
Nome: Yūsaku Godai
Segni Particolari: Timido, imbranato e sognatore
Attività: Studente prima, lavoratore poi
Periodo di attività: Dal 1986 al 1988
In mezzo a tanti personaggi molto noti con i quali ci identifichiamo, tutti ne abbiamo altri (uno sicuramente) molto meno popolari ma che in qualche modo, almeno per un periodo della nostra vita, abbiamo sentito vicini. Tra i miei c’è senza ombra di dubbio Godai, protagonista di quella meravigliosa serie anime (adattamento dell’omonimo manga) Maison Ikkoku (da noi Cara dolce Kyoko). Il motivo di tale intima predisposizione verso di lui è molto più emotiva che concreta, al di là dell’essere entrambi studenti (la prima volta che l’ho visto lo era anch’io, parliamo della metà degli anni novanta) non avevamo quasi nulla in comune se non, appunto, un’idea e un sogno. Tutta quella parte romantica, quell’amore muto ma infinito, quei piccoli gesti che raccontavano un mondo e quella incantevole coincidenza tra colpo di fulmine e eternità, mi rapiva e spesso mi portava in un limbo strano dove sostanzialmente c’ero solo io e la mia idealizzazione. Cerco di spiegarmi. Non era un personaggio sul quale confrontarmi, vuoi perché l’età lo imponeva, avevo 14 anni nel 1992 quando inizia a vederlo e 16 quando lo conclusi, e vuoi perché, come detto, non è mai stato un qualcuno che conoscevano tutti.
Ciuffo tipico dei personaggi dei cartoni di quegli anni, cuore da una parte fragile e da un altro deciso e fiero per quello che erano/sono le sue convinzioni, ama parlare con sè stesso (cosa che ho sempre fatto anche io) immaginandosi situazioni e possibilità. Un continuo alternarsi di insicurezze e integrità, intriso e diviso tra i vizi veniali dell’età e di una generazione e la maturità di affrontare difficoltà e opportunità.
Oltre questo e tornado al limbo pocanzi menzionato, Godai dal mio punto di vista era l’avanguardia dell’amore e del suo essere dirompente. Se ci si pensa trent’anni fa, e in Giappone era molto più importante che qui, una vedova era vista e percepita come una marchiata, una persona con tanti doveri e pochi diritti. Il rinnamorarsi era una cosa da gestire con molta cautela e chi si avvicinava rischiava di essere subito etichettato. Maison Ikkoku gestisce questa evoluzione in una maniera cosi delicata da togliere il fiato, ci racconta la costruzione di un rapporto basandolo sia sulla percezione che sulle affinità e lo fa in mezzo sia alla tempesta che al sereno. Godai in molti momenti, è rappresentato come un timoniere incerto che non riesce a tenere la rotta nonostante la convinzione e la purezza di quella emozione. Contro di lui, e questo è sempre stata una delle cose che più mi ha attratto, il destino avverso che sembrava sempre essere un passo avanti rispetto alle sue scelte e alle sue convinzioni. Questi continui incidenti o inciampi, nonostante siano stati costruiti come intermezzi verso la meta, a differenza di altre storie, però, non li ho mai percepiti come una forzatura e una cosa sulla quale sorridere, mi creavano sempre un piccolo velo di tristezza. In molti tratti avrei voluti gridare e/o reagire al posto suo, ma poi mi ritrovavo a capire che non era cosi facile e che forse le cose avevano un loro corso da seguire.

La sua sete di giustizia e la voglia di farcela da solo, non ha mai voluto accettare nessuna raccomandazione, non hanno fatto altro che ingigantire ancora di più il suo essere una specie di specchio con cui fare i conti, magari normalizzando i gesti a quelle che erano le mie e le nostre dinamiche. La sua realizzazione finale, il bacio dato Kyoko è come se l’avessi dato io, è diventato per molto tempo la mia, se non altro perché era la rappresentazione visiva di come sogno e realtà possono incontrarsi e sposarsi. Certo, si potrebbe obiettare che a quell’età è tutto diverso e che i disegni del cielo sono molto più luminosi di ora. A volte può essere cosi, ma ancora oggi, a 46 anni, se ripenso a Godai, e mi sono ripromesso di rivedere l’anime, il cuore si stringe e la tenerezza mi avvolge, sentore inequivocabile che il mio sentirlo vicino non aveva e non ha nulla a che fare con la quantità o l’assenza di rughe sul mio volto o di tempo vissuto e da vivere. Al contrario, penso che tutto si racchiude nell’innata capacità di vivere e credere che nei sentimenti il possibile sia molto più largo dell’impossibile e questa, per come la vedo io, non ha, appunto, età.
“In un freddo giorno invernale, il nostro nuovo amministratore che è una bellissima ragazza, si è trasferito alla Maison Ikkoku… si chiama Kyōko e ha scaldato il mio cuore.”
Jonhdoe1978
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