
Zerocalcare è la prima persona italiana (ma in Europa non ce ne sono molte..) che è riuscita nell’ardua impresa di mettersi in mezzo tra gli amanti del fumetto e quello degli anime (cartoni) soddisfacendo entrambi. Questa operazione è nota e nata all’incirca negli anni settanta ed era prerogativa del Giappone. Pensiamo a quanti cartoni sono arrivati qui ed erano la riproduzione di altrettanti libri a fumetti..
Senza andare a fare nomi e arrivando subito alle conseguenze, questo gioco portava chi già conosceva il manga a virare verso l’animazione e chi non era particolarmente portato verso il mondo scritto a esserne comunque incuriosito. Insomma, un’operazione che convogliava tanta gente aprendo di fatto una specie di contatto culturale anche per chi aveva una grande differenza di età.
Ecco Zerocalcare è riuscito a fare questo in Italia oggi, ed è una cosa enorme.
Partendo dal presupposto che questa condizione si è creata sin dalla prima produzione, perché scrivere di Due Spicci e non degli altri? Perché questo secondo me è il suo apice e lo è perché qui si vede e si sente che è completamente libero (in Strappare lungo i bordi il livello era altrettanto alto ma si percepiva che qualche piccola remora c’era ancora) e i contenuti sono veramente eccezionali (cosa invece non accaduta con Questo mondo non mi renderà cattivo) e questa combinazione ha reso quasi una necessità farlo.
Dall’uscita di questo terzo progetto in giro si legge come Zerocalcare riesca in poche parole a esprimere e spiegare concetti di una complessità assoluta. Durante Due Spicci ho pensato che non solo fosse vero ma che farlo per metafore, come fa lui, fosse ancora più difficile oltre che più affascinante. E’ innegabile che l’armadillo ha facilitato questo processo (il gioco a doppie voci semplifica molto i passaggi) ma è anche vero che alla fine questo stesso mezzo poteva complicare le cose. Il motivo, anzi i motivi, stanno sia perché alla fine c’era il rischio ripetizione che, più importante, perché un processo a due vie (alla fine esponi 2 personaggi) si facilita come detto la costruzione ma vuole un’armonizzazione che va oltre la semplice spiegazione. L’armadillo, infatti, probabilmente la figura più bella mai creata da Zerocalcare (diventata meravigliosa anche grazie a Mastandrea, c’è da dirlo), doveva si essere il costruttore ironico dei drammi e delle domande del protagonista, ma anche lui acquisire in qualche modo un ruolo nello scacchiere della storia. Non mi ha sorpreso sotto questo aspetto e l’ho trovato geniale, l’esasperazione che ha trovato questa figura in Due Spicci: pensiamo al dibattito appena sveglio o a quello su cosa fare con Esmeralda…
In pratica, Zerocalcare ha capito che anche lui non poteva essere statico e sempre figlio a se stesso e ha agito di conseguenza.
Rimanendo sul discorso della sua capacità di rendere chiari e profondamente travolgenti certi concetti, pur riconoscendo la bellezza di quello del castello e sul chi fare entrare e sul senso di felicità chiesto dalla madre, mi piace spendere due righe su quello sulla morte. I motivi sono due: è un pensiero, essendo terrorizzato dal concetto morte, che ho sempre avuto e, visto l’enorme componente egoistica che c’è dietro, ci vuole coraggio a dirlo in quella maniera. Secondo me quello è proprio il momento in cui Zerocalcare ha dimostrato di essere veramente libero (e se lo è guadagnato) da qualsiasi filtro.
Un altro elemento che mi piace sottolineare è la gestione dei personaggi. L’aver scisso quelli con le fattezze “normali” a quelli a forma di animali è una genialata narrativa enorme soprattutto per l’ambito che queste storie vogliono raccontare. Non sembra, ma trasportare una realtà urbana come quella di Roma in una serie animata, come in un fumetto, è una cosa difficile e che necessità quasi di una bacchetta magica per non esagerare o essere troppo scontata e/o superficiale. Zerocalcare non ha solo trovato tutte le escamotage del caso ma le ha rese vive, uniche, intercettabili e..vivibili.
Ecco, il suo grande successo è che queste storie le vivi e questo anche se molte delle situazioni e/o comparazioni raccontate ci sono distanti. Il suo modo di dire le cose, infatti, permette alla nostra mente di armonizzarle rendendole anche oltre il logico, assolutamente nostre.
La più grande di tutte è sicuramente la complessità della mente e dei sentimenti, qualunque essi siano. Per qualche oscuro motivo sociale o di pura condivisione mentale, il modo con il quale espone certi problemi fanno in modo che in te si aprono molte questioni e non è detto che siano le stesse tirate fuori dal protagonista. Tanto per entrare nello specifico, la torre su chi fare entrare o non entrare non credo sia adattabile a tutti, a me no per esempio, ma ti apre l’idea che comunque anche tu la hai ed ecco che mentalmente alla fine della puntata ti trovi a immaginare i tuoi di confini.
Per quel poco che l’ho capito non credo fosse questo il suo obiettivo, ma credo che sia uno dei motivi dell’enorme popolarità che meritatamente ha avuto.
Andando a chiudere io credo che Due spicci sia, come ha detto lui, la giusta chiusura di questa sorta di trilogia (anche se ce ne sarebbe ancora da andare avanti) se non altro perché si è sporcata definitivamente. E lo dico nel senso buono. Sono sicuramente le puntate più cupe, più dure di quelle fin qui mostrate e anche se alla fine vogliono (vuole) concedersi un po’ di speranza (la frase finale è meravigliosa) rimane quel senso brutale delle cicatrici e del tempo. Concetto quest’ultimo che attraverso l’altra bellissima metafora dei I Goonies ti si appiccica addosso (almeno per chi ha superato una certa età) e non ti si leva più, quasi fosse l’ennesimo stemma della clessidra che abbiamo tutti in mano.
Jonhdoe1978


Analisi molto puntuale, attenta anche ai dettagli descrittivi e tecnici e soprattutto incredibilmente empatica. Ogni concetto è reso in modo molto incisivo e per chi, come me , credo abbia l’età dell’autore ogni commento speso é estremamente calzante.
Complimenti