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La leggenda del pianista sull’oceano (1998) di Jonhdoe1978

⭐6 Agosto 2022 ⭐ Contrassegnato con: La leggenda del pianista sull'oceano, Recensione La leggenda del pianista sull'oceano

La leggenda del pianista sull'oceano Interna

La leggenda è un racconto epico/eroico nel quale le gesta del protagonista, magari solo nella narrazione, vengono esaltate e/o amplificate. La favola, invece, è un espediente narrativo, in prosa o in versi non ha importanza, che attraverso le imprese di un uomo o un animale vuole trasmettere una morale specifica o la semplice esposizione di un vizio o una virtù generica.
Se queste sono le definizioni canoniche ne esistono altre che riguardano la pura percezione personale, che normalmente tende a ridurre la differenza tra fantasia e realtà. Perché se è vero come è vero che leggenda e favola sono normalmente estratti immaginari di un’idea, lo è altrettanto che in certi casi tale astrazione si trasforma in qualcosa di estremamente concreto e quindi vicino e appunto, dannatamente reale.

“Me lo chiedo ancora se ho fatto bene ad abbandonare la sua città galleggiante. E non lo dico solo per il lavoro. Il fatto è che un amico come quello, un amico vero, non lo incontri più. Se solo hai deciso di scendere a terra, se solo vuoi sentire qualcosa di solido sotto i piedi… e se poi intorno a te non senti più la musica degli dei. Ma come diceva lui: non sei fregato veramente finchè hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla. Il guaio è che nessuno crederebbe a una solo parola della mia storia.”
 
Con queste parole pronunciate da Max Tooney (Pruitt Taylor Vince), in un misto tra ricordo e narrazione (in questo inizio sembra quasi il menestrello di Robin Hood), inizia La leggenda del pianista dell’oceano, meraviglioso film diretto e scritto, sulla base dell’omonimo monologo teatrale di Alessandro Baricco, da Giuseppe Tornatore.
Tornatore ha da sempre un pregio innato: riuscire a raccontare la magia, di un momento o di un’intera vicenda, senza alienarla dalla realtà e dall’umana vicinanza. La sua la potremmo definire quindi, una magia popolare, di quella che trasporta lo spettatore nel possibile creando una bolla che unisce appunto il sogno e la vita. Tralasciando per un attimo il suo stile registico, sul quale per forza di cose tornerò, e rimanendo sul discorso iniziato, si può tranquillamente dire che questo film, metaforicamente e concretamente nelle gesta del protagonista, non tocca mai terra. La storia ti attorciglia da subito sporcandoti subito per la sua purezza. Il fatto che un semplice macchinista si occupi di un infante trovato è già di per se rappresentare un angelo per un angelo, e questo senza però mai sembrare ne ruffiano ne tantomeno irreale. Anzi in questo misto tra povertà e impossibilità nella possibilità, piano piano si instilla in noi tutta una serie di domande che arrivano al loro culmine nel momento in cui la ricerca del posto nel mondo di Novecento diventa improvvisamente la nostra. Ognuno di noi, infatti, nel corso della vita, si crea un proprio microcosmo, la cui grandezza dipende dalla personale attitudine, nel quale muoversi e in qualche modo sentirsi al sicuro. La reale percezione di questo piccolo mondo, che è poi lo specchio del nostro io, diventa relativa e viene plasmata dalle apparenze e dalle scelte. Ecco proprio queste ultime in questo film e grazie al protagonista, vengono in qualche modo messe in discussione. Novecento è infatti, uno di quei personaggi che ti mette in crisi, che ti costringe nel bene e nel male a fare i conti con te stesso. Ti obbliga quasi a cercare i tuoi confini chiedendoti quali siano e se sono cercati o trovati. Questa differenza, che esplode poi nel meraviglioso finale, segna il percorso personale di ognuno, delimitando qual confine che vuole il vivere la vita facendosi condurre e o farlo seguendo, anche a discapito di se stesso, le proprie profonde convinzioni.

Questo ponte sospeso tra il sogno, la ragione e il paragone morale tra le aspirazioni e la realtà sono dovuti, tornando al discorso lasciato in sospeso, al di la della storia, dalla capacità di Giuseppe Tornatore di lanciare frecce all’anima. Le tre scene più intense, il momento in cui Novecento vede “la ragazza” per la prima volta, la discesa delle scale e il suo monologo finale, arrivano come stilettate continue e questo attraverso un modo di rappresentarle completamente diverso. Gioca e alterna primi piani soffocanti (per intensità) a inquadrature angolari o dall’alto (ad esempio per esaltare la differenza tra la prima e la terza classe) o a sovrapposizioni visive (vedi quando la ragazza passa dall’oblò e Novecento al pianoforte) che hanno la caratteristica di esaltare il momento narrato. Inoltre, e questo è un’altra sua caratteristica, “sfruttando” e armonizzando la colonna sonora che cosi diventa la mamma che culla il proprio figlio in un equilibrio perfetto tra sentito e visto. Riguardo a quest’ultima, Ennio Morricone, seppur non alla sua performance migliore, riesce comunque a tirare fuori i suoni dell’oceano, fatti di un’eterna solitudine e per certi versi gratitudine.

Seppur, come peraltro confermato dal regista, la storia di Novecento è vista dagli occhi del suo amico Max, è indubbio che il pianista è e rimane il grande protagonista e quindi, di conseguenza, Tim Roth. La grande peculiarità dell’attore britannico, e la carriera lo conferma, è sempre stata la sua corazza, quel suo essere tra il cinico e l’insensibile. Proprio questo rafforza ancora di più questa interpretazione che non fatico a ritenere una delle sue più convincenti.

La leggenda del pianista dell’oceano è, tornando in qualche modo alla premessa, una favola dell’anima, un percorso interiore delicato e spiazzante. Una foto costante di tutta l’umanità in uno spazio ridotto, la nave, diventando un vero e proprio specchio di vizi e virtù. La razionalità, certe dinamiche a mente fredda per noi sarebbero quasi assurde, per qualche momento magicamente e inevitabilmente non solo viene messa in discussione ma risulta addirittura dannatamente sbagliata, quasi che all’improvviso le prospettive fossero cambiate. Questo avvenimento, mi ricorda quasi la riflessione distorta dello specchio magico, riesce in qualche modo a farci estraniare dalla normalità esaltando quel bisogno periodico di solitudine e introspezione a cui molto raramente riusciamo a sottrarci e dal quale ogni volta usciamo, anche solo di un millesimo percentuale, diversi.

Non ricordo dove ma una volta ho letto che noi siamo il posto in cui viviamo. Ne assorbiamo l’energia e soprattutto lui ci dona il conforto della sicurezza e della pace. Ovviamente non per tutti è cosi, alcuni non vogliono limiti e radici, io sono più come Novecento: ho necessità di vedere l’inizio e la fine, e non è una limitazione alle emozioni perché nel mezzo poi, si può fare ogni cosa. Già, proprio ogni cosa.

Jonhdoe1978

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La leggenda del pianista sull'oceano

La leggenda del pianista sull'oceano
8

Valutazione Complessiva

8.0/10

SCHEDA

  • Regia: Giuseppe Tornatore
  • Anno: 1998
  • Durata: 165'
  • Genere: Drammatico

Interazioni del lettore

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