
Ogni uomo ha il suo ego da soddisfare, quella voglia innata di voler essere ascoltato da una o più persone e questo al di là dal contenuto più o meno profondo del messaggio.
Rupert Pupkin (Robert De Niro) è un uomo poco più che trentenne che sogna di diventare un comico affermato. Una sera, all’ennesimo tentativo, sfruttando la ressa al di fuori degli studios, riesce a entrare nell’auto di Jerry Langford (Jerry Lewis), conduttore di uno dei spettacoli comici più famosi degli Stati Uniti, chiedendogli la possibilità di esibirsi nel suo show.
Martin Scorsese nella maggior parte delle sue opere, ha sempre riservato un posto per una qualche denuncia sociale, spaziando dall’indifferenza all’emarginazione, dal sopruso alla follia, dalle bugie al maschilismo. In alcuni dei suoi film questo tipo di approfondimento è stato soffocato dallo sviluppo della trama principale mentre in altri, come nel caso in oggetto, è diventato esso stesso il cuore della storia.
Re per una notte, per le tematiche trattate, è stato per l’epoca un film scomodo e mal digerito e per questo non sorprende che inizialmente sia stato un flop sia di incassi che di critica. E’ stato come attaccare il sogno americano e le sue immense opportunità insieme allo smitizzare l’iconicità della figura che all’epoca aveva chi lavorava in televisione. Il tempo ha riportato le cose nella loro giusta dimensione rivalutando il film per quello che è: una perfetta combinazione tra regia, sceneggiatura e interpretazione.
Rupert Pupkin è un uomo solo e figlio dei propri tempi dove l’apparire è più importante del semplice essere. Accanto alla sua esistenza solitaria, arricchita solo dalla rincorsa continua a qualche star della tv, c’è ne un’altra solo immaginata in cui tutti sono a sua disposizione e che in qualche modo rendono giustizia al talento che lui crede di avere. Queste due realtà spesso si confondono tanto da non far capire allo stesso Pupkin dove finisce una e dove inizia l’altra. La sua è la fantasia della paura, la ribellione a quella condizione di solitudine e sofferenza a cui consciamente e inconsciamente cerca di fuggire. Le sue giornate sono un continuo tentativo di dare corporalità al suo essere fantasma, rappresentato splendidamente nel film nel modo continuo con cui viene storpiato il suo cognome, una specie di tutti dentro a un nessuno. Il suo grido si erpica parallelamente all’isteria generale di arrivare al successo a tutti i costi e che trova il suo culmine nell’assunto su cui si specchia tutto il film: meglio un giorno da Re che una vita da buffone. Per arrivare a questo giorno, noncurante delle conseguenze, rompe, insieme alla sua unica conoscente (amica sarebbe troppo) Marsha (Sandra Bernhard), gli argini della moralità, calpestando la dignità e la libertà di chi si è convinti essere il cattivo del castello.
Martin Scorsese è stato a mio avviso bravissimo a cercare altri colori e altri angoli di inquadrature rispetto a Taxi Driver a cui Re per una notte istintivamente fa pensare. Seppur proveniente da radici diverse, infatti, la disattabilità sociale è la stessa per entrambi i protagonisti insieme a un finale che punta il dito in maniera netta verso una società senza valori e che pende dalle labbra di chiunque si trovi dietro uno schermo. Anche il concetto stesso di Star System è duramente attaccato e questo attraverso la poca sensibilità verso il prossimo da parte di chi deve tutto agli applausi della gente. L’escalation emotiva di Rupert va di pari passo con l’indifferenza relazionale di Jerry, come se fossero due facce di una stessa medaglia. E’ come se regista e sceneggiatore abbiano voluto togliere quella maschera dorata con cui, soprattutto in quegli anni, erano idealizzate le star della televisione, un riportare per terra e umanizzare persone che venivano considerati come dei miti da osannare.
Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’interpretazione straordinaria dei suoi attori. Inizierei da Sandra Bernhard e al suo modo assolutamente sorprendente con cui ha gestito un personaggio borderline e fuori dagli schemi e che dipinge il senso profondo di solitudine che anche la ricchezza può dare. Jerry Lewis è solido, preciso, granitico, un carro armato di sicurezza che si muove sul set. Riesce a passare in maniera naturale a passare da protagonista a spalla di quello che senza ombra di dubbio è il mattatore del film: Robert De Niro. La sua è l’ennesima stratosferica prova recitativa in un misto tra perfezione stilistica e pure improvvisazione. Tutta la bellezza del personaggio è solo merito suo e al modo con cui lo ha reso empatico e assolutamente vicino.
Scorsese ha sempre creduto, per la buona riuscita di un film, nella perfetta simbiosi tra regista e interprete. Non è un caso, infatti, che abbia sempre cercato, come altri registi d’altronde, ci circondarsi sempre di attori che riuscivano a cogliere immediatamente richieste e aspettative. E’ palese poi che quello che si è creato tra lui e De Niro è qualcosa che travalica questo “semplice” assunto e che va a collocarsi nella casella “unione perfetta”. In Re per una notte questo tipo di affinità esplode in tutto il suo splendore raggiungendo l’eccellente coincidenza fra immagini e parole. Questo passaggio era, peraltro, essenziale per raccontare una storia cosi umanamente sporca e che trova le sue basi sul disagio sociale e l’esasperazione emotiva. Esasperazione che trova il suo controsenso nel momento in cui il talento lascia spazio alla percezione e questo attraverso un compiacimento sociale razionalmente e stilisticamente ingiustificato e siglato da un nome, Rupert Pupkin, ora non più nè storpiato nè dimenticato. Ma d’altronde è la gente che crea i miti, legandosi molto spesso, alla storia che c’è dietro, ma sempre pronta, però, a gettarla nel dimenticatoio nel momento in cui se ne presenta una nuova con buona pace di sentimenti e valori.
Jonhdoe1978
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