
Costrizione, condizione e possibilità (leggi anche speranza).
Se dovessi fare la radiografia didascalica basilare di Fremont, film presentato e in concorso nella categoria progressive cinema, alla 18 edizione della Festa del cinema di Roma, le parole che utilizzerei sarebbero proprio queste.
Prima di spiegarne i motivi, però, vorrei soffermarmi un attimo, ovviamente in modo mirato, su un tema generale. Quando si partecipa a una manifestazione del genere nel quale pubblico e critica consumano proiezioni in continuazione, la parte fondamentale, al di la della storia in se che comunque avendo già passato un taglio hanno tutti, è la caratterizzazione dei personaggi. In pratica il o i protagonisti devono colpire immediatamente evitando così che chi li guarda se ne dimentichi subito passando distrattamente al titolo successivo. Fremont, e qui veniamo al motivo di tale approfondimento, nonostante la breve durata, è riuscito non solo a farlo con la protagonista, seppur in sottrazione, ma era necessario, ma addirittura con sei. E la cosa sorprendente è che tutti, pur mantenendo intatte le proprie peculiarità e caratteristiche specifiche, si armonizzano in maniera coerente con lo sviluppo narrativo complessivo. Se dovessi dirlo con un’iperbole: estremizzazioni nella normalità.
Tornando alle considerazioni iniziali, arrivando cosi a spiegarne la genesi, penso che esse, le parole indicate, descrivano perfettamente i tre momenti con il quale indubbiamente è diviso il film.
La costrizione riguarda l’incipit della storia, con la protagonista, ex interprete in Afganistan per il governo degli Stati Uniti, che lascia il suo paese e i suoi cari per trasferirsi a Fremont, da qui l’origine del titolo, alla ricerca di un nuovo taglio alla propria esistenza. La sua titubanza e le sue difficoltà, il modo con il quale riesce a rivolgersi allo “psicologo della mutua” è meraviglioso, sono costruite ad arte e danno subito l’impressione, e qui entra in ballo l’importanza dell’impatto detta nelle prime righe, che la storia stia poggiando su basi solide. La rappresentazione a sottrazione di questa prima fase, sia della ragazza che di tutti quelli che la circondano, compresa l’amica, seppur in un modo diverso, è, infatti, tanto delicata quanto potente e crea lo giusto scivolo, curiosità in primis, per l’evoluzione della storia. Quest’ultima, ovviamente, piano piano sia assesta nella seconda parola, la condizione appunto, che poi altro non è che il cercare confidenza con quello che si ha e quello che si è. In un contesto del genere le scelte estreme, vale anche nella vita, sono due: o ci butta nelle conoscenze continue e irrefrenabili e ci chiude in se stessi cercando di far combaciare le parte pesanti del proprio io. Fremont sceglie questa seconda strada ma senza appesantirla di eccessiva pesantezza facendola risultare, anche grazie a una regia attentissima, coinvolgente e, in alcuni tratti, condivisibile. In pratica, si sente il peso della solitudine senza però l’asfissia dell’irreparabile. In questa fase centrale, che poi è anche la più lunga, emergono tutte quelle caratterizzazioni di cui si diceva all’inizio, lo psicologo su tutti. Questo personaggio (interpretato da Gregg Turkington) non può non considerarsi il più magnetico e questo per quella sensazione di folle equilibrio che trasmette. Se ci si pensa bene è proprio lui, oltre all’irrinunciabile caso o fato, che indirizza in qualche modo la storia verso l’epilogo, che non può non considerarsi come la foto della poesia della vita. Questo momento, che appunto ho definito possibilità/speranza, è, per dirlo in poche parole, tutto quello per cui vale la pena vivere. E la cosa bellissima è che non si parla di rivoluzioni, scossoni, cambi improvvisi (come all’inizio) o eventi da frattura, ma solo di una piccola possibilità che come tale non sappiamo, se non nella nostra fantasia, come si è sviluppata. Ed è proprio questo appeso che, a mio avviso, rende questa parte del film poetica ed empatica. Si ha la sensazione di un sorriso alla vita senza condizioni, di capire e credere, anche nei momenti più impensabili, che dopo curve e curve c’è sempre un rettilineo, quanto lungo, ovviamente, non si sa, ma è proprio questo il bello.
Quando si a che fare con produzioni del genere è normale avere qualche difficoltà a trovare degli attori completamente all’altezza. Spesso a performance convincenti se ne accompagnano altre nettamente forzate e poco realistiche. Quello che si spera, molte volte, è che il protagonista regga la scena quasi da solo e che chi gli ruota intorno mantenga almeno lo status emotivo raggiunto. Tutto questo per dire che invece in Fremont c’è tutta una serie di solisti assolutamente sopra le righe che hanno dato in ogni scena qualcosa di più da mordere e assaporare. Lo so, può sembrare una considerazione quasi ovvia, ma posso garantire che in un contesto produttivo del genere (ma vale in generale) è molto spesso un unicum.
Chiusura per il regista Babak Jalali. Ha utilizzato in continuazioni primi piani fermi con gli attori che il qualche modo ci giravano dentro. Se questa scelta continua in molti casi è risultata affannosa e alla lunga noiosa, in questo è stata la perfetta cornice per descrivere e trasmettere le emozioni (anche soppresse e/o nascoste) di tutti i personaggi. Certo poi quest’ultimi devono averne le capacità, ma qui mi ripeterei. Aggiungo solo che però, li ha scelti lui e non può non essere un ulteriore merito.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento