
C’è ancora domani è stato scelto per aprire la 18 edizione della Festa del cinema di Roma e come si conviene in casi del genere era l’unico film in programmazione per quella data. Al momento della prenotazione, molti dei biglietti erano riservati agli inviti e, come nel nostro caso, agli addebiti stampa, non era stato specificato che ci sarebbe stata una specie di cerimonia di apertura con, evidentemente, ritardo alla proiezione inizialmente prevista per le 19.00. Questo, come normale che sia, ha portato un qualche malumore nelle sale (erano due), accentuato, c’è da dirlo, da una presentazione farraginosa e poca coinvolgente. Fortunatamente alla fine, erano le 20.20, si è accellerato e cosi è stato possibile iniziare lo spettacolo. Spente le luci, sono bastati solo pochi minuti per far in modo che nessuno degli spettatori in sala, me compreso, si ricordasse di quanto appena accaduto ed aspettato e che si immergesse anima e corpo in quello che non fatico a definire, mettendo subito in chiaro le cose, uno dei migliori film italiani degli ultimi anni.
Per il suo esordio alla regia, coadiuvata nella sceneggiatura da Furio Andreotti e Giulia Calenda, Paola Cortellesi ci presenta un film potentissimo e che è riuscito a combinare un’ironia sottile e una comicità a tratti travolgente a una profondità concettuale e ideale immensa. La gestione e il bilanciamento di tutti i momenti del film, l’unico piccolo neo è poco dopo metà pellicola, è assolutamente sorprendente e mostra, vorrei dire ancora una volta, come la capacità e la sensibilità, oltre l’esperienza specifica, sono la vera chiave per saper trasmettere un messaggio.
In questo suo lavoro la Cortellesi ha messo in campo tutta la sua poliedricità e stavolta sia come interprete che come gestore della narrazione. Mai un momento basso, mai un passo volto, mai una scena che appare fuori dal contesto generale della storia e, soprattutto, che non regali qualcosa allo spettatore.
Più di una volta ci si è lasciata andare a risa di gusto (avete presente quelle incontrollabili??) anche se magari erano solo l’anticipazione per un qualche momento triste e storicamente (purtroppo anche nel presente) buio. La bellezza è che per questi continui passaggi, e sono stati molti, non è stato necessario nessun espediente scenico, esaltando cosi il concetto sempre presente della complessità della vita e di come il detto, il pensato e le conseguenze alcune volte non trovano una linea comune, sovrapponendosi tra loro.
C’è ancora domani ti dà leggerezza, pesantezza, speranza, tristezza e questo con una delicatezza e intensità a cui non puoi assolutamente non abbandonarti. Si sale sulla barca di questo film da subito e non se ne scende più, anzi quando le luci si accendono la prima cosa che ti viene in mente è che ne avresti voluto vedere ancora. Che avresti ancora voglia di ridere alle difficoltà della vita, urlando però in silenzio, come la protagonista, che non è ancora finita e che anzi c’è sempre un domani da aspettare, se lo si vuole.
La prova attoriale della Cortellesi e vicina alla perfezione. Potrei dire che quello è un contesto, stilistico e storico, a lei vicinissimo, ma non sarei giusto, soprattutto perché è lei che se lo è inventato e che quindi è stata artefice non solo del portamento ma anche del vestito. Spalla perfetta, per quello che doveva rappresentare, Valerio Mastandrea. Tralasciamo il ruolo, la sua presenza è imponente ma non asfissiante, delineata ma non ingombrante più del dovuto, insomma un’altra, l’ennesima, grande prova.
Non essendo possibile addentrarsi nella trama senza in qualche modo spoilerare sviluppo ed epilogo, posso solo dire che C’è ancora domani è riuscito poeticamente (si, è una poesia) a cavalcare un determinato periodo storico, con tutte le sue ambigue caratteristiche, e riadattarlo ai tempi nostri. L’utilizzo di una colonna sonora attuale sulle sfondo della Roma anni quaranta, invece di stonare, unisce, quasi che si volesse, e forse questo era l’intento, unire ieri con l’oggi trovando cosi un lunghissimo cordone comune sull’umanità e tutto quello che ne deriva.
Ci siamo spesso lamentati della capacità dei film stranieri, non solo americani, di riuscire a combinare e amalgamare più generi senza risultare forzati o fuori fuoco, ecco con questo film lo possiamo dire anche noi (dopo gli anni d’oro di qualche decada fa). E anche con forza. Alla fine si riesce a ridere con l’ombra di una lacrima pronta a rigarti il viso, con una sete di speranza assolutamente appagante e appagata, soprattutto perché l’epilogo è completamente differente (lo dico da subito, in meglio) rispetto a quello che si voleva far credere. Positività senza sotterfugi, messaggio sociale senza inutili stereotipi, possibilità senza viaggi pindalici fuori luogo e fuori tempo, amore attraverso l’amore e il rispetto e il coraggio sonoramente assordante e concettualmente immenso senza bisogno di un sibilo. Questo è quello che Paola Cortellesi ha creato e vi giuro, non ho esagerato di una virgola.
Jonhdoe1978
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