
Netflix ha avuto il grande merito, sin dalla sua nascita, di dare voce a tante idee, storie e racconti che altrimenti sarebbero rimaste sono nelle intenzioni di chi le ha pensate. Ovviamente questo tipo di approccio ha anche comportato il sorgere continuo e frenetico di decine e decine di serie che hanno in parte, intasato il settore. Delle due, a mio parere, la prima conseguenza è la più importante.
Tony (Ricky Gervais) ha perso la moglie dopo una lunga malattia. Ora passa le giornate facendo qualsiasi cosa gli venga in mente, incurante degli effetti e con l’idea costante di suicidarsi.
Scritto, diretto e interpretato da Ricky Gervais, After Life ci racconta come ogni vita, volente o nolente, non è altro che la somma di tante vite. Esistono, infatti, avvenimenti, positivi o negativi, che segnano e cambiano il nostro modo di vedere le cose, di agire, di comportarci e di affrontare il mondo. Nel caso specifico è la perdita dell’altra parte della mela, di quella compagna che riempiva i vuoti e su cui potevi contare in ogni momento. L’oblio dell’assenza, il rifiuto di accettare l’impossibilità di poter avere un’altra parola, un altro sguardo, un’altra carezza quando la notte è troppo buia. Lo strazio di pensare di non farcela, un buco che lacera dentro con una ferita scoperta e a cui si continua a gettare sale.
Tony, con la perdita della sua Lisa (Kerry Godliman), è come se avesse perso se stesso, i suoi riferimenti, il suo porto sicuro, il luogo dove poteva mettersi a nudo senza maschera e senza filtri. La sua è l’impossibilità di ricucire lo squarcio, di riprendere in mano i pezzi di quello che rimane e dargli un minimo di senso per non perdersi del tutto, per non lasciarsi scivolare anche lui nel sogno eterno.
Per evitarlo si attacca a l’unica cosa più vicina a lei che ha, il cane che le aveva regalato, come se in qualche modo in lui ci rivedesse una piccola speranza, la remota possibilità di essere ancora utile a qualcosa e qualcuno.
Ricky Gervais ha scritto una storia toccante e lo ha fatto giocando tra ironia, cinismo e delicatezza. Ha costruito una specie micro cosmo, fatto di poche persone, tutte collegate tra loro e a cui è riuscito a dare personalità e profondità, sfruttando al massimo tutti i minuti della serie. Ognuno ha il suo posto preciso, la propria storia, il proprio vissuto e il suo possibile sviluppo, rimanendo comunque, Tony, come centro di raccolta degli eventi. La cosa meravigliosa e a tratti unica e che questo processo di sviluppo dei personaggi nonché del processo di introspezione del protagonista verso un po’ di ossigeno utile per riprendere a sperare, è stato raccontato in sole 6 puntate di appena 30 minuti ciascuna. E questo non può che essere merito di chi l’ha pensato e soprattutto girato che è riuscito a creare una specie di nuvola narrativa con un impatto incisivo, coinvolgente e commovente. Il tutto arricchito da una dialettica tagliente, divertente e perfettamente coerente alla situazione che sta vivendo Tony, almeno nella sua premessa.
L’inizio della sua risalita dall’inferno di spine in cui era sprofondato, è stato gestito in maniera armonica, uno scegliere una strada in mezzo a tante vie e questo grazie allo splendido personaggio di Anne (Penelope Wilton), quale voce di una coscienza che non si vuole arrendere, senza per questo dimenticare. E’ come se nei giorni, nei momenti, abbia preso il nostro protagonista per mano mostrandogli la direzione per uscire dalla foresta senza in ogni caso vietargli, ritenendolo necessario, di ritornarci qualche volta, per stringere le sue sensazioni, quali elementi necessari per continuare a essere se stesso.
After Life ha le sue basi nel materialismo più estremo, l’incapacità di accettare il destino partendo dalla consapevolezza che oltre questa vita non ci sarà più nulla. E questo rende ancora di più doloroso il distacco, considerato definitivo, seppur il ricordo, la vicinanza, la presenza rimangono nitidi in ogni gesto, in ogni pensiero, in ogni angolo del corpo come se non se fossero mai andati. In mezzo a questa dicotomia tra eterno e circoscritto si cuce un inno alla speranza, il cercare di vedere le cose sotto un altro aspetto, nutrito dalla bellezza del ricordo, dall’amore dato e ricevuto, con la necessità finale di non rigettare la linfa e l’anima di ogni uomo: lo stare insieme agli altri. Il tentativo di ritrovare gli odori, i brividi, la pelle, seppur non gli stessi, sarebbe impossibile, ma di nuovi onde riprendere un cammino diverso sapendo comunque di avere la benedizione di chi ci ha amato, ci ama e ci amerà per sempre.
Tony nelle pieghe delle persone che lo circondano ritrova in parte il colore delle cose, la loro brillantezza, seppur dietro una sfumatura diversa, nel tentativo di riprendere in mano una nuova vita, un nuovo percorso, sicuramente più accidentato ma non per questo meno percorribile e con comunque l’enorme sorriso di Lisa che gli dice di andare e di essere di nuovo…felice.
Jonhdoe1978
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