
Generalmente si sostiene che ogni cosa abbia due facce, due livelli di percezione completamente alternativi e inconciliabili. Estremizzazione di questo concetto è il Sole quale amante e aguzzino futuro del genere umano. E’ infatti innegabile che se da un lato esso, per il modo con cui regola il clima, è la fonte indispensabile della nostra vita dall’altro sarà il motivo, se non succede nulla di altro prima, per il quale la Terra un giorno cesserà di esistere.
Il mondo è stato sconvolto da un’eruzione solare e Finch (Tom Hanks), uno dei sopravvissuti, passa le sue giornate, oltre che a difendersi dai raggi UHV, alla ricerca di provviste nei vari luoghi di St. Louis. Ad accompagnarlo un robot da lui progettato, Dewey, che lo aiuto nel trasporto e Goodyear, cane per il quale nutre un affetto indescrivibile. Proprio per quest’ultimo, convinto che egli stesso non riuscirà a resistere ancora a lungo in queste estreme condizioni climatiche e con poche scorte, ha deciso di costruire un altro Robot senziente, Jeff, che riesca cosi a prendersene cura. La comparsa però di una tempesta che sta per attraversare per 40 giorni il luogo nel quale ora vivevano costringe i quattro a muoversi frettolosamente verso Ovest, precisamente a San Francisco, ove provare a trovare riparo e ristoro.
Nel momento in cui i cinema stanno lentamente ritornando a quello che erano la scelta di distribuire questo film solo in streaming, precisamente su apple tv, è quanto meno discutibile. La sensazione, peraltro confermata da diversi rumors vicini a Hollywood, è che non si ritenga più Tom Hanks cosi popolare e strascinante da giustificare il maggior esborso che l’uscita sul grande schermo comporterebbe. Tale ragionamento, già a mio avviso sbagliato di concetto, trova la sua completa ingiustificazione sia nelle convincenti recenti interpretazioni, vedi Grayhound e Notizie dal mondo, con relativa notevole diffusione di tali film, dell’attore californiano che proprio la maiuscola sua prova in questo titolo. E con ben si sa, la storia del cinema è piena di questi esempi, quando una produzione è tra l’ottimo e il buono ci mette poco, soprattutto tramite passa parola, ad allargarsi a macchia d’olio diventando una delle prime scelte in caso di dubbio. Ed è proprio questo che, a mio avviso, sarebbe successo con Finch, delizioso film di Miguel Sapochnik, conosciuto per lo più per le direzioni in varie serie, e interpretato magnificamente, appunto, da Tom Hanks.
Finch è un viaggio astratto e surreale, una passeggiata malinconica nelle pieghe della solitudine, degli errori e sul senso, almeno personale, per una qualche redenzione. Il suo sfondo da film fantascientifico, per dinamiche e premesse, è solo la scusa per raccontare altro, per estremizzare il concetto di intimità e sopravvivenza. La relazione tra uomo, nel caso specifico solo in Finch, macchine, anche se senzienti, e animali trascende dal significato che conosciamo fatto di evoluzione tecnologica e semplice affezione trasformandosi in qualcosa di viscerale e soprattutto, sincero. Il rapporto tra i quattro, oltre che ovviamente e intenzionalmente paradossale, mostra la completa assenza di pregiudizi e retro pensieri negativi, sviluppandosi solo sulla costruzione costante della fiducia e dell’intimità. E questo in netto contrasto con il mondo che conosciamo e quello che in certi momenti racconta il protagonista, fatto di sopraffazione e follia. Lo stesso Jeff, geniale la sua raffigurazione visiva, si estranea dal concetto di robot, venendo con i minuti percepito più come una reale persona, quasi se si sia voluto spersonalizzare l’origine per mostrare il contenuto. Il tutto, è qui il merito va in gran parte al regista, accompagnato da una splendida contrapposizione tra i panorami aperti e immensi mostrati e la claustrofobica sensazione di un mondo ormai troppo piccolo e al disarmo. Colori accesi in contrapposizione al buio distruttivo del tornado, una specie di inferno e paradiso con il sole, ormai nemico, quale limbo tra l’uno e l’altro.
Il giusto e lo sbagliato perdono completamente i loro punti grigi di contatto per mostrarsi interamente per quello che sono: contrari, inavvicinabili e lontani.
La scelta di usare questa netta linea di demarcazione, se da un lato ci mostra la difficile semplicità dei rapporti dall’altro ti fa attanagliare da un senso di nostalgia incontrollabile che anche la fine, in mezzo tra la speranza e la desolazione, non riesce a smorzare. Anzi proprio gli ultimi minuti accentuano tale sensazione con accanto un pizzico di rassegnazione che inconsciamente ti fa adagiare la schiena sulla poltrona quasi a cercare un sostegno che per alcuni secondi hai l’impressione di aver perso. Ed è proprio il disequilibrio emotivo il vero cuore di Finch, l’essere riuscito senza nessun utilizzo di inseguimenti, cattiveria, uomini contro uomini o altro del genere a trasportarti quasi al culmine della coscienza, in quel luogo dove punto e accapo assume un significato allegorico per quanto fondamentale. La memoria si espande oltre il vissuto personale per confinarsi nella speranza che qualcosa di te rimanga e questo a prescindere se in un uomo, un robot o un animale che in ogni caso conserveranno il fotogramma della tua espressione negli occhi. Insomma l’ultimo miglio con gli occhi girati indietro con la tua emanazione protratta in avanti aggrappata in una farfalla viva e in un grande ponte quale passaggio tra la disperazione e una possibilità.
Jonhdoe1978
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