
La Festa del cinema di Roma, come da sua impostazione, basa la sua gara sui film semi indipendenti di tutto il mondo. Sostanzialmente, l’idea è quella di acuire la voce degli autori emergenti (C’è ancora domani sotto certi aspetti è stato un unicum), un po’ come fa il Sundance Film Festival. Quest’anno (2025) i progetti in gara erano 18 e a vincere è stato, appunto, Left-Handed Girl, film diretto da Shih-Ching Tsou e scritto dalla stessa Shih-Ching Tsou insieme a Sean Baker, il padre dell’Anora trionfatore di Cannes 2024.
Chi mi ha letto sa (nonostante sia riuscito a vedere “solo” 11 dei 18 prodotti) che non sono proprio concorde con la scelta e che il premio complessivo (e non solo quello della Giuria) l’avrebbe meritato Nino. La grande differenza tra i due (vincitore e mio favorito), almeno quella che mi preme di più sottolineare, è la capacità di quest’ultimo di controllare l’anima umana e sociale a un livello di normalità tirando cosi fuori tutta la potenza di sovrapposizione e coinvolgimento da essa derivante. Al contrario Left-Handed Girl (tanto per cambiare terribile la traduzione, La mia famiglia a Taipei) perde in certe circostanze questi riferimenti, estremizzando proprio quella socialità e quell’intima disperazione e smorzando cosi quel processo di identificazione a cui, almeno nel complesso, evidentemente aspira. I temi inseriti in questo film, infatti, sono molteplici (io aggiungerei troppi) e non è molto difficile trovare una pezza su cui vedere la propria vita, cosa che comunque è sempre possibile anche quando il tema non sembra esserlo: l’animo quando viene colpito si inarca e trova sempre un qualcosa su cui ritrovarsi ed è da li che nasce l’emozione della visione.
Il film ci parla di una famiglia di tre donne, Mamma e figlie, che si trasferiscono a Taipei e affittano un bancone (di ristorazione) al mercato della città nel tentativo di trovare una nuova solidità familiare ed economica dopo qualche fallimento.
La storia cerca di affrontare tre generazioni, soffermandosi molto su quella della più piccola nel tentativo, peraltro riuscito, di sgrezzare certe dinamiche rendendole in qualche modo più lineari e digeribili. Ovviamente questo vuole essere solo un’escamotage perché poi la trama non si priva della sua drammaticità seppur dall’alto, e ritorno all’inizio, di un modo ancora troppo grossolano per essere di un’intensità travolgente. L’impostazione della storia, seppur come detto a mio avviso troppo piena di eventi, è solida, concreta, percettibile (come lo è il suo autore), ma poi qualcosa qua e la scivola e questo per quell’attitudine ancora non bilanciata che ancora il cinema cinese ha (e qui, a mio avviso, entrano in ballo le attitudini dell’altra parte della mela). Nonostante, infatti, l’omologazione a un linguaggio ormai internazionale, qualche scoria ancora rimane e quando queste vengono alla luce sono abbastanza stridenti. Tanto per entrare nel concreto, la parte finale, sia per quello che rappresenta che proprio per la sua fattibilità nella realtà, va troppo sopra le righe diventando un evento nel quale non rispecchiarsi del tutto, e questo per l’intenzione è una cosa non proprio leggerissima.
Ce ne sono altre di queste leggerezze/esagerazioni, ma quella appena indicata a mio avviso, è quella che più di tutte annacqua tutto il progetto che, c’è da dirlo, fin li aveva avuto dei guizzi bellissimi ed emotivamente apprezzabili. Lo erano stati non solo quelli riguardanti la più piccola (la genesi del titolo, quello originale, è oggettivamente geniale), nonostante come detto propri li si è insistito per la metafora e le difficoltà sociali alla convivenza e all’accettazione, ma nell’aver con cognizione raccontato tre momenti diversi (adulto, adolescente, bambino) con accuratezza e con una definizione attenta. Nel senso, ci sono state delle linee di demarcazione chiare, ma l’armonizzazione necessaria quando si incontrano dei mondi lontani (come d’altronde è la realtà) è rimasta ed è percettibile.
Nell’arco di una gara del genere i parametri di giudizio non possono essere costanti. Nel film che idealmente si ritiene vincitore (ogni spettatore/appassionato che inizia un percorso del genere diventa una specie di giudice) si cerca una completezza superiore, un qualcosa che faccia in modo che tutti i pezzi del puzzle vadano al loro posto. Ecco, io in questo film non ho trovato tutti i pezzi, cosa invece che mi è successa con Nino e in parte con Hen (che ha altri limiti). Sostanzialmente metto Left-Handed Girl leggermente sopra il mucchio e questo, evidentemente, non sono le caratteristiche che deve avere un film vincente.
Anche dal punto di vista sociale (che poi è il cuore del film, il motivo delle scelte, delle difficoltà, delle disattenzioni e alla fine, del cuore ritrovato e della speranza) qualcosa qua e la si è perso, sostituito da un concetto generale ibrido che comunque, ribadisco, ha retto per lunghi tratti. E ha retto, perché la fine (dopo un intermezzo che riguarda le disavventure della nonna molto distante dal messaggio generale) è riuscita, per significato e non, come detto all’inizio, per come costruita, a collegare tutti i pezzi dando un senso di stabilità alla provvisorietà molto piacevole e soprattutto molto reale. Cosa, quella della realtà, che invece, ribadisco, non sempre è emersa con potenza, offuscata da una logica di trama un pelo sopra la coscienza e l’attendibilità.
Jonhdoe1978























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