
All’uscita dalla sala, mentre ero intento a rimettere ordine ai miei pensieri, una voce dietro di me diceva: “non se fanno quasi più film cosi”. Senza badare troppo bene a chi questa frase l’aveva pronunciata, era comunque un ragazzo che non raggiungeva i trent’anni, mi è venuto subito in mente una discussione social di un paio di anni fa in cui si supponeva (termine migliore non posso trovare) che il modo con cui giravano i vari Scorsese, Spielberg, Francis Ford Coppola e Ridley Scott era ormai superato o meglio, che lo spettatore medio lo considerasse tale. Ricordo che, seppur inizialmente mi aveva fatto sorridere questa affermazione, anche facendo seguito alle produzioni ultime non proprio esaltanti di quegli autori, qualche pensiero me lo ha creato. Poi però, anche grazie a The Fabelmans, sono rinsavito sino alla chiusura del cerchio, convinto nell’ottima riuscita di Napoleon di Scott, proprio con il film in oggetto. Killers of the Flower Moon, infatti, ci dice una cosa senza appello: Martin Scorsese non è stato il cinema, è il cinema. E allora vii chiederete: come mai gli incassi mondiali, stiamo all’incirca (a oggi ovviamente) sui 120 milioni, non proprio esaltanti? Le motivazioni credo siano sostanzialmente due: Scorsese con le sue continue dichiarazioni anti Marvel o comunque di un determinato genere di produzioni, non si è attirato le simpatie di più di una generazione e questo non può non influire sulle presenze; secondo, il film è lunghissimo (lo so state subito pensando alle 3 ore di Oppenheimer, ma ad oggi, e con merito, Nolan fa un altro sport, pensiamo ad Babylon e al suo flop) e molte persone, a torto per carità, pensano che la comodità della casa sia più consona a un “rapimento” del genere. Chi lo ha visto sa benissimo che non ci possono essere altri motivi, nel senso che non è possibile mettere in dubbio la sua consistenza.
Entrando nello specifico, forse anche con pizzico di ritardo, Killers of the Flower Moon è un’opera a tratti sublime e che ha come caratteristica principale quella di entrarti nell’anima piano piano. L’inizio a racconto, almeno personalmente, ha, infatti creato un minimo di distacco e mi ci sono voluti diversi minuti prima che riuscissi a immergermi completamente nella storia. Questo piccolo muro, attenzione sottilissimo, è caduto pressappoco al ventesimo minuto (non si è più ricreato) e precisamente nel primo dialogo tra Di Caprio e De Niro. In quel frangente è come se si sia aperto il film, oltre a darmi la sensazione immediata, mai poi abbandonata, che De Niro fosse più travolgente del suo antagonista. Questo fiume creato, ha continuato a scorrere con incessante continuità facendomi immergere in dinamiche tanto vicine quante temporalmente lontane. In pratica, Scorsese ci ha raccontato uno spaccato di storia in maniera moderna dandoci spesso l’impressione che la morale umana, in questo caso molto cinica, arrivista e ingenua, sia rimasta pressocchè la stessa. Proprio questo taglio, o meglio questa capacità, ha permesso al racconto di elevarsi da storia a vicenda, nel senso che è diventata qualcosa di conosciuto, tangibile, vivo e reale. Il male della società, rappresentato nel caso specifico nell’apparente bonarietà e la mano dietro la schiena con il pugnale insanguinato ben saldo, è, infatti, un qualcosa che non ha tempo e che possiamo trovare oggi come ieri. Quello che cambia è il bersaglio e, purtroppo, il modo con cui aggirare le aleatorie leggi che ne rallentano l’obiettivo.
Accanto a una ricostruzione scenografica incredibile, Scorsese, co-sceneggiatore Eric Roth, ovviamente puntellando da subito scheda narrativo e obiettivo, ha puntato tutto sulla capacità dei tre attori protagonisti di trasmettere la sua idea e le sue intenzioni. Non c’è, infatti, una sola scena significativa, forse qualcosa nella parte finale, nella quale uno dei tre non è presente. Confermando, sottoscrivendo e urlando che la scelta è stata più che indovinata, la cosa meravigliosa è come il regista newyorkse li abbia continuamente interscambiati. La sensazione che ho avuto è di uno spinner a tre punte. Avete presente quando lo girate, l’impressione è che a ruotare sia un’unica cosa mentre in realtà sono pezzi differenti che in quel frangente si fondono regalando l’effetto che conosciamo. Personalmente credo che questo risultato sia dovuto molto dalla caratterizzazione specifica a livello morale data ai tre, con due, William Hale (De Niro) e Mollie Burkhart (Gladstone), con un agire ben distinto e riconoscibile e uno, Ernest Burkhart (Di Caprio), più sfumato e quindi inevitabilmente, il collante non tanto dell’evoluzione della storia quanto della sua conclusione. Entrando nello specifico, il vecchio Hale è la foto perfetta dell’avidità, del potere nell’ombra, della manipolazione e dall’apparenza oltre le intenzioni. Mollie è il colore dell’amore e della sofferenza ed è probabilmente, il personaggio che da più l’impressione di mutare. All’inizio sembra una donna tutto di un pezzo, di quelle che tengono la distanza e che privilegiano il punto alla comprensione. Piano piano questa impressione sparisce e quello che rimane è un senso assoluto di giustizia e soprattutto di amore. Ernest, invece, è quell’anima grigia perennemente indecisa che naviga continuamente tra i sentimenti e l’ignoranza delle conseguenze. La sua aria quasi da stupido lo rende sempre una figura al limbo nel quale la cattiveria non sembra veramente cosi cattiva, nonostante le azioni, e l’affetto non cosi lontano di come potrebbe sembrare nelle premesse.
Questo turbine di sentimenti non sarebbe potuto stato possibile, però, senza la maestria interpretativa dei tre. Ma se per Robert De Niro, tirato veramente a lucido nonostante l’infortunio reale che ha avuto durante le riprese, e Leonardo Di Caprio, la protesi facciale e veramente indisponente (ma a questo serviva) la cosa era abbastanza prevedibile, la sorpresa è Lily Gladstone. Il suo personaggio a livello stilistico, probabilmente avrebbe perso in caso contrario, era l’antitesi di quello dei due uomini. Questi ultimi parlavano e spiegavano molto, lei raccontava quasi tutto in silenzio. L’ultimo dialogo tra lei e il marito è proprio l’estremizzazione di questo concetto e sicuramente il punto esclamativo del film, almeno per quello che voleva rappresentare.
“Non se ne fanno quasi più film del genere”. Chiudo come ho iniziato, sottolineando però che non è che non ci si provi, sono le capacità a impedirlo. In questo momento non c’è una mente che riesca a concepire storie del genere con la stessa attenzione e che riesca poi a trasmetterla con pari efficacia. Questo script in mani a qualunque altro, escludo sempre Nolan, avrebbe avuto un risultato diverso soprattutto in termini di solidità. Si sono percepite continuamente le radici dell’idea e con essa la capacità di sottolineare e far arrivare le sfumature più o meno grottesche (parliamo sempre di un momento storico con meno sottigliezze) del periodo unendole alle fattezze morali, nel bene e nel male, dell’uomo. E anche se apparentemente possa sembrare mancare in questa storia il riscatto morale, a mio avviso, è proprio la sua assenza l’essenza del film e che allarga, proprio per le difficoltà intrinseche di questa scelta, i meriti, ancora una volta, di chi questa storia l’ha diretta e (c’è da dirlo) riadattata.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento