
L’animazione è il linguaggio dei sognatori.
Con essa, infatti, ci si libera dalla materialità e tutte le nostre fantasie, idee, sogni, aspirazioni e iperbole possono prendere vita e trovare la loro realizzazione visiva. E’ evidentemente un mezzo potentissimo e rischiosissimo ma anche bellissimo se lo si sa usare. Chris Sanders ha più volte dimostrato di saperlo gestire con sagacia e capacità e questo progetto, pur con qualche inciampo, lo conferma. Il padre di Lilo & Stitch e Dragon Trainer, tanto per fare qualche esempio, con Il robot selvaggio mostra la volontà di voler rischiare mettendo in campo, sempre per mezzo metafora, moltissimi temi anche molto distanti tra loro. Il senso dell’omologazione di giudizio e decisione, da qui il significato dei robot, si scontra con altri pesantemente più intimi quali l’adozione e la possibilità di trovarsi, confrontarsi e amarsi anche se agli antipodi di pensiero e propensione. E se a questi si aggiunge la parte naturista e morale sui singoli rapporti ecco che il quadro è completo e complesso.
Sinceramente di questo enorme calderone non mi sento di poter fare di tutto un’erba un fascio ma di considerare che ci sono alcune tematiche che alla fine arrivano bene, anche per come gestite, ed altre che, per come la vedo io, che hanno lasciato qualche dubbio.
Partiamo da quelle riuscite. La struttura visiva di ROZZUM 7134, da ora Roz, è bellissima se non altro perchè la sua dinamicità è perfettamente conforme allo scopo. Sotto questo aspetto è evidente la derivazione morale che esso ha, che potremmo definire come una simbiosi tra Wall-E e Baymax di Big Hero 6. Certo, sotto un certo punto di vista potrebbe sembrare una furbata, ma poi con i minuti questa sensazione si assottiglia e si capisce il più arioso significato che il robot vuole avere. Da una parte infatti, c’è quel senso di solitudine tipico di Wall-E e dall’altro quel tentativo di aiuto e custodia di Baymax, ma poi la cosa di evolve e quella somma cosi diventa un unicum. Gli elementi che lo fanno emergere sono sostanzialmente due: l’evoluzione del sentimento di amicizia e genitorialità e la consapevolezza della propria dimensione. Il primo è costruito sulla base dell’esperienza prima e del ricordo poi, dimostrandoci come le attitudini sono importanti ma non cosi come possiamo pensare. Questo ci porta al senso del cambiamento che poi dal mio punto di vista è il cuore del film. Ogni elemento o essere vivente della storia inizia in un modo e finisce in un altro mostrando quasi l’andamento della vita oltre alla necessità che tutti abbiamo di adattarci non solo all’ambiente circostante ma soprattutto alle persone (metaforizzando) che ci circondano magari pesandole e giudicandole in un modo diverso fin li fatto. Questo ci porta alla dimensione di noi stessi e qui le cose si complicano se non altro perché il film punta sul senso di crescita del e per l’esperienza. Ecco, sotto questo aspetto Il robot selvaggio un po’ si smarrisce mostrando un processo troppo lineare e troppo utopico. Per carità, la narrazione è tutta una metafora estrema ma c’è un momento in cui sono stato invaso da un senso di faciloneria esagerato che mi ha portato a staccarmi per un po’ dalla trama. Sostanzialmente l’elemento di rottura usato, i robot omologati e privi di ogni sentimento, non hanno retto il peso della purezza facendo risultare cosi la trama sbilanciata. La fine cerca di riaddrizzare le cose ma ci riesce più con la scena dopo i titoli che per gli ultimissimi secondi della storia principale, altrettanto forzata. Per carità, la morale cercata è che certi sentimenti travolgono e scombussolano qualsiasi logica e anche l’impossibile diventa normalità, ma il modo avrebbe dovuto essere più armonizzato.
Bellissimo invece, il modo con cui Sanders ci porta a sorridere anche di fronte alle tragedie. Questo modo di narrare non si insegna, lo si ha nell’anima e qui arriva con un’intensità incredibile. C’è proprio il senso della vita rappresentato da tutti gli alti e bassi possibili e dal fatto che senza punti di riferimento non si può stare. Minuto dopo minuto, e torniamo a Wall-E, viene sdoganata la possibilità e la naturalezza di vivere soli, mostrando come la compagnia sia indispensabile. Sotto questo aspetto l’evoluzione del rapporto tra Roz e Fink (la volpe) è emblematico oltre a essere probabilmente il migliore del film anche più di quello tra Roz e Beccolustro.
Tralasciando la denuncia naturalista, abbastanza chiara, altrettanto riuscita è la foto sul senso dell’adozione e su come l’amore non ha etichette prestabilite. Il senso genitoriale al di la del biologico arriva in pieno e riempie il film di tante sfumature sia ideologiche che di pura percezione. Quell’identità completa di morale in contrapposizione all’aspetto fisico è potente e da la perfetta dimensione di quello che un rapporto del genere deve o meglio, dovrebbe avere.
Se devo fare uno slogan, mentre Wall-E e Big Hero 6 mi hanno strappato l’anima, Il robot selvaggio non l’ha fatto. Questo non vuol dire che sia un film non riuscito, anzi, ma a una rappresentazione visiva intelligente e curata non c’è stata una stessa risposta sui contenuti almeno nella loro completezza. Sono stato più rapito dalle singole scene che dal discorso complessivo che, come detto, l’ho trovato troppo senza ostacoli. Perché è vero che le differenze possono essere superate ma la natura ci ha insegnato e ci dice che esistono diverse scale di omologazione e non un bianco e nero definito.
Mi verrebbe da dire peccato perché al di la del comunque riconoscimento del valore di questo prodotto, non serviva molto per arrivare al livello (enorme) dei titoli più volte citati.
Jonhdoe1978


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