
Robert Zemeckis è stato autore di film indimenticabili, gemme assolute che hanno sfidato e che sfideranno con successo tempo e paragoni. Eric Roth è uno scrittore/sceneggiatore poliedrico e meraviglioso, uno dei più grandi degli ultimi vent’anni. Non è un caso che per il primo ho utilizzato il passato e per il secondo il presente, è evidente come uno (Roth) sia ancora all’apice e l’altro (Zemeckis) sono anni che non riesce più ad esprimersi ai suoi livelli.
Detto questo, che comunque è oggettivo, i due avevano collaborato insieme una sola volta, ma l’avevano fatto creando quel capolavoro a tratti inarrivabile che si chiama Forrest Gump. Questo ha portato, inevitabilmente, a creare un’attesa abbastanza elevata intorno a Here e lo dimostra l’enorme presenza (tra cui in maniera sorprendente e bella) di parecchi giovani, che ho travato nella sala. Il cinema sta rivivendo una seconda giovinezza e di questo non possiamo che essere felici oltre che continuare a ringraziare Tom Cruise e il suo Top Gun – Maverick.
Divagazione a parte e venendo a noi, è riuscito Here a rispettare le attese? La risposta è ni e, in maniera quasi inaspettata, considerando le premesse, molto per colpa proprio della sceneggiatura e quindi di Roth. Per carità, non si può dire che è un film scritto male, ma neanche che resterà tra quelli per cui verrà ricordato. Questo discorso vale anche per Zemeckis, anche se il montaggio è di livello assoluto e di gran lunga la cosa migliore del film. E questo non era semplice visto che il 99% di Here (peccato non sia stato il 100%, il messaggio sarebbe stato completo) si svolge con una camera fissa. Quanto questo avviene, potrebbe sembrare una storia da teatro adattata al grande schermo e invece, paradossalmente è un fumetto (cosa ancora più estrema se si considera che in quell’ambito non ci sono limiti spazio/temporali da rispettare), diventano fondamentali i tempi di ripresa e la capacità di mischiare e movimentare la narrazione. Zemeckis ci è riuscito.
L’idea che si cela dietro al film (e al suddetto fumetto ispiratore) è attraente: uno stesso luogo, con il tempo, è spettatore immobile di tante storie e di tanti fatti diventando alla fine esso stesso uno dei protagonisti. In particolare, una casa piano piano diventa parte integrante del nostro essere e in qualche modo ne diventa la confidente oltre che lo specchio della nostra personalità. Vista da una pure prospettiva materialistica, vi potrebbe obiettare che essa (continuiamo con il concetto di casa, ma Here ce lo mostra anche dal punto di vista di luogo) è solo un posto dove svolgiamo attività e passiamo del tempo, ma la realtà è che essa ci assorbe e ci definisce. Basti pensare, e qui il film ce lo dice abbastanza bene (tranne che in una delle tante storie che affronta, peraltro la più simpatica), che con il passare del tempo quel posto diventa lo sfondo di ricordi e come si sa i ricordi, oltre a essere la culla dove difenderci dalla follia del tempo che passa, diventano l’apripista di quello che sarà. Esempio banale: quante volte abbiamo pensato a quanto vorremmo essere sul nostro letto o sul nostro divano a rilassarci? Non su un letto o su un divano, ma sul nostro letto o sul nostro divano.
E se su questo metafisico quanto indispensabile, almeno per me, momento di vita il film è riuscito a darcelo, molto meno lo è stato sul bilanciamento generale e soprattutto, sull’epilogo.
Avvisando sin da ora che da qui in poi c’è dello spoiler, le varie storie sono evidentemente, appunto, sbilanciate (anche se poi la storia voleva soffermarsi su una famiglia in generale) e in certi casi, ingiustificatamente approssimative. Se ad esempio, gli uomini della preistoria hanno avuto un senso nella gestione della morale (inteso come circolo della vita), molto meno lo hanno avuto il periodo della guerra Stati Uniti/Gran Bretagna (quello di Benjamin Franklin per intenderci) e quello della famiglia creativa di cui dicevo pocanzi. Per carità, erano tutti corollari delle vicende della famiglia Young, ma se le hai aperte poi andavano sviluppate. E considerando che il film non è che sia durato chissà che (poco oltre l’ora e mezza) ecco che c’era la possibilità di qualche momento e specifica in più.
Molto e aggiungo molto peggio, la fine. Certo, l’aria malinconica dell’eternità di cuore e cose la da e l’idea che trasmette gioca con la nostra sensibilità, ma il modo, dal mio punto di vista, per come impostata tutta la storia è sbagliato. Negli ultimi secondi, la camera si stacca dalla sua immobilità, mostrandoci sia l’altro lato della stanza, finora mai vista, che l’esterno stesso di quel luogo fin li immaginato. Tutto fatto bene e accompagnato da un momento evidentemente toccante, ma cosa centra con l’eternità di un posto e il circolo continuo di vite e situazioni? La stessa vita, come quel luogo (non posso non ripetermi), non finiscono con i Young e per dare quel senso di immortalità e allo stesso tempo precarietà del nostro essere a cui si voleva arrivare si doveva chiudere nello stesso modo con cui si era iniziato. E questa mancanza, tornado al discorso iniziale, l’attribuisco a Roth.
A livello recitativo dovrei soffermarmi su Tom Hanks e Robin Wright e invece, forse per quello strano effetto AI, quelli che più mi hanno convinto sono Paul Bettany e Kelly Reilly, rispettivamente nei panni di Al Young e Rose Young. Li ho trovati più stratificati, più dentro quel concetto di cambiamento nell’immobilità a cui la storia mirava. Non che i primi due e più famosi autori non lo sono stati, ma sicuramente di meno.
Io penso che Here doveva essere un piccolo scrigno cinematografico sul quale sorridere e riflettere. Da qualche punto di vista l’obiettivo è stato raggiunto, ma da qualche altro decisamente no. Peccato, perchè con qualche piccolo aggiustamento, neanche cosi complicato, il progetto avrebbe ottenuto un sapore di dolce e malinconica immensità ed eternità pieno e appagante e non quel gusto ferroso con il quale, invece, ci ha salutato.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento