
Nome: Danny Boodman T.D. Lemon Novecento
Segni Particolari: Sapeva leggere la gente
Attività: Suona la musica degli dei
Periodo di attività: 1900 – secondo dopoguerra
Perdonami amico mio, ma io non scenderò.
E prima ancora che Novecento terminasse questa frase tutti noi eravamo diventati Max Tooney, incapaci come eravamo di poter pronunciare o contrastare quanto appena sentito. Si perché il monologo di Novecento, per come ormai avevamo imparato a conoscerlo, non aveva falle e seguiva un filo logico condivisibile per quanto assurdo. La percezione fisica e morale delle cose, il suo inizio e la sua fine per dirla come lui, segue, infatti, una procedura mentale personale che varia dall’istintiva predisposizione alla sicurezza o all’avventura. Lui da quando aveva memoria, salvato da quel buffo macchinista di nome Danny Boodman a cui facevano tanto ridere i nomi dei cavalli, era sempre stato cullato dal mare, cresciuto seguendo e assecondando i vari momenti dell’acqua e del vento. In esso aveva trovato i suoi amori, tra tutti la musica nel quale era diventato il più bravo di tutti, e soprattutto la sicurezza di sapere cosa c’era dietro un angolo. In questo spazio definito, tra la poppa e prua, c’era però una zona intermedia senza confini nella quale Novecento poteva andare dove voleva riuscendo a dare concretezza alle parole e ai pensieri di tutte le persone, mai più di 2000 per volte, che ogni volta incontrava.
La sua capacità di leggere l’anima della gente non nasceva ovviamente da questo, ma da una sensibilità unica che, dall’alto di una completa assenza di cinismo o cattiveria, gli permetteva di armonizzarsi con le vibrazioni di chi gli stava di fronte. Quasi avesse un diapason immaginario che ogni volta gli faceva trovare la nota o meglio, la porzione di nota giusta per identificarsi e avvicinarsi al loro cuore.
Stessa sensibilità che (e questo farà parte di uno dei misteri a cui credere con forza) gli ha permesso senza che nessuno glielo insegnasse, non solo di imparare a suonare il pianoforte ma di farlo come nessun altro.
Due tipi di sensibilità che lui ha unito rendendo “sonora” la sua immaginazione, dando tempo e melodia a quelli che lui reputava i suoi pensieri con e per glia altri e che ha trovato la sua perfezione nella composizione che ha creato nel momento in cui i suoi occhi si sono poggiati sulla “ragazza”. Forse quello è il momento in cui Novecento è diventato tutti noi per quel senso di “perso” che si portava dietro. Tutti, infatti, abbiamo una parola non detta, un gesto non fatto o fatto a metà o un discorso pronunciato all’opposto di quello che avevamo in mente e che prima di dormine ci siamo ripetuti più e più volte.
La solitudine non è cosi brutta come la si dipinge, anzi in certi momenti è assolutamente necessaria. Diventa la molla e la ragione dove raggiungere i propri pensieri e comprendere che alcune cose hanno bisogno di una prospettiva diversa e altre invece no. In mezzo a quella scaletta, quasi fosse sospeso tra due mondi diversi per quanto apparentemente uguali, lui ha compreso i suoi limiti, la sua necessità di avere ben presente una fine e un inizio. E questo modo di vedere le cose non è una colpa ma solo e soltanto un modo di essere. Anzi proprio questo modo di essere è il motivo per cui il suo personaggio ha la capacità di smuovere qualcosa, di costringerti a fermare un attimo il tuo andare per tirare le righe dei tuoi pensieri e di quale sia, se se ne sente il bisogno, la tua fine e il tuo inizio. In questi confini poi, non è che si è stretti come si possa immaginare, perché come ci ha insegnato Novecento in mezzo può esserci l’eterno, inteso come lo spazio per sentire le proprie nota, i movimenti, le gioie e i dolori che ci identificano e ci fanno essere quello che siamo. Alla fine sta tutto nella propria percezione, nel modo in cui sentirsi in pace e parte di qualcosa.
Chiudo con una considerazione che mi ha accompagnato dalla prima volta (1999) che ho visto La leggenda del pianista sull’oceano: Nessuno sa come e se da qualche altra parte ultraterrena si suoni un qualche strumento ma se mai fosse cosi non ho dubbi che lo si farebbe come Novecento e questo per quel senso di sospeso, onirico e delicatamente disperato che trasmette, modo che per me vale molto di più di qualsiasi altra cosa.
Jonhdoe1978
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