
Nome: colonnello Steven J. Lockjaw
Segni Particolari: mascella serrata, sguardo imperturbabile e una camminata costretta e rigida
Attività: colonnello, razzista, giustizialista
Periodo di attività: tra una battaglia e un’altra
Era tantissimo tempo, diciamo da Javier Barden in Non è un paese per vecchi e in parte, Christoph Waltz in Bastardi senza gloria, che non venivo cosi rapito da un’interpretazione cinematografica (con le serie è più facile) come mi è successo con Sean Penn e il suo colonnello Steven J. Lockjaw.
Uscito dalla sala, una delle cose che mi è venuta subito in mente, esaltazione esclusa, è stata che per quanto il personaggio fosse stato scritto e pensato in maniera eccellente, la sua complessità e le continue sfaccettature erano evidentemente mirabili, la sua grandiosità e tutto il coinvolgimento conseguente erano molto della farina del sacco del suo interprete. Sean Penn ha preso l’idea e l’ha trasformata in qualcosa di meraviglioso e a mio avviso, di indimenticabile.
Movenze dure ma studiate, estreme senza però mai uscire dai limiti della macchietta e una capacità comunicativa a livello di reazione alla percezione… devastante (nel senso buono).
Mimica facciale pronunciata, camminata tra il fiero e l’impostato e un modo di parlare che mischia quasi il comico risultando alla fine minaccioso e convincente. Insomma, una centrifuga di elementi diversi che però assumono un sapore buonissimo e che ti danno continuamente un senso di soddisfazione e appagamento pieno.
Lockjaw ti conquista sin dalla prima inquadratura (il gioco con il labbro è empaticamente fulminate) e a livello di percezione (di nuovo) non ti lascia più. Nell’ambito di un film bellissimo, la sua presenza sposta continuamente e questo da la perfetta misura di quello che è. Il suo magnetismo è cosi dirompente che i tratti della sua follia diventano quasi seducenti.
Il suo personaggio si incastra meravigliosamente nel complesso tessuto narrativo descritto da Anderson, assorbendone tutta l’anima. Il suo modo di essere estremo ma allo stesso tempo pieno di contraddizioni si sposa perfettamente con quel concetto di tutti e nessuno che il film vuole dare e a cui punta. Egli è l’emblema principe tra l’essere e l’apparire con una convinzione che serve per primo a convincere se stesso e poi gli altri. Il suo animo intransigente e militaresco, che proprio nel razzismo e nella forza/controllo fonda le origini, si scontra con la realtà dell’animo e dell’istinto creando un conflitto interno che in qualche modo lo devasta e che cerca, fatti e delusione alla mano, in tutti i modi di nascondere.
La cosa bella di tutto questo è che il titolo del progetto sembra essere calzante proprio per lui più di ogni altro protagonista. E’ lui proprio l’emblema di una battaglia dopo l’altra di cui si parla seppur spinto da una motivazione (che alla fine lascia il tempo che trova) molto personale e poco condivisiva. La sua ricerca/conferma lo porta a buttare giù porte su porte, calpestando tutto e tutti e rendendo la sua vita, appunto e ripetendomi, giustamente, una battaglia dietro l’altra.
Questo d’altronde era il suo compito: essere il perfetto alter ego degli altri personaggi e per farlo doveva dare e trasmettere lo stesso principio.
Per carità, Sean Penn non è mai sparito da Hollywood, ma la sensazione era che un po’ avesse mollato, almeno sotto il lato interpretativo. Poi ovviamente la vita è imprevedibile e cosi in attimo tutto cambia e si ritrova di nuovo all’apice di settore. Si perché sarei molto sorpreso se non ricevesse per questa interpretazione diversi riconoscimenti, Oscar come miglior attore non protagonista compreso. C’è tanto, troppo per non essere cosi e per quello che è riuscito a fare in questo frangente, regalando una perla a tutto il cinema, se lo meriterebbe senza esitazioni, se non altro perché, possiamo giurarci, diventerà con il tempo uno dei villain da ricordare e magari da commentare con impeto e passione, come spesso successo per il citato all’inizio Anton Chigurh, di tanto tanto in una qualche discussione cinematografica.
Jonhdoe1978
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