
1919. La prima guerra mondiale è finita, ma non per l’ agricoltore rabdomante Joshua Connor (Russell Crowe), o almeno non sono finite le sue battaglie. La guerra infatti gli ha portato via i suoi tre figli Arthur (Ryan Corr), Edward (James Fraser) e Henry (Ben O’Toole), in una delle più sanguinose battaglie mai viste e Connor, dopo una promessa fatta alla moglie Eliza (Jacqueline McKenzie) poco prima che morisse suicida, parte dalla nativa Australia per raggiungere Gallipoli in Turchia, per ritrovare i corpi dei figli e riportarli a casa e dar loro una degna sepoltura.
L’ impresa si rivela presto molto più complessa del previsto e per Connor gli unici amici in terra straniera sono il piccolo Orhan (Dylan Georgiades) e sua madre Ayshe (Olga Kurylenko) che gli offrono alloggio nel piccolo albergo di famiglia. L’ incontro con un ufficiale dell’ esercito turco, il Maggiore Hasan (Yilmaz Erdoğan), gli restituisce una flebile speranza: Arthur, il più grande dei suoi figli, potrebbe essere ancora vivo.
Come già successo a numerosi suoi predecessori, nonostante l’ enorme esperienza passata davanti alla macchina da presa (in questo caso diretta da blasonati maestri come Ridley Scott e Ron Howard), al proprio esordio da regista, il nostro Russellone inciampa nel più comune degli errori: la voglia di strafare.
Nonostante l’ intuizione di trattare un tema di sicuro impatto come il primo dopoguerra (e proprio a ridosso con il centenario dal tragico periodo) e di scegliere di raccontarlo attraverso l’ omonimo romanzo scritto da Andrew e Meaghan Wilson Anastasios (ispirato ad una storia vera), Crowe non riesce a mantenere una linea retta durante la narrazione della vicenda, sviluppando moltissimi (troppi) temi, probabilmente proprio per la paura di scontentare qualcuno.
In 111’ vengono sfiorati (più che sviluppati) temi quali l’ antimilitarismo, l’ amore, l’ amicizia, la comunicazione multiculturale, la famiglia e un paio di critiche (a denti stretti) su religione e patriottismo, creando come la sensazione di stare a guardare una sorta di collage di più cortometraggi, tutti con l’ unico comune denominatore della piattezza…spezzata solo a tratti dall’ utilizzo dei Flashback.
Anche la scelta di assumersi la responsabilità del ruolo del protagonista non aiuta di certo Crowe, infatti la stessa confusione che si percepisce nella trama, contagia ampiamente il personaggio di Connor che spazia tra l’ eroico a cui ci ha abituato nelle sue precedenti interpretazioni ed il cane bastonato, reso del tutto patetico dall’ utilizzo dei poteri da rabdomante utilizzati per la ricerca dei cadaveri dei figli sottoterra.
In definitiva, non sconsiglio del tutto la visione del film, anche perché qualcosa di buono c’è…ad esempio è coraggiosa e di sicuro impatto emotivo la scena dell’ agonia dei tre figli di Connor, come di straordinaria bellezza sono le scene della Moschea Blu e della tempesta di sabbia rossa, dove gioca di sicuro un fondamentale ruolo la fotografia di Andrew Lesnie, già premio Oscar con Il Signore degli Anelli – La Compagnia dell’ Anello. The Water Diviner sarà anche l’ ultimo lavoro firmato da Lesnie, venuto a mancare troppo presto in seguito ad un improvviso attacco cardiaco nel 2015.
Un esordio alla regia per Crowe molto più che discutibile. Prima però di dare giudizi definitivi, forse sarà il caso di aspettare la sua prossima opera…Provaci ancora Russellone!!!
Alessandrocon2esse























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