
Oggi ormai si attraversa il mondo con una valanga di parole, appellativi e tormentoni, ma un tempo non era cosi. Si aveva un pizzico più di pudore nell’esprimersi soprattutto quando in ballo c’erano i sentimenti. E se devo pensare all’estremizzazione di questo concetto la mia mente (ovviamente deviata per il cinema, inteso in senso lato) va sempre dalla stessa parte e cioè su Cara Dolce Kyoko.
Come spesso accadeva all’epoca (parliamo inizio anni novanta), mi imbattei nell’anime quasi per caso, non era molto facile sapere prima le programmazioni dei canali, soprattutto per quelli privati, e ne rimasi subito affascinato tanto da segnarmi l’orario e provare a riuscire a seguirlo con costanza. Ci riuscii con buona lena e quando non potevo c’era l’escamotage della registrazione delle videocassette.
Nota di colore a margine, quello che più mi aveva intrigato di questo cartone (non lo vidi appena uscito ma quando ero un po’ più grande, 15/16 anni circa) era quell’aura poetica che si portava dietro insieme a una simbologia del destino e dell’amore assolutamente fuori dal comune. Era ovvio che quel mondo era comunque già in quegli anni in parte lontano dal mio, ma nonostante ciò riuscivo a traslarlo alla mia dimensione e soprattutto alla forma dei miei sogni e aspettative.
Quando però passano gli anni, almeno a me succede cosi, si viene attratti dalla voglia di misurare il passato e cosi molto spesso si rivedono storie, serie o film non cambia, di molti anni prima per vedere che tipo di reazione si ha, o meglio, se è appunto cambiata.
Ed è quello che ho fatto trent’anni dopo con Cara dolce Kyoko, e sintetizzando, è stata nuovamente magia. Quell’universo silenzioso e pieno zeppo di gesti anche solo pensati e/o accennati mi ha rapito ancora. Soprattutto la seconda parte (c’è proprio un passaggio netto nella narrazione dovuto anche dal fatto che arrivo dopo in Italia) credo che rappresenti l’apice della perfezione almeno per un certo tipo di linguaggio e messaggio. Nella prima infatti, ci sono molti momenti “distrattivi” e che tendono più la mano all’ilarità che all’obiettivo. Sostanzialmente i sentimenti ci sono ma tendono a essere diluiti con più parsimonia. Nella seconda (che va dalla 53 puntata sino alla fine) questo argine crolla e ogni episodio, o la maggior parte di essi, ti graffia lasciandoti sempre una pillola di oniricità. Quello che infatti, si crea è una sorta di bolla magica nel quale veramente si lascia fuori la mediocrità e la cattiveria facendo rimanere a galla una speranza e una positività viva e mai in discussione (che poi è l’esatto contrario di quello che viviamo).
Certo, non sono uno sprovveduto, so benissimo che un linguaggio del genere ora non potrebbe mai funzionare, soprattutto nei giovani, ma credo che questo derivi anche dalla soglia di sensibilità. Ed è stato al limite del meraviglioso constatare che il mio negli anni, nonostante una dose di cinico in più derivante dall’età, sia rimasto quasi invariato. La misura di ciò me l’ha data la sovrapposizione che ho avuto nuovamente con Godai (cosa che ho sottolineato nel primi piani a lui dedicato) e non tanto per il suo continuo modo di mettersi nei fraintendimenti, quanto nell’intima idealizzazione delle cose e delle persone e per quell’inclinazione naturale a dire sempre una parola in meno del necessario. Questo (quello) è un processo innato e che nasconde dentro di se un universo bello ma profondamente complesso, ricrearlo credo sia la più grande vittoria di questo progetto.
In questa review, ma vale per tutti i cartoni dell’epoca, ho riapprezzato lo sforzo che si faceva per doppiare i personaggi. E’ vero che spesso la stessa persona faceva tanti personaggi, ma quello che mi è emerso di più era l’atteggiamento quasi che quelle persone volessero pesare la comunicazione. Ho voluto sottolinearlo perché all’epoca mi infastidiva e invece, ora ne apprezzo l’intenzione.
Altra considerazione riguarda le incomprensioni. Come attitudine non ne sono un grande ammiratore, tendo sempre a cercare con forza la risoluzione delle stesse (che poi sono sempre lasciate in sospeso tra una puntata e l’altra proprio per sfruttare la curiosità), ma in questo caso me lo sono godute avendole inconsciamente classificate come un ponte necessario all’obiettivo. Sostanzialmente quella dose di errori, di cose non dette, non mi facevano rabbia ma mi scaturivano la sensazione di inevitabilità per come era impostata la storia. In pratica, perché i personaggi avrebbero dovuto essere chiari quando tutto il loro agire era un viaggio silenzioso e quasi interiore? Le cose uscivano e si esternavano con il giusto tempo e doveva essere cosi per tutto. Ed è proprio questa differenza di chiarezza immediata che poi ha fatto in modo di distinguere i vari personaggi. Se dovessi fare due nomi tra un estremo e l’altro direi che Godai sta da una parte e Ichinose dall’altra e in mezzo gli altri.
Maison Ikkoku, questo il nome originale, credo che rappresenti uno dei punti più alti della riflessione su un certo tipo di cultura e sull’amore in generale. Essere una donna giovane e vedova in Giappone era quasi un marchio e quello che questo anime ci racconta sa quasi di rivoluzione. La morbidezza e la delicatezza con il quale mette i sentimenti sopra la diffidenza e un determinato modo di pensare è disarmante e lo è perché lo fa con una positività e un senso del dovere quasi unici. Anche il triangolo, anzi i triangoli, ti danno un senso di purezza assoluta oltre che a definire che non tutti abbiamo lo stesso destino. Lo stesso peso dell’amore e della dedizione, che poi sono il cuore di quella cultura, non è sempre uguale e la loro percentuale è molto variabile. La storia tra Mitaka e Asuna ne è l’esempio più lampante soprattuto per il modo con cui gli autori ne hanno sottolineato la possibile evoluzione.
Cara dolce Kyoko, dal mio punto di vista, è l’anime principe sulla costruzione di un amore. Nessuno è riuscito a toccare queste vette e molto difficilmente ci si riuscirà. Ha condensato i punti cardine di quel percorso senza dimenticare gli elementi base dei manga (da questo nasce il progetto) e dei cartoni: l’ilarità e le situazioni bambinesche. La forza è che queste non stonano mai e tutto diventa un concentrato di emozioni, idealizzazioni e materializzazione dei sogni. Sotto questo aspetto l’episodio 92 è qualcosa che rimane nell’olimpo della perfezione almeno per quel senso metafisico tra viaggio e approdo che riesce a dare.
Chiudo questa mia dichiarazione d’amore con la colonna sonora. E’ senza ombra di dubbio, per il genere, tra le più belle di sempre, strappa l’anima dove, c’è da dirlo, il cuore era già gonfio.
Jonhdoe1978
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