
Una delle domande che più ci facciamo nell’arco della vita è se esista un qualche cosa dopo la morte. La motivazione non va ricercata tanto nella beatificazione o in un fantomatico premio o condanna per quello fatto, appunto, in vita tanto per la possibilità di continuare o ricongiungersi nell’eternità con le persone che abbiamo amato con tutto noi stessi.
Una serie di immagini ci mostra la situazione di tutti i protagonisti con, ovviamente, al centro Tony (Ricky Gervais) che, dopo gli eventi della seconda stagione, ha iniziato, nonostante il continuo buco esistenziale per la perdita della moglie, una qualche relazione, non amorosa, con Emma (Ashley Jensen).
“Mio padre diceva che la vita è come un giro di giostra: Eccitante, spaventosa, veloce. E il giro è soltanto uno. Ti diverti finchè puoi poi non ce la fai più. Dopo la giostra rallenta e c’è qualcun altro in attesa di salire. Prendono il tuo posto.” Con questa metafora a metà tra il realistico e il cinico iniziano gli ultimi minuti della terza e ultima stagione di After Life, deliziosa e toccante serie scritta, diretta e interpretata da Ricky Gervais. Il percorso fatto dallo showman britannico in questi tre anni, con una pandemia di mezzo che non ci permetterà mai di sapere se l’idea iniziale sulla conclusione sia uguale a quella rappresentata, è stato assolutamente sorprendente essendo riuscito con maestria e sensibilità a combinare il circolo della vita e della perdita con quella delle possibilità e della sensibilità personale. Come già detto nelle righe che ho dedicato alle prime due stagioni, infatti, nelle gesta di Tony e compagni ci sono tutta una serie di azioni e conseguenze che nulla hanno a che fare con consigli o moralismi ma solo con le inclinazioni soggettive caratteriali, di scelte e di modo di affrontare le cose. Ognuno dei personaggi, all’interno del racconto, in qualche modo si evolve facendosi alternativamente prima trascinare dalle cose per poi imporsi con un’accettazione dei propri limiti e delle proprie virtù coerente con quello che è l’essere umano in generale. Al centro, anche se soprattutto all’inizio meno rispetto alle prime due stagioni, rimane Tony quale punta dell’iceberg di un processo di trasformazione estremo e difficilmente digeribile. La sua guerra contro il mondo continua incessante nonostante la presa di coscienza che la sua prospettiva sia comunque deviata e questo non per la scelta, almeno per il momento, di rimanere in qualche modo fedele alla sua Lisa (Kerry Godliman è strepitosa nel tramettere quel senso di felicità a cui Tony è visceralmente attaccato), ma quanto per l’impossibilità di ritrovare un motivo, un qualche spunto, per continuare a vivere.
Entrando nello specifico, quest’ultima stagione parte in maniera più statica (le prime due puntate sono praticamente uguali con lo schema video/giornale/intervista/bevuta serale che non ha nessuna variazione) per poi aprirsi a ventaglio e con forza verso i cambiamenti su citati di tutti personaggi. La strada in questo caso sembra più corale rispetto al solito, come se questa piccola cerchia di amici, estremi nell’aspetto e nelle scelte, con a capo sempre Tony, abbiano tutti ugual diritto di definirsi e sdoganarsi. Per quanto provenienti da vissuti e situazioni diverse hanno tutti in comune il peso del passato e le difficoltà del futuro come se in qualche modo scelte e prospettive siano due momenti di mondi diversi. Questa asimmetrica diversità, e qui sta la bravura della penna di Gervais, si annulla piano piano e senza la necessità di strattoni o eventi roboanti o incredibili. I capovolgimenti della vita, infatti, e su questo After Life è meravigliosa, hanno valenza e portata differente sia nelle dimensioni che nelle gravità e soprattutto, nella percezione che si hanno di essi. La morte e la fragilità sono due cammini che possono essere coincidenti ma anche contrari e che comunque hanno a che fare con la nostra vita che lo vogliamo o no. La differenza rimane nella sensibilità, nello strappo quotidiano che certe volte sentiamo e che ci fanno propendere per un riso o un pianto. La costante rimane l’amore e la sua essenza, quel filo magico che ci rende anche per un secondo immortali.
E’ molto complicato all’interno anche dello stesso dialogo riuscire a far ridere, anche con un cinismo sottile e tagliente, e commuovere senza possibilità di difesa. Ricky Gervais è riuscito in questa fantastica impresa rendendo una storia tragica e umana in un momento di estrema riflessione e coinvolgimento. Soprattutto quest’ultimo nasce dal modo assolutamente poetico con il quale non ti impone nulla, lasciando, e il suo camminare verso l’orizzonte finale ne è la riprova, a ognuno il proprio modo di vedere le cose. Non sbaglia chi vuole provare a ritrovare un calore anche fisico, cosi come non sbaglia chi, come Tony, cerca consolazione in altro. Il regalare un sorriso agli altri, contrapposizione a mio avviso geniale, meglio di qualunque altra cosa corrisponde all’anima di Lisa che indiscutibilmente in ogni video che l’hanno vista protagonista ha trasmesso una positività e una speranza travolgente. Il discorso di Anne (una visibilmente affaticata Penelope Wilton) riguardo agli Angeli che possiamo incontrare nella vita è di quanto più meravigliosamente terreno e reale si possa sentire e che non fa altro che conciliare tutto il percorso di questa splendida serie. Ed è proprio da questi angeli, ognuno di noi ne ha o ne ha avuto almeno uno, che bisogna trovare la forza di provare a guardare avanti almeno per dare un senso completo a tutto il nostro giro per lasciare cosi il posto a quello successivo senza rimpianti e soprattutto, convinti di aver fatto tutto il possibile per conservare l’amore dato e quello ricevuto.
Jonhdoe1978
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