
Ogni generazione ha la tendenza di considerare la propria come la migliore, quella che meglio è riuscita a combinare spensieratezza e responsabilità. Seppur considerando questa affermazione come una verità relativa e quindi per definizione di parte, è indubbio che a un certo punto qualcuno dovrà pur aver ragione in senso assoluto, confermando come l’andare indietro, a volte, non è necessariamente sbagliato.
Llewelyn Moss (Josh Brolin) è un saldatore reduce dal Vietnan che si diletta alla caccia nei territori selvaggi al confine tra il Messico e gli Stati Uniti. Un giorno per caso si imbatte in quello che sembra un regolamento di conti di uno scambio di droga andato male. Dopo aver appurato che siano tutti morti, tranne uno che però è in fin di vita, e aver scoperto il carico di polvere marrone (tipica droga del luogo), convinto che ci sia un sopravvissuto, lascia il posto seguendo il percorso che immagina avrebbe potuto fare questa fantomatica persona. Dopo poche miglia trova il suo uomo morto sotto un albero con accanto una valigia piena di soldi. La prende e in gran fretta, dopo essersi assicurato che nessuno fosse nelle vicinanze, si allontana.
Per quanto insita nella nostra natura l’autodeterminazione e la convinzione di determinare il proprio destino, è innegabile che gran parte delle cose che ci capitano nella vita sono figlie della casualità, di quegli eventi imprevedibili che segnano e influenzano le azioni susseguenti.
Sicuri e convinti fautori di questo assunto sono i Fratelli Coen, che su di essa e la sua fredda imponderabilità hanno basato gran parte delle loro storie.
Ed è proprio da un evento del genere, il ritrovamento casuale di una valigia piena di soldi, che prende le mosse Non è un paese per vecchi, film che per contenuti e messaggio segna la fine di un percorso cominciato dai registi, nonché sceneggiatori, una dozzina di anni prima con Fargo.
Il freddo e la neve viene sostituito dal sole cocente, dal deserto e dalla polvere ma il concetto generale dell’avidità, dell’assenza di compassione e del grigiore dell’animo umano, anche se in tenore diverso, rimane lo stesso. Quello che li differenzia nettamente è la mancanza di apertura, di quel senso di speranza che comunque, anche per il suo essere incinta, senso primaria della positività, Marge Gunderson trasmetteva. In Non è un paese per vecchi questo piccolo/grande appiglio si sgretola minuto dopo minuto sostituito da una visione progressista ed estrema che vede nella violenza e nell’essere senza scrupoli l’unico modo per navigare in questo mondo senza essere schiacciati. Questa forma di disagio trova la sua esaltazione nello sceriffo Ed Tom Bell (Tommy Lee Jones), ultimo collante di un modo di pensare che sembra non esserci più, sostituito da un freddo cane mangia cane a cui l’umanità sembra destinata ad abbandonarsi. Ogni personaggio, infatti, anche il più innocente, diventa schiavo per un motivo o per l’altro della materialità delle cose, di quel senso meschino e calcolatore di dare un prezzo a qualsiasi cosa. E cosi anche una camicia data, nonostante l’intenzione iniziale di un gesto di altruismo, diventa un modo da li a poco per far emergere l’egoismo e l’avidità, evidentemente insita e solo silente. Proprio quest’ultima è la cosa che travia il protagonista, Moss, quell’accecante possibilità di poter cambiare vita, trasformando un’esistenza apparentemente deludente con qualcosa di tangibile, come se l’amore e il rispetto, evidente nella moglie, non fossero da soli sufficienti a riempire una vita. Nonostante le situazioni al limite, egli si attacca disperatamente a questa possibilità materiale di riscatto, nonostante ogni secondo che passa gli faccia perdere parte della sua anima tanto da sacrificare, quale momento solenne tra l’azione e la reazione, seppur metaforicamente, la propria consorte. Proprio questo concetto avvenimento/conseguenza, prolungamento del concetto di casualità di cui si è detto prima, si dipana per quasi tutta la storia, come a sentenziare che ogni cosa che succede abbia per forza una miccia scatenante e, a volte, senza freni, come una cascata di giusto e sbagliato che non riesce ad avere argini. Una corrente fortissima che può colpire o una singola persona o, come nel caso specifico, tipico dei racconti dei Coen, un numero imprecisato di individui intersecandone l’agire e le motivazioni. Il messaggio è di come gli uomini siano in qualche modo sempre interconnessi e la libertà, l’errore o la virtù di uno più far cambiare il destino di tanti altri.
Il concetto di mancata compassione dell’umana natura di cui si diceva all’inizio e di cui il film si nutre, trova la sua estremizzazione in Anton Chigurh, uno dei cattivi più caratteristici che il cinema ricordi. In lui non c’è traccia di un minimo di carità, di quel sentimento che faccia scindere lo sbagliato dal giusto. Ogni persona, animale o cosa che gli si presenta davanti diventa solo un pretesto per distruggere o per annientare. La sua imperturbabilità rasenta il diabolico, la sua astrazione da essere umano lo fa apparire come una specie di mietitore casuale e parziale della vita e della morte. La sua arma, una pistola ad aria compressa utilizzata normalmente per l’uccisione di animali destinati alla macellazione, è tanto sprezzante quanto implacabile, simbolo assoluto del disprezzo e della mancanza di anima. E’ lui l’angelo sterminatore dell’intero film, colui che riesce a trasformare ogni predatore, vedi sia Llewelyn Moss che Carson Wells (Woody Harrelson), in preda, e questo prescindendo da qualsiasi motivazione.
Per quanto ci troviamo di fronte a un’ottima prova interpretativa complessiva, Josh Brolin regge bene uno dei suoi primi ruoli da protagonista, la scena principale appartiene di diritto a Javier Bardem e al suo Anton. Senza dilungarci troppo, del personaggio abbiamo appena parlato, è sorprendente come sia riuscito a trasmettere l’anima a un personaggio che ha proprio nella sua mancanza la sua caratteristica principale.
Non è un paese per vecchi è una lenta discesa verso l’inferno, un viaggio senza ritorno nei meandri dell’aridità spirituale, di quel posto in cui le buone intenzioni lasciano spazio all’esaltazione della violenza e dell’istinto sia finalizzato che non. Soprattutto quest’ultimo aspetto, con i minuti, perde importanza, come se la sopraffazione fisica ed emotiva ad un certo punto non abbia più necessità di un motivo.
Evoluzione questa che trova la sua consacrazione finale sia nell’arrendevolezza del vecchio sceriffo di fronte a un mondo che non riconosce più che dalla sopravvivenza, negli ultimi secondi, di Anton, a sottolineare che in certi casi neanche la cara e vecchia casualità riesce a spezzare la brutalità e l’assenza di compassione.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento