
Prima dei film a colori, della cinepresa 8mm, dell’hd, del CGI, del 3D e del 4K c’è stata quella che non può non essere considerata la vera rivoluzione del cinema: il passaggio dal muto al sonoro. Questo passaggio (il termine è questo) epocale, alla fine degli anni trenta, ha modificato tutto: modo di recitare, impostazioni visive, l’evitare gli ammassi nei set per opere diverse, specializzazioni e corsi per migliorare voce e intonazione, assenza delle didascalie e soprattutto il cambio della dinamicità interpretativa generale di attori e registi. Proprio su questo storico, bellissimo o tragico, a seconda delle prospettive, cambiamento ha basato il suo nuovo film, Babylon, Damien Chazelle.
Il risultato di tale tentativo, sua interamente anche la sceneggiatura, è di quanto più bipolare si possa chiedere a una storia. Una prima parte, che posso estendere con un po’ di generosità sino a 40 minuti della fine, appagante, divertente, visivamente impeccabile e con un messaggio tanto forte quanto amaro. Ci ha mostrato con capacità indiscutibile la sfarzosità di quel mondo, dove l’estremo era di casa e l’impossibile a portata di mano, paragonandolo al ruolo che il cinema ha e dovrebbe avere nella vita delle persone e questo dando la perfetta misura di tutte le contraddizioni, forzature ed eccessi, consentiti per carità, di quello stesso mondo.
Peccato però che poco dopo quella che era stato l’apice di questo meraviglioso e intrigante processo, il dialogo tra Jack Conrad (Brad Pitt) e Elinor (Jean Smart), il regista statunitense perda completamente la bussala “regalandoci” 40 minuti di follia assoluta. Nuovi cerchi incomprensibilmente aperti e poi non chiusi, scene buttate li quale rappresentazione di un messaggio ulteriore che alla fine sfugge e soprattutto un tentativo di autocelebrazione assolutamente inutile.
Perchè rovinare una costruzione tanto ben fatta (i primi 30 minuti sono da incorniciare) per cercare un messaggio supplementare a quello evidentemente trovato? L’assenza di speranza di quel mondo, insieme alla sua voracità, al fatto che tutto passa e che nessuno è indispensabile era infatti arrivato, così come l’assenza di riconoscenza se non nell’immortalità che può dare una pellicola rivista anni dopo.
Una domanda, quella fatta pocanzi, a cui è impossibile dare risposta e che in parte ha oscurato l’ennesima gigantesca prova di quello che ora come ora è tra i tre attori migliori di Hollywood, Brad Pitt e l’avvenenza e le capacità di trasformismo interpretativo di Margot Robbie.
Voto 5.5/10
Jonhdoe1978
Per la rubrica “l’interpretazione dei sogni fatta da uno che di sogni ci capisce poco” oggi parliamo di quelli di 5 persone.
Jack, o meglio Brad Pitt che interpreta Brad Pitt, sogna di non essere dimenticato, tra mogli a piacere, registi in mutande, cocktail annacquati, espressioni da pesce lesso, recitazione da cani, giornaliste bollite e film muti dove stanno tutti zitti.
Nelly sogna di diventare una stella, tra balli proibiti, coca, abiti scostumati, coca, una lacrima sul viso, coca, capezzoli rigidi perché fa freddo, coca-cola, stomaci deboli, coca, un serpente del Circo Togni, coca, battute ripetute, coca, Eric Roberts nella parte del papà e film muti dove non parla nessuno.
Menny sogna di diventare qualcuno, tra elefanti golosi di Guttalax, Nelly che fa la scema, Nelly che siccome è Margot Robbie t’innamori facile, Tobey Maguire che sembra Fabris, il bassista dei Red Hot, manie di protagonismo, manie e basta e film muti perché se non l’avete capito siamo negli anni 30 e per il sonoro bisogna aspettare 2 ore di film.
Sidney sogna di suonare la tromba, facendo da colonna sonora ai sogni dei 3 protagonisti, musiche angeliche che ascolteranno i diavoli di una città infernale.
E alla fine c’è il sogno del regista Damien Chazelle che voleva fare un film di 3 ore senza raccontare nulla…forse perché a quel tempo il cinema era muto e probabilmente non aveva nulla da dire.
Voto 5/10
Mklane
Prima dell’avvento del sonoro, i set cinematografici erano una vera e propria giungla.
Nessun piano di produzione, zero organizzazione, controlli e sicurezza sconosciuti ed una promiscuità caotica di pellicole agli antipodi tra loro che scazzottavano per riuscire a portare quanto più girato buono possibile a casa, al termine dell’estenuante giornata di lavoro, tra comparse che non si limitavano a fingere di essere ubriache, utilizzo di vere armi, animali lasciati liberi di scorrazzare e Star del cinema che avrebbero faticato a trovare un ruolo in una recita parrocchiale di dopolavoristi, se solo avessero aperto la bocca, ma dotati di bella presenza, uno smagliante sorriso ed un’intensa espressione accigliata…tanto, chi se ne frega?
A coprire il tutto c’era la musica ed i suoni in post-produzione e le didascalie parlavano per gli attori.
Con uno stratosferico budget di circa 100 milioni di dollari, star del calibro di Brad Pitt e Margot Robbie e una durata di ben 189’, in un periodo di inarrestabile crollo nei botteghini di tutto il mondo, Damien Chazelle ha deciso di raccontarci il suo profondo amore (e forse anche odio) per la settima arte, mediante il racconto della “Babilonia” del cinema nei ruggenti anni 20’ ed il rivoluzionario passaggio dal muto al sonoro.
I primi 30 minuti di Babylon sono uno spettacolo per gli occhi e le orecchie. La capacità di Chazelle di gestire e collegare ritmo e mondi diversi grazie alla musica (vedi La La Land) viene fuori in tutto il suo splendore. Poi, purtroppo, solo confusione su confusione e la sceneggiatura va sgretolandosi pezzo dopo pezzo, lasciando i protagonisti a dover sostenere il peso dei loro personaggi completamente da soli.
Pitt e la Robbie ce la mettono davvero tutta e solo grazie alla loro avvenenza e bravura riescono ad uscirne a testa alta. Diego Calva, il terzo protagonista, possiede palesemente meno carisma rispetto agli altri due e viene sfruttato più come “Cicerone” che come reale personaggio.
Ci sarebbe in realtà un quarto protagonista, Jovan Adepo, ma uno Chazelle troppo distratto dal voler aggiungere un’inutile ora al suo film per poter raccontare ai suoi amici al bar di “Aver girato un film di tre ore”, si dimentica completamente di lui e se ne ricorda quando ormai è già passibile di denuncia per sequestro di persona e lo fa uscire di scena come si fa nei confusionari sketch di cabaret nei villaggi turistici.
Voto 4.5/10
Alessandrocon2esse
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