
Per come la vedo io, è necessario partire da due premesse:
- One Piece è stato soggetto a una tripla traslazione: nato come manga si è poi sviluppato raggiungendo la celebrità definitiva come anime arrivando ora come serie live action (sulle ripercussioni ci torneremo immediatamente).
- Sia il manga che l’anime non sono ancora conclusi, questo, ovviamente, comporta tutta una serie di considerazioni che vanno dall’opportunità alle scelte narrative passando inevitabilmente dalla ricezione sociale del prodotto. Anche su questo ci torneremo.
Partendo dal primo punto, è innegabile che la reazione emotiva di chi quel percorso triplo l’ha vissuto può essere molto diversa da chi invece, magari, di Rufy e compagni sino ad oggi non sapeva nulla. Ovviamente esiste anche una linea intermedia, che poi è la mia, che ha seguito la storia solo attraverso le anime senza passare per il manga. Questa piccola carrellata di possibilità, però, mi porta a una conclusione meno estremista del solito e molto, c’è da dirlo, grazie al contenuto stratificato e attento che la serie tv ha proposto. In pratica, Matt Owens e Steven Maeda, gli autori, sono stati cosi bravi nel rappresentare le sfumature sia del mondo che dei personaggi che la disputa sul chi è meglio e se possa essere accettata dagli appassionati un’operazione del genere, passa in secondo piano. La mia idea, infatti, è che non si possa bocciare un prodotto rewatch (in questo caso nel suo significato più lato) senza prima vedere cosa esso ha da offrire. Faccio un esempio: a mio avviso le riproduzioni live action dei film Disney sono un insulto a tutto quello che la casa di produzione statunitense ha creato, ma solo dopo però averli visti. E vi garantisco che li ho visti tutti e fatta eccezione per Aladdin, c’è veramente poco da salvare.
Molto più complicata la seconda questione e questo per un motivo molto facile: la voracità con la quale si disfano e bruciano i progetti. Entrando nello specifico, era abbastanza ovvio che la storia non terminasse (bisognava solo scegliere dove fermarsi) ma il punto è un altro: Netflix era ed è pronta a sobbarcarsi più stagioni e l’attesa che anime e manga arrivino alla fine o, come ha dimostrato ultimamente, si affida solo ai numeri decidendo strada facendo? Se fosse cosi, trovo assurdo aver solo iniziato il discorso e mi troverei costretto ad andare incontro a chi tale riproposizione non l’ha mai voluta.
Spogliandoci dalle onde del pregiudizio, comunque è già stata confermata una seconda stagione, non si può non fare un enorme plauso a come la storia è stata stratificata e all’immensa cura avuta nel gestire le personalità dei personaggi. Ognuno di loro, buono e cattivi, arriva con dovizia di particolari e intenzione favorendo un’assimilazione e un’immedesimazione importante e, ancor meglio, naturale. Tutti escono per i loro sogni, il loro modo di affrontare le cose, le proprie atrocità e soprattutto per quello che rappresentano e che rappresenteranno nello scacchiere degli eventi. La difficoltà di questo risultato, a mio avviso, risiedeva nel tempo a disposizione. Se ci pensiamo bene, otto puntane da poco meno di un’ora in confronto a milioni di pagine e a centinai di episodi sono veramente poche e nonostante questo l’impressione che nulla si sia perso è pressante. Anzi lo schema preparazione/spiegazione/lotta funziona veramente bene, stimola e tiene sulle spine lo spettatore sino agli ultimi minuti di ogni puntata, anche al di la se si conosce co no come finirà e si svolgerà il combattimento.
Arriviamo però al punto maggiormente criticato e temuto: gli attori. Oggettivamente non credo che si sarebbero potute fare scelte migliori. Ora, è ovvio che non si poteva fare copia e incolla di quello che abbiamo sempre visto, ma la scelta e la rappresentazione mi sembrano fuori dalla portata delle critiche. Si ritrovano continuamente i tratti di tutti i personaggi, senza per questo usare estremizzazioni o esagerate caratterizzazioni, che avrebbero avuto solo la conseguenza di mandare tutto un po’ oltre e quindi fuori fuoco.
Probabilmente se sapessi che dopo la seconda stagione, a patto che gli autori non abbiano un colpo di testa (come per il film di Miraculous che arriva a una fine senza che la serie lo abbia fatto), Netflix cancellasse questo prodotto senza una sua conclusione, il mio giudizio sarebbe diverso. Il motivo è molto semplice: quello fin qui visto non avrebbe senso. Ma siccome la cosa non è ancora avvenuta, non posso non tesserne le lodi e ribadire come essa sia riuscita a rendere subito tutto chiaro, appassionando chi di One Piece non sapeva nulla e rispettando chi di esso sapeva tutto o comunque qualcosa. Era un gioco del dare e avere molto complesso e che necessitava di molta attenzione e soprattutto rispetto. Di certo, non dico che non c’è stata qualche falla e che alcuni scivoli narrativi avrebbero meritato in pizzico più di profondità ma complessivamente è logica, piacevole, intensa e strutturalmente positiva e possibilista, esattamente come la storia originale. Ci sono gli errori e la lealtà, il tradimento e le possibilità, il sogno (molto) e la realtà, l’avventura e la lussuria, insomma tutto quello per cui One Piece, orami molti anni fa, è stato scritto e mi sembra una cosa evidentemente fuori dall’ordinario.
Jonhdoe1978
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