
E se parlare de La minaccia fantasma è stato ed è relativamente facile (la bellezza visiva in contrasto con la zoppia narrativa era abbastanza oggettiva con una forbice parziale variabile a seconda della propria sensibilità/personalità), molto di meno, e in senso positivo, lo è per L’attacco dei cloni (si, si sempre Episodio II).
Andiamo però in ordine.
Per la prima volta George Lucas decide di girare anche questo secondo capitolo della nuova trilogia (in quella originale si fermò al primo) e probabilmente tale decisione derivò dalla non proprio tutte lusinghiere critiche ricevute per il primo film. Sta di fatto che dopo una prima repulsione si è messo a scrivere subito la nuova sceneggiatura finendola, con tre possibili variazioni, a differenza dell’altra, ben prima l’inizio delle riprese.
La storia riprende a 10 anni di distanza dalla fine del primo film e questa a prima acchitto, almeno per me, è stata una scelta più che sensata. Il motivo riguarda soprattutto Anakin Skywalker e il suo apprendistato. Fare un salto del genere, infatti, ha evitato di mostrare l’addestramento e quindi il rischio di un doppione di quello che, meravigliosamente, avevamo visto nell’Impero colpisce ancora.
E’ infatti evidente che le basi della forza e il suo controllo non dispongono di infiniti modi per essere allenati e soffermarci, oltre a quanto già detto, avrebbe allungato troppo la questione facendoci distrarre da tutto il resto.
Anche lo scivolo delle singole dinamiche non è stato forzato come avrebbe potuto essere e questo ha reso particolarmente facile capire dove ci trovavamo e, soprattutto, dove eravamo indirizzati.
Detto questo, andiamo subito al nocciolo e quindi, come fatto capire nelle prime righe, al ritorno a una narrativa composita e avvolgente. Senza scomodare quella dei primi tre film della prima trilogia, in questo ritroviamo quell’arco a più punte che tanto era mancato nel La minaccia fantasma e soprattutto quel senso assoluto in mezzo a più storie che era stato il fiore all’occhiello di tutta l’idea Star Wars. Le singole “avventure” si intersecano perfettamente nel contesto finale e nonostante qualche tentennamento qua e la (alcune situazioni sono un po’ troppo statiche) raggiungono tutte l’obiettivo per cui erano destinate. Tra tutte va elogiata la gestione del rapporto tra Anakin e Padmé Amidala, soprattutto per quel suo essere spigoloso e quindi rendere perfettamente il senso di quell’amore quasi cieco a cui evidentemente mirava. La premessa di questa conseguenza è il ritorno a una scrittura meno sbarazzina (come detto troppo sbarazzina nell’episodio I) e quindi più leggibile a più fasce di età. Certo, non si arriva a quella ispirata sempre dell’Impero colpisce ancora, ma quella combinazione tra senso profondo del pericolo e leggerezza di quella che vuole sempre essere una fiaba alternativa stavolta arriva e soprattutto, regge l’urto dell’aspettativa.
A contrasto di questa evidente evoluzione della storia, gli effetti visivi che se anche buoni non sono, a mio avviso, a livello de La minaccia fantasma. La sensazione che ho avuto all’epoca, confermata ora, è che Lucas abbia voluto spingere a tutta portando la CGI dell’epoca al suo stremo. Per carità, intenzione lodevole ma il risultato è che in certi casi si assorba l’essere fittizio di certe creature e questo appiattisce inevitabilmente il momento oltre a far emergere un concetto generale che il primo film aveva mascherato. Quando infatti, si fa un film su eventi antecedenti gli avvenimenti principali quello a cui bisogna stare attenti è non ridicolizzare la scenografia del padre. Sostanzialmente gli eventi di questi due film (e ovviamente anche del terzo) sono antecedenti al primo Guerre Stellari e quindi con una tecnologia o minore o comunque uguale. Certo, parliamo come ripetuto tante volte di fiaba e questa allarga le possibilità, ma non si può pensare di stravolgere quella dimensione. E se questa considerazione mi aveva solo sfiorato nell’episodio I, in questo è stata più pressante e mostra, come detto poche righe fa, che forse qualche spinta in meno sull’accelleratore doveva essere fatto.
Di altro livello e nuovamente interessante e appagante lo scontro finale, o meglio, l’assaggio dello scontro finale. C’è di nuovo la suspance, l’ambientazione, la motivazione, il senso e soprattutto la dinamica. La forza trova la sua estetica e con essa quello che è e cosa può fare.
Tutte cose che nel primo film avevo e avevamo perso: troppo sbrigativo e piccolo quel momento per dare una qualche emozione basilare.
Ritrovato anche il senso della fine e quindi il suo essere tanto una chiusura di un passaggio determinante quanto l’incipit di quello che sarà l’ultimo step per l’anello di congiunzione tra Imperatore, Dart Fener, Morte Nera e tutto i personaggi/protagonisti che conosciamo.
Anche a livello di pure recitazione il livello è di nuovo salito. L’anello debole rimane Ewan McGregor, ma il contesto generale riesce a sopperire e quindi anche la sua figura sfuggevole non si smarrisce e trova la sua buona collocazione.
E’ ormai chiaro che L’attacco dei cloni per me segna una netta ripresa del franchise e questo partendo anche dalla considerazione che era evidentemente il capitolo più difficile da scrivere. La storia di mezzo, da che mondo e mondo, infatti, è sempre la più infima. Bisogna bilanciare l’incipit a quello che verrà e nel caso specifico trovare i giusti tempi per arrivare senza affanno a quella inevitabile congiunzione. Il rischio infatti, era non trovare i parametri avendo in questo caso di fatto un ventaglio di tempo e di possibilità enorme. E invece, le divagazioni sono state contenute e anche quelle licenze prese si sono inserite bene sia nel contesto della storia che proprio nel nostro immaginario collettivo, che poi è il segreto del successo di questo franchise.
Jonhdoe1978
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