
Death is a problem for the living, ovvero la morte è un problema dei vivi. Letteralmente, ma anche concettualmente, questa frase si riferisce (escludiamo l’eterna questione della vita ultraterrena) al fatto che nel momento in cui qualcuno scompare la mancanza, i ricordi e in certi casi la disperazione, rimani a chi resta. Ovviamente, sarebbe stato un errore d’approccio quasi insormontabile, il film in oggetto asseconda questa definizione seppur attraverso, e qui sta la sua bellezza, in un modo molto più complesso di quello che ci si potesse aspettare. Dopo un inizio in sordina, anche se strutturalmente intrigante, il film, infatti, esplode improvvisamente aprendo il campo a una grande quantità di questioni e domande/risposte sulla vita in genere. La cosa sorprendente è che nonostante questo ampio ventaglio, non da mai l’impressione di essere narrativamente soffocante e l’unico neo che alla fine si può trovare è una conclusione un pizzico troppo frettolosa.
Ma andiamo per gradi.
I primi due elementi che il film mette in campo sono l’inconsistenza morale del protagonista, perso tra il gioco d’azzardo e il vuoto assoluto sul rispetto e, appunto, la morte e le preclusioni mentali della gente sulle cose che non conosce. L’unione di questi due temi, che poi non sono altro che i due protagonisti, crea tutta una serie di reazioni a catena assolutamente insospettabili e incredibilmente piacevoli e delicatamente profondi. La parte comico/commedia, infatti, si alterna al pensiero assoluto sul concetto stesso di cosa vuol dire vivere e delle conseguenze alternate che si hanno quando non si ha più nulla da perdere. Sotto quest’ultimo aspetto, che poi è quello che reputo più importante nell’economia di tutto il film, la storia ci pone a due situazioni assolutamente all’opposto: c’è infatti chi si trova in questo tritatutto morale per scelta (e parliamo di Risto) e chi, al contrario, quindi Arto, per destino. Proprio questa condizione apre di fatto a tutta un’altra serie di riflessioni che vanno dalla capacità di reagire alle curve a gomito della vita al cercare di andare oltre l’oggi passando per la vulnerabilità che la solitudine porta. La sensazione pressante, infatti, è che i due protagonisti, anche se per motivi differenti, si siano in qualche modo salvati solo perché si sono incontrati, trovando insieme una specie di terra di mezzo dove prendere coscienza di quello che realmente sono. Come spesso accade però, e questo Death is a problem for the living ce lo dice bene, quando si intraprende una strada a senso unico trovare il modo di tornare a valle non è affatto semplice e necessita di un evento completamente estremo. Ed è esattamente il percorso che questa storia intraprende e con capacità. Non ci si attacca a nessun tutti felici e contenti donando comunque un senso di speranza coerente con quanto visto e vissuto. Ecco, tornando a quanto detto all’inizio, forse quella bellissima parte centrale avrebbe meritato un finale più complesso e un filo più armonico. Per carità, il messaggio tra lo straziante e il risuscitare fisicamente e mentalmente arriva in pieno ma si sarebbe potuto oggettivamente fare qualcosa di più, se non altro per far scivolare meglio l’evento finale con le sue conseguenze.
Altro elemento importante, potremmo definirlo la costante della storia, è l’avidità e la leggerezza morale della gente. Tale caratteristica, e questo a mio avviso è stato importantissimo, non si è trovata o meglio raccontata solo nelle persone evidentemente deviate e moralmente discutibili, ma in quasi tutte. Tale allargamento è servito quasi di monito generale, dicendo che la discriminazione e/o i brutti pensieri a volte sono figli degli eventi e questo a prescindere dalle inclinazioni che si crede di avere e che si hanno sempre avute.
Non si può non sottolineare la splendida prova dei due attori protagonisti: Pekka Strang e Jari Virman, per motivi diversi, assecondando le loro caratteristiche, sono sempre convincenti e fanno arrivare con totalità le sfaccettature dell’anima dei loro personaggi. Come già detto nella recensione di Fremont, in progetti del genere la parte attoriale è fondamentale, nel senso che molto spesso serve qualcosa di fuori dal comune o comunque mentalmente stuzzicante per rimanere nella memoria. E loro ci sono riusciti pienamente.
Death is a problem for the living (titolo originale l’impronunciabile Peluri – Kuolema on elävien ongelma), tirando le somme di quanto detto, è sicuramente uno dei film più interessanti tra quelli presentati (e non solo nella categoria Progressive Cinema dove erano in gara) alla 18 edizione della Festa del cinema di Roma. Il regista e sceneggiatore Teemu Nikki ha affrontato un tema moralmente confinante con una capacità assoluta, riuscendo a rimanere equidistante tra il concetto generale e la storia specifica. In pratica, non ha emesso nessun giudizio e nessuna astratta morale di vita permettendo cosi a ogni spettatore di trovare la sua. E se ci pensiamo bene questa è una cosa difficilissima da fare e che metaforicamente potremmo descrivere come il dare un libro pesantissimo e pieno di incognite a ognuno lasciando all’interno gli spazi perfetti per scegliere colori e, soprattutto, tipo di conclusione.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento