiacque per intensità, bellezza, delicatezza, significato e motivazione. Un misto tra sentimento e azione e quindi proprio il senso dell’intera stagione e per certi versi di One Piece in generale. Ci sono passaggi geniali e meravigliosi che non pensavo si sarebbe riusciti a gestire con tanta capacità e gentilezza.
Qualche riga, senza fare nomi, sarebbe troppo lungo, va fatto al cast e a come ha interpretato i propri personaggi. Sono veramente perfetti e aderenti a quelli disegnati e anche qui l’operazione era difficilissima. Tutti si sono calati in quello che dovevano e chi l’ha preparati ha fatto un lavoro straordinario e scenograficamente accurato.
E ora? Il mio dubbio su questa produzione rimane lo stesso che avevo tre anni fa: il manga non è ancora finito come può farlo la serie? Si è disposti a continuare per anni oppure si continuerà a navigare a vista? La terza stagione è già praticamente in produzione ma visto lo sterminato mondo e avventure potrebbe essere una goccia in una storia praticamente infinita. Questo discorso dal mio punto di vista è fondamentale, perché se ad un certo punto si dovesse stoppare tutto senza giungere alla fine, tutti i discorsi fatti sinora cadrebbero lasciandoci con un cerino in mano (ed è anche il motivo del mio voto, sapessi con sicurezza si arrivasse alla fine, sarebbe più alto).
Chiudo con il discorso fatto dal Dottor Hiriluk che a mio avviso rimane uno dei più belli mai scritti sull’argomento morte e che la serie riesce a esaltare e rendere per quello che è: un inno all’eternità e alla luce.
“Cos’è la morte?
Non è il colpo di pistola al cuore: Quando un proiettile trapassa il corpo, non è ancora la fine.
Non è una malattia incurabile: Anche se il corpo soffre, la vita continua finché c’è memoria.
Non è aver bevuto un fungo velenoso: Il vero terrore non è la fine fisica.
La morte è l’oblio: Un uomo scompare davvero solo quando la sua memoria svanisce dal cuore e dalla mente degli altri.”
Jonhdoe1978
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