
Alcuni anni fa, durante una conversazione sulla natura dei rapporti e lo loro evoluzione nel tempo, una persona mi disse: “in alcuni casi non è importante quello che dici o che fai, dall’altra parte ti vedranno sempre per quello che vogliono.” In quel momento tale affermazione non mi trovava d’accordo, poi il tempo mi ha fatto capire che invece non era cosi lontana dalla realtà.
Il signor Chance (Peter Sellers) da quando era un bambino vive in una graziosa casa a Washington insieme al proprietario e la sua domestica. Alla morte del primo, però, è costretto ad abbandonare il luogo trovandosi, per la prima volta nella sua vita, nonostante un’età avanzata, al di fuori da quello che è sempre stato il suo mondo.
Che cos’è l’esperienza? Direte semplice: è quella cosa che ci permette di orientare le nostre scelte in base a situazioni già vissute permettendo cosi di avere una visione più completa e veritiera (almeno in teoria) delle conseguenze. Proprio questo approccio fa si che tutti, o meglio la maggior parte, pensiamo che più avanti si è con gli anni più aumenta la saggezza e la capacità di gestire gli eventi. Ma se invertissimo i fattori cosa succederebbe? E’ in pratica possibile che le troppe “informazioni” ci aggravino il pensiero trovando difficoltà e congetture che magari non esistono appesantendo decisioni, invece molto più semplici da prendere?
Questa domanda, ovviamente estremizzata ai massimi livelli, deve essere venuta in mente a Jerzy Kosinski, tanto da portarlo a scrivere sull’argomento un romanzo prima e la sceneggiatura del film, diretto da Hal Ashby, poi.
Sottolineando quell’alone di tristezza che tutto il film trasmette e che probabilmente è il motivo per cui ti si insinua nella pelle, Oltre il giardino entra con potente delicatezza dentro tre temi ben chiari:
Quanto siamo complicati;
L’apparenza e l’idea sono più forti dell’essere;
La potenza della comunicazione sulla percezione di cose e persone.
Il primo riguarda quello sottolineato poche righe fa e di come spesso l’esperienza non sia la migliore via da percorrere, deviata da una complessità di pensiero intaccato e a volte malato. In questo caso, infatti, Chance il giardiniere vuole rappresentare l’istintività, il ragionamento cosi basilare e libero da poter, e qui sta l’estremizzazione di cui pocanzi, influenzare milioni di persone compresi i potenti del mondo. Le sue sono pochissime parole ma che si incastrano in un contesto ideologico e sociale confuso risultando cosi quasi come una rivoluzione. E’ come se lui dicesse il mare è bello e tutti, troppo presi dalle proprie cose, se ne fossero dimenticati e ricordarglielo gli ha riaperto sensi che pensavano sopiti.
L’apparenza e l’idea sull’essere è più o meno quello di cui ho già accennato. Chance non si allontana mai da se stesso e dalla sua semplicità e nonostante questo, tutti, lo vedono e lo percepiscono come una mente brillante e meravigliosamente complessa. Ogni persona che incontra, figlia ovviamente di quello che ha sentito, trova, o meglio, si sforza di trovare in lui bagliori di quella genialità universalmente riconosciuta. Questo modo trova il suo apice, e qui la storia da un destro alla moralità e alla superficialità dei sentimenti, nel presunto innamoramento di Eve (Shirley MacLaine). In questo rapporto esce il peggio dell’amore che cosi diventa solo o un’evasione o la dimostrazione che quello di cui ci innamoriamo a volte è solo il nostro pensiero e non quello che realmente è.
Ultimo punto, inevitabile, sulla forza di persuasione dei mezzi di comunicazione, tema già affrontato in altri film, Arancia Meccanica su tutti, e che verrà riproposto anche nel futuro, Re per una notte su tutti. Sembra il segreto di Pulcinella, ma tutto quello che esce dalla televisione per noi diventa reale e tangibile. E’ un paradosso, ma nonostante lo sappiamo e in certi casi abbiamo le prove che alcune notizie sono fuorviate e/o esasperate, continuiamo a dargli credito facendole diventare la cartina di tornasole del nostro giudizio successivo. Molti diranno di no, affermando di essere dei pensatori liberi, ma non è cosi, nessuno lo è sino in fondo. Su questo si basa e trova la sua forza la comunicazione. E’ chiaro che Oltre il giardino esaspera il concetto ma non cosi tanto come si potrebbe pensare. La comunicazione, giornale, televisione o semplicemente il passaparola che sia, crea miti in continuazione e la gente si trova a considerarli tali anche senza accorgersene. Chance il giardiniere non ha passato, non ha una storia e poco da dire, eppure è bastato che una sola persona lo elogiasse in televisione che tutti cominciassero a considerarlo facendolo diventare, appunto, un mito dopo una vita praticamente invisibile.
Peter Sellers è stato nominato agli Oscar come migliore attore protagonista e questa è stata senza ombra di dubbio la sua prova più intima e per certi tratti sfuggente. Con il senno di poi verrebbe da dire che se lo sentisse (morì improvvisamente l’anno successivo) almeno per come chiese con forza di fare questo personaggio, quasi a gridare e prendersi beffe di tanti clichè sociali. Vinse invece l’Oscar come miglior attore non protagonista Melvyn Douglas nei panni di Benjamin Rand e questo per la bravura con cui è riuscito a trasmettere quel passaggio tra ultima scintilla di vita e rassegnazione al suo personaggio.
Oltre il giardino è un film che inizia in sordina, i primi minuti danno l’impressione di qualcosa di lontano e fantastico, ma che poi ti aggredisce portandoti su un territorio tra l’onirico e l’ideale. Il suo essere cosi grottesco accentua il messaggio rendendolo in qualche modo sia senza tempo che tristemente amaro. Gli ultimi minuti superano la parte di satira e denuncia per tornare, o meglio, darci la dimensione della natura umana. La passeggiata di Chance in mezzo alle sue piante e al nulla, mentre i potenti lo stanno scegliendo per dirigere il paese (ho pensato alle lobby oscure), sa quasi di abbondano fancullesco alle proprie origini e priorità, come se alla fine tutto si riducesse alla pura e semplice felicità del momento. Che poi non è e non può essere cosi, siamo troppo complicati, lo sappiamo, ma è e sarebbe anche bello riuscirlo ogni tanto a fare, magari convogliando ogni discorso e pensiero solo a quello che ci fa stare bene e sentire a nostro agio.
Jonhdoe1978
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