
Nome: Mickey Goldmill
Segni Particolari: la speranza
Attività: padre
Periodo di attività: tra un Rocky e l’altro
Dato il personaggio che affronterò a breve, ho pensato di cambiare un po’ le carte in tavola immaginando di essere Rocky che parla di lui. Non so se ne sarò all’altezza o ne uscirò al tappeto…ma vale la pena provarci.
Ci sono uomini che diventano padri senza esserlo davvero. Non ti mettono al mondo, ma ti tengono in piedi quando stai per cadere. Non ti fanno carezze…ti insegnano a incassare. Nella vita di un uomo arrivano così: non quando sei pronto, ma quando ne hai bisogno. Mickey Goldmill è stato questo. Non un allenatore. Un padre tardivo, ruvido, stanco, con la voce consumata e le mani segnate, che ha scelto di credere in me quando ormai nessuno lo faceva più. Forse nemmeno io.
Quando l’ho incontrato, ero uno che tirava avanti. Un pugile da quattro soldi, uno che combatteva tanto per non restare fermo. Mickey mi guardava da lontano, sempre con quell’aria incazzata, come se sapesse qualcosa che io ignoravo. E infatti lo sapeva. Sapeva che avevo talento, ma soprattutto sapeva che lo stavo buttando via. E quando finalmente ha parlato, l’ha fatto nel modo più duro possibile, perché Mickey non sapeva essere gentile. Sapeva solo essere vero.
In Rocky, Mickey è la voce che ti dice quello che non vuoi sentire. Ti rinfaccia il tempo perso, le occasioni mancate, la paura di provarci davvero. Ma sotto quella rabbia c’era una cosa rara: la speranza. Non voleva farmi diventare campione. Voleva farmi diventare un uomo che non scappa. E quando mi ha allenato per Apollo Creed, non mi ha insegnato solo a tirare pugni. Mi ha insegnato a restare in piedi quando è il mondo che ti prende a pugni
In Rocky II è ancora lì, stanco ma presente, a ricordarmi che la vittoria non conta se non sai perché stai combattendo. Mickey credeva in me più di quanto io credessi in me stesso. E questo è il dono più grande che un padre possa fare a un figlio: vederti per quello che puoi essere, non per quello che sei adesso.
Poi arriva Rocky III. Ed è lì che succede la cosa che nessun uomo è mai pronto ad affrontare: perdi tuo padre. Mickey se ne va dopo avermi detto finalmente “ti voglio bene”, come se avesse aspettato tutta la vita per trovare il coraggio di dirlo. E io crollo. Perdo la forza, perdo la fame, perdo me stesso. Perché quando se ne va chi ti ha insegnato a credere, ti senti di nuovo solo.
Ma è proprio lì che capisco cosa mi ha lasciato. Ne tecniche o strategie. Mi ha lasciato una spina dorsale. La capacità di rialzarmi. Di andare avanti anche senza di lui. In Rocky IV, V e oltre, Mickey non c’è più fisicamente, ma c’è in ogni parola o scelta che faccio. In ogni momento in cui non mollo. In ogni volta che combatto non per vincere, ma per resistere.
Mickey era duro perché il mondo lo era stato con lui. Era severo perché sapeva che nessuno ti regala niente. Ma sotto quella scorza c’era amore. Amore vero. Quello che non chiede niente in cambio.
E se oggi sono diventato un uomo, non è solo per i pugni che ho preso. È perché, una volta, qualcuno ha creduto che ne valesse la pena.
Rocky
(o quello che ne rimane di Mklane dopo ciò che ho scritto)
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