
Ho sempre avuto sentimenti contrastanti sui finali di stagione completamente aperti, se da un lato c’era la soddisfazione di sapere con certezza che la serie sarebbe continuata dall’altra mi pervadeva la sensazione di un allungare le dinamiche per sfruttare il momento. Quest’ultimo pensiero a volte, avallato da chiusure repentine che andavano a sminuire tutto il percorso.
Tony (Ricky Gervais) cerca di riprendere in mano le redini della sua vita, aggrappandosi ai ricordi e a qualche amico, vecchio e nuovo.
La seconda stagione di After Life riprende esattamente da dove aveva lasciato, e non perché avesse l’esigenza o l’obbligo di continuare, la serie poteva tranquillamente chiudersi con la prima, ma per la voglia di raccontarci oltre. Per farlo il bravissimo Ricky Gervais, ha utilizzato lo stesso percorso narrativo della prima parte dandogli, però, un taglio diverso e, a mio parere, più completo. E’ riuscito, infatti, ad entrare ancora di più nel cuore delle vite di tutti i personaggi e questo lasciando comunque la sua di storia, come principale. Ha fatto in modo, magicamente, che tutte le strade si intersecassero e, senza mai perdere la via maestra, le ha fuse e trasformate in un grande unico racconto fatto di tante piccole sfaccettature e sfumature. Particolari fatti di cose semplici, di gesti, di sguardi, di sogni nascosti, di paure svelate e soprattutto, di timori del futuro. Ognuno di loro ha le sue debolezze, i suoi limiti, i suoi fantasmi con cui fare i conti, cercando la forza di affrontarli per non continuare a nasconderli dietro le ombre dell’apparenza della normalità.
La grande protagonista di tutta questa stagione è la malinconia, intesa come un’ombra ingombrante che attanaglia ogni momento, compresi quelli comici o paradossali. E’ come se ella accarezzasse e avvolgesse tutte le situazioni, con un modo che definirei ondulatorio come se seguisse tutti i vari stati emotivi, rimarcandoli. Ritengo che questo tipo di approccio abbia dato ancora più profondità a tutta la storia, riuscendo maggiormente rispetto alla prima stagione, a graffiare l’anima. Ora in Tony c’è una specie di tregua armata con se stesso, la rabbia è stata sostituta da una battaglia diversa, più complicata e che cambia vincitore a seconda dei momenti. L’irrazionalità è stata sostituita da una lucida analisi che lo porta ora spesso, a prendersi cura degli altri, a cercare nel suo modo, a dare a ognuno di loro un piccolo angolo di pace. E qui sta il paradosso e la poesia di questa parte di After Life: quella profonda dicotonia fra quello che riesce a donare a chi gli intorno e l’impossibilità di farlo a se stesso. Il suo è un continuo viaggio a ritroso nel tempo, come se il passare delle ore, dei giorni sia solo un modo per rivivere il passato. Un passato a cui si aggrappa disperatamente, ritornando ogni volta esattamente al momento riprodotto da ogni video, riprovandone emozioni e sensazioni. Ma quando quel computer si spegne ripiomba nel suo purgatorio con finestra sull’inferno.
Ricky Gervais ha diretto, oltre che scritto e interpretato, After Life 2 con una maestria a tratti, imbarazzante. E’ riuscito infatti a rendere unica una dinamica già vista. L’impostazione narrativa infatti, è pressocchè uguale alla parte precedente e nonostante questo l’impressione e l’impatto è sempre di qualcosa di nuovo, coinvolgente, struggente. Alterna momenti di pure disperazioni a momenti di speranza, una piccola luce in fondo a un tunnel stretto e umido. Al centro tante altre cose, quale la crisi famigliare, l’amore non corrisposto, le differenze sociali, i pregiudizi, le difficolta psicologiche e fisiche, le aspirazioni, l’evasione spirituale, il bisogno assiduo di affetto, di mani da stringere. Ed è di nuovo incredibile come tutto questo sia stato possibile in un lasso di tempo cosi ristretto: ancora 6 puntate da 30’ ciascuna. Un dono di sintesi figurata innato, una capacità immensa di saper dipingere l’animo umano e le sue ferite in pochissimi fotogrammi accompagnati, ovviamente, da una sceneggiatura ad hoc: essenziale, precisa e tagliente.
Tony non fa altro che perdersi e ritrovarsi, come se una volta dentro il bosco riesca sempre a ritrovare per qualche motivo dei sassolini che gli indichino la via del ritorno. A differenza dell’altra volta, però, tali sassolini non sono donati quasi esclusivamente da Anne (Penelope Wilton) come estrema coscienza della voglia di lottare, ma sono sparsi un po’ ovunque. Emblematica la sua esclamazione di essere stato fortunato dopo il racconto dell’uomo che imbucava erroneamente le lettere nel contenitore della cacca: una vita, la sua, passata a non amare mai nessuno per la paura di essere abbandonato. Una contraddizione in termini di due storie diametralmente opposte ma che per un breve momento ha fatto riassaporare al nostro protagonista il succo di quello che dovrebbe essere la vita: amare e essere amati.
Facendo seguito a quanto detto in prefazione e specificato poco dopo, la prima stagione di After Life pur lasciando aperto un possibile continuo, poteva benissimo chiedersi li, avendo comunque, senso e logica. Dello stesso tenore la seconda che ha come apice la splendida ultima puntata, in cui Tony improvvisamente viene risucchiato dall’oblio e salvato dal grido disperato del suo cane e dal geniale Ok, Ricomincio da Capo di Emma (Ashley Jensen) quale ultimo angelo a cui aggrapparsi.
In pochi secondo Gervais ha fatto passare la sua creatura dalla black comedy alla tragedia e alla speranza, quasi a simboleggiare la relatività della vita, la sua volubilità, il suo reggersi e definirsi su piccoli momenti. Momenti che possono trasformarsi in piccole isole su cui prendere fiato, asciugarsi la fronte e trovare una ragione per tornare alla luce.
Jonhdoe1978
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