
Accanto all’indirizzamento alla visione che Netflix fa con i prodotti che sceglie e vuole, normalmente solo per fini di budget (della bassa qualità dell’ultimo periodo abbiamo più volte parlato), esiste una funzione che per certi versi possiamo definire di salvezza: il potrebbe piacerti. In pratica, a seconda delle cose che hai precedentemente visto e alle quali hai magari messo il pollice in su come valutazione, la piattaforma ti suggerisce altri prodotti se non proprio simili, almeno compatibili. La cosa particolare e dal mio punto di vista di particolare interesse, è che tali suggerimenti, molte volte, riguardano film o serie minori, delle quali, quindi, senza di essi, quasi sicuramente, non saremmo mai venuto a conoscenza.
Ed è proprio cosi che mi è comparsa Inspiri, espiri, uccidi.
Deve essere onesto, nella maggior parte dei casi non mi soffermo a guardare i trailer, sono praticamente degli spoiler ormai, ma vado molto a sensazione attraverso il titolo e a quelle due righe di presentazione; tanto per prodotti quasi sconosciuti si va spesso a scatola chiusa tanto vale andarci completamente. In questo caso, invece, le immagini di presentazione sono partite ancor prima che io potessi intervenire e cosi sono stato quasi costretto, anche perché intriganti, a guardarle sino a quasi la fine. Dopo pochi secondi, ho capito perchè il colosso americano mi aveva proposto questa serie: sembrava di assistere a uno spin off tedesco (la serie è di li) di Dexter. E cosi considerando quanto io ami il buon vecchio Morgan, non ci ho messo molto a decidere di premere il tasto play (il fatto che fossero poche puntate e da una durata abbastanza limitata ha fatto il resto).
Ho finito di vederla dopo nemmeno 24 ore e le prime considerazioni che mi sono venute in mente e che devo fare erano sostanzialmente due: non c’entra nulla con Dexter, alla fine era solo uno specchietto per le allodole, e non tutte le ciambelle escono con il buco. Tralasciando la prima considerazione, la cui specificità sta già nell’affermazione, Inspiri, espiri, uccidi mostra come il cinema tedesco abbia ancora delle lacune enormi e questo al netto, come per ogni cosa, di ottimi prodotti, su tutti il meraviglioso Dark, comunque usciti da quella terra.
Entrando nello specifico, la trama della serie, che ricordiamo essere tratta dal bestseller di Karsten Dusse, è per lunghi tratti rabberciata e quasi sempre fuori da una logica stringente e condivisibile. Trattasi sempre di un racconto oltre le righe, ma l’impressione costante è che non riesca mai andare oltre la storiella da bar, troppe cose dilungate inutilmente e/o risolte in maniera tra il cervellotico e il semplicistico. In ogni puntata si cerca di arrivare e di dare un cuore alle cose, le prospettive non sono neanche malvagie, ma ogni volta, sempre a mio avviso, c’è di mezzo una scelta che smorza tutto riportandoti in quella dimensione di perplessità in cui si finisce già dopo una ventina di minuti dall’inizio della prima puntata. A non aiutare, e credo che questo sia un peso quasi insopportabile, la prova recitativa generale di tutto il cast. A partire dal protagonista, la sensazione di normalità (e non è in questo caso una cosa positiva) è pressante e tende a mitigare ogni segno di profondità emotiva e di comportamento a cui la serie evidentemente mirava.
A compensazione di tutti questi dubbi esiste un però che potrei quasi definire magico: nel complesso Inspiri, espiri, uccidi non ti lascia un brutto sapore (tranne alla fine, ma è un altro discorso). In pratica, i limiti sono evidenti ed enormi (qualcuno quasi grottesco), ma non c’è mai quel momento in cui la tua mente deraglia facendoti emotivamente abbandonare definitivamente la serie. So che non è facilissimo da spiegare, ma penso che proprio questi paradossi siano il sale del cinema e dell’arte in generale. Tanto per fare qualche esempio, evitando comunque alcuni spoiler, la costruzione della seconda parte della storia è veramente pensata in maniera basilare (va bene, va bene, ma in certi casi un pizzico di macchiavellismo sarebbe necessario) e riesce a reggere perché, e forse cosi do una dimensione alle parole di poche righe fa, in ogni puntata c’è sempre una piccola perla, che sia di dialogo o di puro evento, che raddrizza l’attenzione e lo spirito.
Senza scusanti, invece e come accennato, la fine, che ripercorre, forse in maniera più grave (se rischiano le serie conosciute di essere interrotte figuriamoci quelle sconosciute…), l’errore ormai costante di essere completamente aperta. Per carità, nessuno vuole castrare chi ha un progetto a lunga scadenza, ma gli ultimi secondi, oltre che scontatissimi (li si prevedeva da puntate) sono veramente di valore artistico basso, basso.
La domanda che spesso ti viene rivolta quando parli di un prodotto conosciuto (almeno che non sia tu a tirare fuori il discorso con un inequivocabile “veditelo”) e se glielo consigli. E con mia grande sorpresa, e anche vostra se avete letto tutto, alla fine non lo sconsiglierei e questo per almeno 3 motivi: La durata, il contenuto generale se si riesce ad andare oltre la scolasticità evidente e, non meno importante, il fatto che quella piccola parte cattiva che tutti abbiamo alla fine viene stuzzicata, ed essendo fondamentalmente l’intento della storia, un piccolo merito gli va riconosciuto.
Jonhdoe1978























Lascia un commento