
Premessa e ammissione: mi ci sono voluti diversi minuti dopo l’inizio della spettacolo prima che riuscissi a spogliarmi, dopo la meravigliosa masterclass di Russell Crowe alla quale avevo assistito neanche due ore prima di entrare in sala, da tifoso del suo autore e vestire quelle più consona di “semplice” appassionato. Fortunatamente Poker Face, pur non arrivando a toccare vette indimenticabili sia chiaro, non ha “rovinato” quella bolla soddisfatta ed esaltata (a mio avviso era impossibile per tutti, a prescindere da età ed esperienza, non raggiungere questa condizione) dell’incontro citato.
L’attore/regista Neozelandese, infatti, cambia completamente marcia rispetto al suo primo film dietro la macchina da presa (The Water Diviner), regalandoci una pellicola profondamente intima che però strizza l’occhio sia al thriller che all’azione pura. La sua bravura è stata nel primo caso nel riuscire a gestire la retorica in maniera gentile e bilanciata, negli altri due mischiare egregiamente l’aspettativa con la realtà. Sotto quest’ultimo aspetto il fatto che poi gli eventi siano esattamente per quello che sono (per lunghi tratti mi era balenata l’idea che ogni imprevisto fosse studiato dal protagonista) esalta quel concetto di impossibilità a controllare le cose sul quale il film si basa. Si può, infatti, programmare tutto e costruire castelli fiabeschi sui quali vivere o sognare, ma qualcosa può sempre arrivare a macchiare o distruggere tutto. In Poker Face questo aspetto è doppio e riguarda sia l’imprevisto più grande, nessuno sfugge alla mortalità dell’essere vivente, che quello puramente materiale della sopraffazione ingiusta e appunto, ingiustificata. Il secondo in qualche modo nella storia si interseca al primo, come fosse una corda che altro non fa che trascinarti davanti allo specchio delle conseguenze delle azioni.
Poker Face va addirittura oltre parlandoci anche di amicizia, di quella vera dove i difetti fanno parte del pacchetto, di quiete e di intima responsabilità. Soprattutto quest’ultima, che poi per la sua mistificazione esteriore da il titolo al film, viene rappresentata come una marea inarrestabile (l’immagine è più volte riprodotta) che si rinnova a ogni onda lasciando e perdendo ogni volta qualcosa della sua interiorità.
Concludendo, Russell Crowe è riuscito a trasmettere la disperazione senza farla vedere, il pianto senza lacrime e l’amore e la compassione senza urla e/o promesse, esattamente come un giocatore di poker che in ogni occasione deve mantenere la sua impassibile espressione.
Jonhdoe1978
Voto 6.8/10
TRAILER: Sottoscala reale
TRAMA: Tutti gli amanti della musica classica conoscono la canzone di Stefani Germanotta intitolata Poker Face, un termine che indica la faccia da stoccafisso non di quelli a cui è preso un ictus ma di quelli che non provano emozioni. C’è da dire che io non sono un pezzo di legno perché un’emozione l’ho provata: un rodimento di culo continuo perché ho buttato due ore in cui potevo farmi un bel solitario.
Russell Crowe è pieno di soldi fatti insieme al capo del Wu-Tang Clan, uno che l’ha ingozzato di hamburger facendolo diventare una tartaruga. Ora sta lì lì per morire ma le tartarughe sono nostalgiche e ha uno slancio di romanticismo: invita i suoi amichetti del cuore per un’ultima partita a tre sette col morto.
Come è risaputo certe partite sono noiose e alla fine mica succede niente di che, non è che la gente si mette a ballare sopra i tavoli, poi sono tutti uomini brutti e uno strip poker non è che sia il massimo. Tant’è che non succede niente fino a quando il cattivo di turno, l’unico che al poker ha sempre preferito il nascondino, gioca male l’ultima carta e fa una finaccia…per non parlare di quello che succede a ciò che rimane del buon vecchio gladiatore.
C’era un film sul poker, o meglio sulla vita in generale, che diceva “Se non individui il pollo nella prima mezz’ora di gioco, allora significa che il pollo sei tu…” e in questo caso i produttori l’hanno individuato in Russell, convinto a girare un film con delle carte che manco per pulircisi il deretano e costretto a giocarsi l’all-in finale per una pellicola perfetta per un thriller alla Tv di domenica pomeriggio con la pioggia.
Purtroppo non sono stato presente alla Masterclass durante la Festa del Cinema di Roma o mi sarei fatto qualche risata e forse il mio giudizio sarebbe stato un altro, ma purtroppo per due ore ho dovuto tenere la Poker Face.
Mklane
Voto 6.3/10
Ad otto anni dal suo esordio dietro la macchina da presa con The Water Diviner, Russell Crowe torna a dirigere un film e stavolta, oltre ad impostarlo e ad interpretarlo, ha pensato bene di sceneggiarlo pure.
Contrariamente però a quanto potrebbe lasciar intendere il titolo, Poker Face non ha quasi nulla del Gambling Movie. Il gioco d’azzardo c’entra ben poco e l’indecifrabile faccia, caratteristica fondamentale dei giocatori professionisti, si riduce alla fine alla più canonica delle metafore.
Nasce così un “All in” dell’ormai appesantito ex-gladiatore con poche carte da gioco e fiches poker e tanto Crowe. Per fortuna. Sua e nostra.
Perché il primissimo piano sugli occhi azzurri del Crowe attore, si conferma tra gli sguardi più profondi e carichi di emotività della sua generazione, ma ogni volta che quella Babele di sentimenti puri, disordinati e maldestri hanno provato a spostarsi dal lato opposto della MDP, non sono mai riusciti a trovare la loro giusta dimensione. Almeno per il momento.
Thriller, mistero, amicizia, doppiogiochismi, amore, menzogna, invasioni armate…c’è di tutto in questa pellicola della durata di 84’ (titoli di testa e di coda compresi). Decisamente troppo pochi per poter mantenere alta la portata delle premesse iniziali che, per forza di cose, restano per gran parte inespresse e/o appena accennate o raccontate dai comodi “spiegoni” della voce fuori campo.
La regia sottotono, anche durante i momenti di tensione, è fortemente in contrasto con la moltitudine di dialoghi inseriti nella sceneggiatura. Paradossalmente, nonostante si aggiungano di continuo elementi di disturbo a situazioni già di per sé assurde, è proprio nei momenti in cui il regista si affida più alle immagini che alle parole che si riesce ad intravedere quali sono le sue reali intenzioni. Crowe è un formidabile attore ed è davanti alla macchina che riesce a dare il meglio. Almeno per il momento.
Il suo protagonista Jake Foley ha costruito un’intera vita e carriera sui suoi bluff, con i quali riusciva a smascherare le carte degli altri, a scoprire le verità che nascondevano e, alla fine, a vincere. Crowe è di fatto alla sua seconda partita persa. I suoi bluff non sono andati a buon fine.
La sua Poker Face funziona decisamente troppo. Non siamo ancora riusciti a decifrarla. Almeno per il momento.
Alessandrocon2esse
Voto 6.1/10
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